In questo articolo Gilberto Borghi scrive: «Mi colpisce soprattutto l’elenco delle cose che, secondo lui, nella Chiesa sanno e ancora tanto, di Vangelo. Ed è questo che mi piace riportare». E tu che ne pensi?
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La Chiesa non è il Vaticano, la Curia, la gerarchia,lo Ior. La Chiesa siamo noi, i battezzati, una sola cosa con Cristo e con i fratelli, la Sua Carne, la sua Sposa, il Tempio dello Spirito Santo.
La Chiesa di Cristo non è quella che siede a tavola con i potenti e scende a patti con loro; non è la Chiesa del successo, della popolarità, dei trionfalismi, ma quella dell’umile, nascosta, banale quotidianità.
E’ la Chiesa del granellino di senape che cresce e diventa albero maestoso, tanto che gli uccelli vi cercano rifugio; ma Dio sa come dove e quando. I suoi tempi non sono i nostri e nemmeno le sue vie.
E’ la Chiesa del chicco di grano, piccolo, nascosto, addirittura sepolto, dimenticato nel gelido inverno. Sconfitta? La fine? No, nel buio della terra lentamente germoglia la vita. E’ la Chiesa della Croce, non del trono e dello scettro. Chi vuole seguirlo, deve prendere ogni giorno su di sè la croce. Quale? Quella della sua sequela, perchè seguirlo significa salire con Lui sul Golgota. Seguirlo significa imitarlo e imitarlo significa morire con Lui sulla croce: morire a se stessi, al proprio egoismo, che è la radice di tutti i mali; morire al peccato, al mondo, alla carne per dare spazio all’Amore. Don Tonino Bello, il vescovo che parlava della Chiesa col grembiule, diceva che AMARE E’ VOCE DEL VERBO MORIRE. Questo è l’essenziale. Questa è la priorità. Questo il criterio guida. Questo il distintivo del cristiano. Da qui occorre ripartire ogni giorno. Vogliamo fare la rivoluzione? Cominciamo da noi stessi. Tutto il resto verrà da sè. Il Bene si propaga per contagio.
Quali sono i risultati che la Chiesa dovrebbe ricercare? Risultati visibili, rappresentati dalla massiccia partecipazione che si registrava una volta alle funzioni religiose, quando le chiese erano piene ma i Vangeli non li leggeva quasi nessuno e il popolo pregava, sì, ma in latino, senza quasi capire quel che diceva, spettatore non sempre consapevole di riti cui partecipava più con il corpo che con l’anima? O quello, meno quantificabile ma sicuramente più importante, rappresentato dalla conversione dei cuori, premessa di un mutamento di stili di vita – specialmente da parte dei tanti che si proclamano cattolici – che poco hanno a che fare con il Vangelo? L’affermarsi della società secolarizzata ha indubbiamente comportato per la Chiesa una perdita di potere; ma esiste una correlazione tra Chiesa socialmente forte e Fede in Dio? In effetti, non sembra che alla marcata marginalizzazione della Chiesa nella società abbia fatto riscontro un’ altrettanto marcata marginalizzazione della presenza di Dio nel cuore degli uomini, a testimonianza del fatto che il bisogno di Dio è evidentemente connaturato alla nostra essenza più profonda; Dio fortunatamente non è morto e ne è prova, tra l’altro, pure l’opera vastissima e meritoria svolta nel Suo nome dalle tante comunità che formano il laicato cristiano. Se, come afferma il Signore, l’albero si riconosce dai suoi frutti, paragonando quelli espressi dalle società del passato con quelli della società attuale, questi ultimi sono davvero tanto peggiori dei primi? Si può forse ritenere – è un esempio scontato, ma credo renda l’idea – che la società tedesca nazista sia stata una società anche solo parzialmente cristiana e comunque migliore di quella contemporanea?
La Chiesa socialmente forte era sicuramente riuscita a creare una società che poteva autoproclamarsi formalmente (solo formalmente, però!) cattolica – anche allora erano numerosi gli atei devoti – ed era essa stessa, indubbiamente, una Chiesa vincente dal punto di vista del mondo, “trionfante”; ma noi, oggi, in questo momento storico in particolare, è di una Chiesa “trionfante” che abbiamo bisogno? Il “trionfo” non è sostanzialmente una categoria “mondana” e quindi, per certi aspetti, incompatibile con lo spirito del Vangelo? Non sarebbe, invece, desiderabile che la Chiesa scegliesse non il “trionfo” ma la condivisione? Che scegliesse di essere una Chiesa pellegrina, prossima a tutti gli uomini, vicini e lontani, capace di offrire ad ognuno una testimonianza che aiuti a credere che non tutto finisce con la morte?