In questo articolo Gilberto Borghi ascolta la parabola di Laura sul Giudizio finale; ”In fondo, è un incontro d’amore”. Lontana anni luce dal tribunale che ci siamo sempre immaginati. E tu che ne pensi?
In questo articolo Gilberto Borghi ascolta la parabola di Laura sul Giudizio finale; ”In fondo, è un incontro d’amore”. Lontana anni luce dal tribunale che ci siamo sempre immaginati. E tu che ne pensi?
Caro Gilberto,
come sempre i suoi articoli sono di una freschezza non comuni ed è sempre molto bello leggerli.
L’idea di Laura non mi sembra tanto distante dal nocciolo delle nostra fede, o almeno ne sottolinea un’aspetto fondamentale.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E’ il passo citato di Giovanni.
Gesù non è venuto a giudicare ma, implicitamente, non nega che un giudizio ci sia: altrimenti non avrebbe senso parlare di condanna e neppure di salvezza.
Però Gesù mette la fede a porta della Salvezza. Non sono un esegeta, ma mi sembra di leggere che il giudizio negato al primo versetto sia un giudizio morale, mentre il vero giudizio di Dio non riguarda l’ottemperanza alla legge, ma il cuore dell’uomo.
Non è quindi pensabile che ci si possa “accordare in sede di giudizio” (qui, l’immagine di Laura va un po’ raddrizzata). Tuttavia la Speranza, frutto della Fede assieme alla Carità, è quella che, fino all’ultimo istante della nostra vita, ci permette di confessare Dio ed ottenere quella misericordia divina che è capace di annientare il peso di ogni peccato.
E’ vero dunque che che la palla passa all’uomo: nel senso che l’uomo ha la libertà, in ogni istante della propria vita, fino all’ultimo, di aderire a Cristo, ottenendo la misericordia di Dio.
Questo però l’uomo non lo fa da solo, lo fa all’interno del rapporto tra due persone, e sorprende la limpidezza con cui Laura l’ha capito (e, credo, l’ha desiderato e sperato): nelle sue parole c’è l’eco di quel Dio che nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (Dei Verbum che cita Giovanni).
Il buon esercizio di questa libertà, infine, è contemporaneamente merito dell’uomo e grazia di Dio, come spiega Paolo con parole sublimi: Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me..
Ci si chiede poi come mai sia prevalsa la visione del tribunale morale.
Ascoltavo ieri una bella lezione di Mons. Giuseppe Angelini. In poche parole, Dio non giudica l’uomo in base all’osservanza della Legge (mosaica); la Legge ha invece lo scopo di instituire, attraverso la pratica, una volontà buona, che è ciò che Dio desidera. Questa volontà buona porta poi ad aderire alla Legge, che da legge esteriore diviene legge interiore. Una pedagogia, dunque. Tanto che Gesù Cristo viene a completare la Legge, non a sostituirla.
Mi sembra quindi plausibile che l’osservanza di una legge morale e, conseguentemente, l’idea del giudizio come tribunale, siano state preferite, perché sono state a lungo il sistema più semplice per fare pedagogia.
Sono però convinto che ciò fosse valido in un contesto sociale nel quale l’osservanza di questa legge morale era scontata: il mondo ebraico era così, la societas christiana anche. Nel mondo moderno invece non è più così.
Per cui mi è chiaro, ad esempio, perché il Catechismo di san Pio X funzionasse a suo tempo ed ora non è proponibile, e viceversa il Catechismo del beato Giovanni Paolo II sia strumento oggi più adatto, ma che due secoli fa sarebbe stato impensabile e, tutto sommato, non necessario alla formazione della fede, pur piena e consapevole, degli uomini di allora.
Trovare una soluzione a questo problema, il problema del rapporto con il mondo moderno non più societas chrisitana, che costringe la Chiesa all’immane sforzo, forse mai sperimentato nella storia, di rievangelizzare da zero ogni singolo uomo che viene al mondo, credo sia la sfida più grande di cui ha preso coscienza il Concilio Vaticano II
Mi pare che l´immagine di un Giudizio venga propio dalle parole di Gesú in Matteo 25. Poi lo dice il credo “di lá verrá a giudicare i vivi ed i morti”.
Perfino Kant arriva a capire che dopo la vita ci deve essere un giudizio per premiare chi ha fatto il bene e punire chi ha fatto il male.
Addolcire le cose mi sembra non portino a niente di buono, non sará lo stesso perchi fa volontariamente il male ad altri nell´aldilá e questo bisogna dirlo.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che Laura abbia ragione. La vita di ogni uomo non e’ altro che la sua storia d’amore con Dio. Tutte storie diverse ma credo anche tutte storie a lieto fine. Quelle alla Filemone e bauci e quelle dei piatti in testa ogni giorno.
Piuttosto direi che lo stupore per la circolarita’ dell’insegnamento mi ha stupito. E’ chiaro che in una classe i 20/30 studenti, che sono tanti, insegnano al professore piu’ di quello che lui e’ capace di insegnare a loro, come e’ piu’ quello che gli studenti si insegnano fra loro di quanto i professori possono trasmettergli. E’ una delle ragioni per le quali le scuole telematiche funzionano poco.
La “parabola” di Laura è molto bella e ci suggerisce una bella immagine di quello che dovrebbe essere il nostro rapporto con Dio.
Non dobbiamo però dimenticare che purtroppo, nonostante la misericordia di Dio, l’inferno non è “vuoto”. Qualche indicazione il Signore ce l’ha data. Non ci sarà il Giudizio come lo immaginavano le rappresentazioni medioevali, ma la tradizione della Chiesa ci aiuta a far luce su questo mistero:
“La morte pone fine alla vita dell’uomo come tempo aperto all’accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo. Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell’incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l’immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede.
Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre”.
(Catechismo della Chiesa Cattolica)
“Romanticamente” interessante (il che non vuol dire che sia sbagliato) l’approccio di Laura.
Che però non riesce a vedere quanta “giuridicità”, anzi “giurisprudenza” (penale o premiale che sia) sta nelle relazioni.
In quelle umane, come in quella, tutta speciale, tra Dio e l’essere umano.
Non so se l’inferno è pieno o vuoto, ma è proprio necessario immaginarlo pieno (Qualcuno acutamente ha osservato “abbiamo un canone di santi, ma non di dannati!”)?
Ben vengano le letture alla Laura della nostra fede, anche delle verità più “scomode”…
Del resto, l’approccio meno “giuridico” e più “romantico” mi pare che non tocchi la sostanza, ma rende la verità di sempre con un linguaggio più contemporaneo. E ciò, ritengo, è sempre un bene. Non potrebbe essere anche questa una via per la nuova evangelizzazione?
Premesso che, io credo, in una maniera o nell’altra Dio saprà stupirci quando saremo di fronte a Lui e quando ci sarà il “giudizio finale” anche perché la giustizia di Dio non è la giustizia degli uomini (neanche quella che crediamo di aver capito nel Vangelo) come i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri.
Se devo immaginarmi un giudizio finale non lo penso molto distante da quello di Laura. Se Dio è Amore, la nostra relazione con Lui (la nostra vita!) è una relazione d’amore, un fidanzamento se vogliamo, e io credo che la morte e ciò che ne consegue sia il punto più alto e più bello di questa relazione. E come in ogni relazione che si rispetti bisogna starci in due. Ora, visto che ritengo un po’ presuntuoso da parte mia ipotizzare cosa vorrà fare Dio, cerco piuttosto di pensare e di prepararmi a ciò che vorrò fare io. La libertà che Dio ci ha dato ha un prezzo altissimo da pagare, ma proprio questo la rende così preziosa. E, credo, solo davanti a Lui saremo del tutto e pienamente liberi di sceglierlo.
Una piccola osservazione, da teologo. Non dimentichiamoci che quel Dio che qualcuno qui non vede l’ora di veder agire da giudice è quello – se siamo cristiani – che pur di salvarci ha dato se stesso sulla croce. Nessun giudice umano è chiamato a tanto. Dunque il giudice – meraviglia! – prende talmente sul serio il tuo peccato da averne patito sulla sua pelle le conseguenze più estreme… ma prende anche sul serio, restandogli fedele, il suo amore per te, soffrendo per salvarti proprio quando è piû evidente che ne hai bisogno (cioè quando sei lontano e peccatore).
Brava Laura, più teologa di qualcuno che scrive qui e si limita a citare passivamente numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica…
Non ho mai preteso di essere un teologo. Proprio per questo mi affido alla Chiesa e al suo insegnamento. Di un inferno “popolato” hanno parlato il Signore Gesù, in diversi brani del Vangelo, e le apparizioni della Beata Vergine Maria.
La visione di Laura è sicuramente bella, ha intuito l’essenziale del rapporto con Dio. Ma non dimentichiamo il resto…
Brava Laura, più teologa dei teologi che osservano da teologi e giudicano, giudicano, giudicano…
Premetto che la mia religiosità appartiene più alla strada, intesa come vita vissuta, che alla conoscenza teologica, ogni tanto mi avvicino alla teologia ma poi mi allontano perchè amo di più il mio modo di amare Dio che quello che viene espresso nelle varie teorie.
I racconti di Borghi sono spesso tratti da teorie di ragazzi giovani, che forse hanno deciso che amare Dio è come amare un ragazzo/a (come Tomas), è come sentirsi leggeri e sani con tutte le contraddizioni. A mio parere amare qualcuno sul serio è come avere una sensazione di leggerezza pienezza che ti fà vivere di poche cose,e riempie la vita senza tanti sforzi,come amare Dio
Dal momento che nasciamo fino a quando moriamo la nostra vita è spesso condizionata dal giudizio e vivere senza tenerne conto è un’impresa difficilissima, quindi ognuno di noi cerca un’angolo nel proprio cuore nella propria testa e nalla propria anima dove nessuno ti può giudicare e spesso questo incontro privato lo fai con Dio.Il pensiero di Laura è libero dall’ipocrisia,e aggiungo la vita terrena ci dà la possibilità di sperimentare l’amore per un uomo o una donna o per Dio solo amando soffrendo e amando e soffrendo ancora, possiamo capire il nostro amore per Dio e per l’uomo
lycopodium, sarebbe bello sapere cosa ne pensi, di quel che ha da dire la teologia. Essa, in particolare quella cristiana che ha la fortuna di commentare il Vangelo, è, se fatta bene, molto consolante.
E per nulla complicata, come sembra pensare adriana.
Suggerivo soltanto che la visione di Laura, che lycopodium apprezza, ma poi considera ingenua, ha, dal punto di vista cristiano, bisogno eccome di essere arricchita e completata. Ma appunto nel senso del dono d’amore di Dio in Gesù (cioè di un innamorato un pò meno passivo di quanto intenda lei) e non nel senso della “giuridicità”.
Abbiamo il coraggio (e la gioia) di essere cristiani!
@don Luca
Beh, diciamo che io sottoscrivo, con tutto il poco cuore che ho, questo suo passo:
“Non dimentichiamoci che quel Dio che qualcuno qui non vede l’ora di veder agire da giudice è quello – se siamo cristiani – che pur di salvarci ha dato se stesso sulla croce. Nessun giudice umano è chiamato a tanto. Dunque il giudice – meraviglia! – prende talmente sul serio il tuo peccato da averne patito sulla sua pelle le conseguenze più estreme… ma prende anche sul serio, restandogli fedele, il suo amore per te, soffrendo per salvarti proprio quando è piû evidente che ne hai bisogno (cioè quando sei lontano e peccatore). Brava Laura”.
Il prima e il poi, a mio parere, stonano e non gli rendono giustizia, ma capisco che gli interlocutori si prendono come essi sono e non come si vorrebbero.
Capita anche agli altri, con Lycopodium…
Un abbraccio cristiano.
lycopodium, il tema mi sta cuore, come si è visto. Mi sta a cuore sia per il contenuto (la particolare “giustizia” di Dio) che per il modo con cui lo si legge (secondo logiche umane o secondo le cose belle che Gesù ha fatto per farci capire l’amore del Padre).
Grazie dell’abbraccio cristiano, dato anche se non me lo meritavo.
Intanto insistiamo tutti, è un invito, a parlare di Dio attraverso Gesù. È l’unico modo, per non cadere nella sfiducia.