L’omogeneizzato parrocchiale

In questo articolo Roberto Beretta scrive: «Confesso che l’immagine del contenitore scaldato a bagnomaria nel padellino mi torna alla mente quando sento parlare dei contenuti della catechesi in Italia». E tu che ne pensi?

Questa voce è stata pubblicata in Articoli e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

55 risposte a L’omogeneizzato parrocchiale

  1. Federico Benedetti scrive:

    Capisco la provocazione che però non condivido.
    E’ vero che le catechesi per gli adulti sono spesso poco frequentate, ma la causa è quel relativismo etico, morale e religioso per cui ci sentiamo tutti già “formati”, non bisognosi di catechesi e formazione religiosa. La sanno tutti “più lunga” dei preti e della Chiesa che ovviamente “sbaglia” ogni volta che esprime qualche valore diverso dal buonismo e dal sentimentalismo che accontenta tutti.
    Motivo per cui la religone cattolica a scuola non solo è utile, ma assolutamente necessaria: renderla una materia facoltativa è stato un gravissimo errore. Come ci insegna Borghi, l’ora di religione è un’occasione per trasmettere ai ragazzi il desiderio di conoscere meglio Dio e la Chiesa, di cercare percorsi formativi che vadano oltre la catechesi di iniziazione cristiana e la scuola.

    La mia parrocchia in questo Avvento propone un ciclo di incontri sulla famiglia la domenica pomeriggio (con replica serale al mercoledì) cogliendo l’occasione del prossimo Incontro Mondiale delle famigle a Milano. Domenica scorsa c’è stata una buona partecipazione, segno che l’argomento è sentito ed interessa. C’era persino qualche coppia estranea al solito “ambiente” parrocchiale. Altro che pappina! Altro che filioque! Se si può ragionare e confrontarsi sulle gioie e sulle croci di tutti i giorni c’è interesse e desiderio di ascoltare la voce della Chiesa. Forse solo esperienze come questa riusciranno a convincere certi “Soloni” che la famiglia è un valore non negoziabile…

    • gilberto borghi scrive:

      Trovo poco realistico imputare al relativismo etico la mancata presenza degli adulti al catechismo. L’esempio di Claudia, che ha commentato il post, è significativo. E anche il mio percorso formativo dice che chi più è spinto a interrogarsi sulla propria fede trova più facile percorrere ricerche individuali fuori dai canali catechistici, proprio perché lì porre domande e aprire problemi non è lo stile usuale. Ma anche ammesso che il relativismo etico sia una causa di assenza degli adulti non avremmo detto molto di utile. Come si cambia il relativismo etico? Accettando acriticamente ciò che dice la Chiesa, senza poterlo mai mettere in discussione, perché a priori la Chiesa ha sempre ragione? (e ovviamente non penso che la Chiesa abbia sempre torto). E quali sono eventualmente i luoghi in cui questo tipo di questioni possono essere poste, dentro la Chiesa? Un adulto che voglia crescere nella fede non può sentirsi dare solo risposte preconfezionate, e anche poco strutturate molte volte (anche se non sempre). Personalmente credo che proprio questo atteggiamento di acritica assunzione del dato di fede sia uno dei fattori che sta alla base del relativismo etico.

      • Federico Benedetti scrive:

        Non mi fraintenda, non credo nemmeno io che sia utile una assunzione “acritica” dell’insegnamento della Chiesa, è chiaro che la fede convolge anche la razionalità di ciascuno di noi. Vorrei solo sottolineare che spesso si rifuta la catechesi e la formazione per mancanza di umiltà, perchè si ritiene di saperne già abbastanza o ci si aspetta qualcosa di più “stimolante”. Ecco, forse il Signore ci parla anche attraverso gli strumenti logori e le parole “stra-abusate” delle catechesi dei nostri parroci. Forse dopo aver disprezzato i contenuti della catechesi (omogeneizzati, pappine insipide) dovremmo riflettere anche sulla disponibilità ad ascoltare di certi cattolici “troppo adulti”. Forse dovremmo semplicemente essere meno orgogliosi e superbi e imparare ad affidarci alle cure del Signore.

        Ringrazio Beretta e Borghi per gli spunti offerti alla riflessione e per la disponibilità al confronto.

  2. Claudia scrive:

    Bella associazione. Io, che il catechismo da piccola l’ho imparato a memoria a suon di sberle e che mi ha lasciato principi etici e morali cui ho sempre aderito ed una totale diffidenza ed antipatia nei confronti della chiesa e delle sue istituzioni mi sono riavvicinata alla fede facendo un giro lungo attraverso lo studio delle altre religioni e argomenti come la storia antica della chiesa, gli scismi e le eresie, Lutero, ecc… sono stati interessantisismi e fecondi. Se provo a cercare interlocutori o compagni di stada in questi studi trovo il deserto … la non conoscenza di tutti questi argomenti sembra proprio essere la regola anche tra i più assidui frequentatori. Tempo fa ho proprio espresso il mio disappunto in proposito ad un amico frate nei termini “io ho fame e mi trovo offerta solo minestrina slavata precotta e scipita”.

  3. Claudia scrive:

    … ecco proprio un esempio di minestrina riscaldata precotta e scipita. Cosa ne pensa della chiesa della famiglia è un tema stra-abusato. Anche tutti i non cattolici hanno le idee chiare in proposito, figuriamoci se non lo sanno i cattolici… a che pro continuare a ripeterglielo? Da cattolica trovo noiosissimo sentirmi ripetere le stesse cose. Invece ora trovo solo persone che parlano di famiglia, aborto o, con un guizzo di originalità, se proprio hanno voglia di osare, di moralità pubblica. Possibile che si debba sempre andare a finire di parlarsi addosso degli stessi argomenti?
    Certamente a temi più difficili ed impegnati parteciperebbero meno persone.
    La ragione, secondo me, è una fondamentale pigrizia. Molto meglio la comoda conferenza-cuccia in cui si riesce a sentirsi a casa e sentirsi bene perchè ti viene detto che la famiglia cristiana è così e cosà ed uno riesce a dirsi “quanto sono bravo, la mia famiglia è proprio così e cosà”…. una cuccia in cui ci si sente comodi e confermati.
    Qualche cosa che scuota le proprie certezze è troppo faticoso. Obbliga a pensare … e sono in tanti che preferiscono lasciare che siano altri a pensare per loro e mangiarsi poi l’omogeneizzato risultante.
    Caro Roberto … mettitela via … ad essere affamati siamo in pochi, temo. Forse neppure in numero sufficiente da venire presi in considerazione.

    • Federico Benedetti scrive:

      Ha sbagliato completamente bersaglio. Anch’io ho provato ad “annoiarmi” a certe catechesi e ho voluto fare un esempio per dimostrare che quando il tema è sentito come vitale c’è anche partecipazione. Quello di cui parlavo è un ciclo di incontri che comprende preghiera, riflessione sul Vangelo e sui documenti della Chiesa, rielaborazione personale e condivisione in gruppi di dieci/quindici persone. Per una parrocchia come la mia questa è una proposta originale e assolutamente nuova, almeno per gli adulti. Le assicuro che non tutti i cattolici praticanti hanno idee chiare riguardo alla famiglia e al pensiero della Chiesa, figuriamoci i non praticanti. La cosa che volevo sottolineare è che affrontando temi quali la festa, il lavoro, la prova c’è stato l’occasione di “mettersi in gioco”.
      A me è sembrata un’esperienza positiva, una catechesi utile, alla portata di tutti e capace di creare comunione.
      A persone che, come lei, hanno esigenze particolari, è giusto che la Chiesa proponga cammini diversi. La prego però di non disprezzare il percorso degli altri. La sua “fame” non le faccia dimenticare la carità verso il prossimo.

      • Claudia scrive:

        No, non disprezzo il lavoro degli altri o le necessità degli altri. Proporre temi facili e anche magari strabusati, se se ne vede la necessità credo sia normale.
        E’ normale anche dare pappa e cibo frullato ai neonati dato che non possono mangiare cose più consistenti. Non è normale continuare a crescere fino a 5-10-15 anni qualcuno dandogli solo pappa e omogeneizzati; la mamma che lo facesse sarebbe considerata una irresponsabile.
        E allora perchè è rarissimo trovare un cattolico di 50 anni che sappia rispondere su che cosa ci divide dagli ortodossi, su perchè si sono staccati i protestanti o su tante questioni simili ?

      • alessandro simonato scrive:

        Mi aggancio alla condivisione della bella esperienza di Federico, perchè tocca un tema a me a cuore. Cioè il fatto che esperienze diverse, che rispondano a esigenze diverse (d’altronde è lo Spirito a chiederci di essere aperti al plurale) sappiano in ogni caso partire da Dio e trasfigurare attraverso il suo sguardo la realtà concreta, con le sue doppiezze, le sue difficoltà, le sue gioie, i suoi ringraziamenti.

  4. assunta scrive:

    Mi permetto di intervenire da diretta interessata (sono impegnata nella catechesi degli adulti, in varie forme): una (delle molte!) difficoltà per noi che progettiamo gli incontri è l’estrema eterogeneità delle assemblee con cui ci confrontiamo.
    Come regola, parto da quelli dell’ultimo banco, che si nascondono dietro gli altri per non essere in alcun modo interpellati, tanto si sentono poco competenti. Se quindi devo proporre una lectio divina, non potrò certo soffermarmi su un’esegesi tecnica o sulla filologia, cercherò piuttosto di far sì che la Parola di Dio diventi significativa per la vita delle persone che ho davanti.
    Tanto meno, allora, potrò mettermi a parlare di filioque, pena il costruire sulle sabbie mobili: se le persone hanno una idea confusa sulla Trinità, come mettermi a disquisire sulle processioni dello Spirito?

    Il problema della catechesi in parrocchia è complesso, tocca certamente il tema della preparazione dei formatori, ma si spinge oltre. Cosa deve proporre una parrocchia? Formazione cristiana o informazione religiosa? Le due insieme? Strutturandosi su quale target? dove reperire persone che abbiano la disponibilità per dedicarsi a questo? se è solo il parroco a svolgere le catechesi per adulti, capiamo bene come gli sia impossibile, per ovvie ragioni di tempo, strutturare catechesi di livello diversificato per tutte le esigenze…
    Insomma, si accettano suggerimenti pratici, condivisione di esperienze positive, ogni proposta che ci possa aiutare.
    Ne abbiamo davvero bisogno!

  5. don Danilo Marcodoppido scrive:

    Non credo, francamente, sia solo la scarsa preparazione e la scarsa qualità di ciò che si propone (spesso non è proprio così) a dire l’allontanamento dalla fede (ragionata e passionale) di molti… credo sia invece un diffuso senso di impotenza rispetto al male, all’estraneità, alla solitudine, alla complessità dei problemi del mondo… per i quali Dio rimane un soggetto estraneo improbabile e ininfluente… a meno che, credo, non si faccia lo sforzo di cercarlo e invocarlo con tenacia e intelligenza, dentro o fuori la Chiesa, incuranti del pensiero “leggero” che pretende di vedere solo nel mito del tecnicismo scientifico ogni contenuto realmente veritativo… e comunque, a mio parere, la Chiesa, mediamente, offre ancora ottime riflessioni e strumenti di ricerca… credo dobbiamo smetterla di fustigarci e fustigare e cominciare invece a leggere, studiare, informarci e informare… senza buttare sempre addosso agli altri le croci che noi facciam fatica a portare…

  6. gilberto borghi scrive:

    Visto che sono stato tirato in ballo, ballerò. Credo che Beretta apra una questione vera. E vanno fatte delle precisazioni.
    1. La generazione dai 30 ai 60 anni è una definizione che racchiude condizioni culturali molto diverse. Quelli, come me, che hanno sui 50 anni sono stati formati ad una fede anche da pensare, oltre che da vivere. E a questi effettivamente sta stretto che la catechesi spesso sia solo la riproposizione di risposte preconfezionate, prese pari pari dai documenti ecclesiali. Le domande serie e vere restano eluse in questo modo. La generazioni dei 30enni invece credo sia molto più sensibile ad una fede sentita e poco pensata, perciò non trovano molto interesse ad approfondirla sul piano razionale. Vorrebbero una catechesi più esperienziale e fattiva. Quindi le motivazioni all’assenza sono diverse tra gli uni e gli altri.
    2. Innegabile la questione della formazione dei preti. Susanna Tamaro qualche giorno fa diceva che la Chiesa non si rende ascoltabile perché non conosce i linguaggi della gente reale di oggi. Credo abbia ragionissima. E dovremo pur chiederci se i percorsi di formazione dei preti di oggi sono in grado di aiutarli a conoscere questi linguaggi. Ma non solo. Spesso non conosco sufficientemente nemmeno la storia della fede cristiano, per poter divenire persone che possono “tradurre” il tesoro antico in parole nuove. Cinque anni chiusi in seminario a studiare vi sembrano sensati col mondo che abbiamo oggi?
    3. Esiste anche un problema di concretezza dei contenuti della catechesi, specie per gli adulti. Iniziative, convegni, seminari, momenti formativi, spesso hanno temi che davvero viaggiano 3 metri sopra la vita delle persone. Se un adulto esce di casa la sera per formarsi lo fa a condizione di pensare che si porterà a casa qualcosa che poi entra direttamente nella sua vita e lascia una traccia. L’”insipido” che cita Claudia è proprio questo: la sensazione di nessuna ricaduta della catechesi sulla vita reale.
    4. L’ora di religione. Discorso lungo e articolato. Credo che la continua erosione del numero degli studenti avvalentesi parli da sola, per dire che, così come è oggi, va rivista. L’ipotesi di Beretta merita perlomeno di essere discussa seriamente. Ma il problema è che sia lo stato che la Chiesa in questo momento non sono disponibili a muovere nulla. Dobbiamo aspettare che Islam o Buddhisti o altri chiedano altrettanto allo stato Italiano, per accorgerci che la dimensione religiosa appartiene all’uomo in quanto tale (e quindi anche al cittadino) e non all’uomo che professa una fede?

    • Claudia scrive:

      “E a questi effettivamente sta stretto che la catechesi spesso sia solo la riproposizione di risposte preconfezionate, prese pari pari dai documenti ecclesiali. Le domande serie e vere restano eluse in questo modo.”
      Hai centrato, per quello che mi riguarda, perfettamente il punto. Ho tante domande e pochi o nessuno cui porle. Siamo in un ambiente in cui non è ammissibile porre domande.
      Più o meno un anno fa un sacerdote mio amico mi ha regalato un libro di un famoso porporato italiano che prometteva di dare le risposte a 500 domande sulla fede. Prometteva risposte articolate e chiare, invece erano solo 500 domande, alcune banali altre grosse. Alle domande banali la risposta in effetti c’è; a quelle grosse c’è solo la trascrizione pari pari del catechismo con una sorta di ‘è così e basta’ … ma … e le articolate spiegazioni promesse nell’introduzione? Penso sia stata la lettura di tema religioso più inutile e frustrante che ho fatto in questi ultimi anni. Beh, per uno da scartare, per fortuna, ce ne sono molti di interessanti ed appassionanti …

    • alessandro simonato scrive:

      Con riguardo alla formazione credo che non si possa non chiedere ad ogni cristiano che voglia prendere sul serio la sequela – sia da laico che da consacrato – sia una conoscenza anche intellettuale dei contenuti del messaggio di salvezza e la tradizione della Chiesa, per non sproloquiare e fare affermazioni che nulla hanno a che fare con il cristianesimo, sia una vita radicata nella preghiera a partire dall’esperienza vissuta della remissione dei peccati. In molti consacrati e laici constato la consapevole mancanza di entrambi e lo si vede dal continuo discorrere in preda all’ira contro i mali della società e dal continuo deviare del discorso sulla politica. Ma Dio è veramente questo? Quale buona notizia ci ha portato Gesù? Non c’è una salvezza sperimentata concretamente nella propria storia che dà lo slancio di comunicare una vita che lotta contro il peccato (da intendersi non come devianza da una norma morale ma come occasione persa di umanizzazione) per testimoniare la possibilità di una vita più umana, più felice? In una società che si finge libertaria ed in realtà inocula mille e mille sensi di colpa, veramente vogliamo togliere a noi stessi e agli altri la possibilità di sperimentare l’amore gratuito di un Dio che piange, anzichè incazzarsi, sulla Gerusalemme che non lo accoglie? L’amore di Dio è proprio ciò che ci consente di assumere il reale senza nasconderlo, tanto che se ci fossero più guide spirituali serie e competenti di sicuro ci sarebbe meno bisogno di psicologi. Credo che molte catechesi attecchiscano poco, proprio perchè sono molto distanti dalla realtà, come un viaggio in elicottero anzichè un lavoro con l’aratro, ma pure lontane dalla concretezza antropologica della Buona Notizia, con ampie ricadute in una religione astratta della legge che il cristianesimo avrebbe dovuto superare

  7. Ireneo scrive:

    Caro Roberto Beretta, non mi è proprio chiaro il nesso tra la pessima qualità dell’insegnamento della religione, e la necessità di rinunciare all’insegnamento nelle scuole… Da cattolico, onestamente mi interessa poco che nelle scuole si insegni una fumosa ‘cultura religiosa’, non abdicherei così facimente.

    Schietta l’analisi sui risultati della catechesi. Certo, appiattire il comandamento della carità al solo amore per l’uomo, come direbbe von Balthasar, è uno dei peggiori errori ed è figlio diretto del marxismo. Eoncordo che non sia proponibile tornare al catechismo di Pio X, sebbene abbia funzionato benissimo al suo tempo: oggi non c’è più il contesto sociale adatto a proporlo sic et simpliciter; ciò non deve però portare ad abdicare all’insegmento di una dottrina seria e conclusa: il catechismo di Giovanni Paolo II ed il compendio di Benedetto XVI sarebbero davvero splendidi testi, se fossero adottati seriamente…

    Trovo infine eccellente l’idea di proporre cicli di lezioni sulle eresie, per due ragioni fondamentali:
    1. insegnare i contenuti di fede attraverso l’esposizione degli errori possibili è un ottimo modo per consegnare una dottrina assieme ai suoi paletti;
    2. tutte le più grandi eresie, dal donatismo all’arianesimo, dal monofisismo allo gnosticismo, dal montanismo al pelagianesimo, sono in fondo presenti in tutte le deviazioni dottrinali che, consapevolmente o inconsapevolmente, si trovano in giro oggi. Conoscerle è il miglior modo di sottoporre a verifica continua la propria fede.

  8. voce18 scrive:

    Carissimi, come prima cosa devo ringraziare l’amatissimo Cardinal Martini al quale devo tutta la mia sanità mentale, almeno in materia religiosa e spirituale.
    Oltre a lui devo ringraziare la mia mamma, appassionata cuoca ed ancor più amante dei bambini, che non mi ha MAI propinato un omogeneizzato ma si è sempre presa cura, con passione, di prepararmi cibi consoni alle mie età della vita.
    In poche parole penso che, per quanto riguarda la catechesi parrocchiale, la prima dote di un catechista (laico, religioso/a o sacerdote) è proprio la passione al punto da rendere questa persona contagiosa.
    Avete mai incontrato persone appassionate in qualsiasi materia? Quelle non smetterebbero mai di incantarvi con i loro racconti, con i loro particolari, con il loro sapere (a tavolino o per esperienza sul campo, sono comunque persone che “sanno il fatto loro”). Del loro sapere sono contenti di far partecipi gli altri e sorridono entusiasti mentre raccontano: hanno fatto un’esperienza che li ha riempiti di gioia e desiderano trasmetterla, senza tralasciare conoscenze e particolari. Sono persone disposte a mettersi a confronto ed in gioco anche con altre esperienze simili, proprio perchè sanno di poter arricchirsi attraverso questi incontri. Perdonatemi, ma più che il sapore (che peraltro concordo essere assolutamente insapore) a me piacerebbe ritrovare degli appassionati “discepoli” che ci introducono con gioia nella conoscenza dell’Unico che può cambiarci la vita!
    P.S. – anch’io ho dovuto cercare ed ho trovato fuori dalla Parrocchia un percorso più completo.

  9. maria scrive:

    quasi sempre il bambino sano e vispo, ancorchè di pochi mesi, rifiuta sdegnosamente le pappette che mamme e nonne vogliono affibbiargli, ma se riesce a prendere con la manina un pezzo di cibo salato e saporito se lo mangia di gusto.. L’errore è aver rinunciato ad essere il sale del mondo per volerne essere lo “zucchero”.. Il dolce a lungo andare disgusta.. il cristianesimo moderno è un dolcissimo stucchevole filantropismo.. chi parla più in una parrocchia moderna della Grazia ? Chi del Paradiso e dell’Inferno? Chi della natura della Santissima Trinità? chi dell’Essere e del NON-essere? Chi del tempo e dell’anima?
    Quello di cui si parla è : accoglienza , solidarietà, dialogo. E poi vi stupite se le conferenze parrocchiali sono vuote ? Invece di dolcissime ed insapori pappine buoniste fate delle belle serate sulla TEOLOGIA CATTOLICA DI BASE , da s. Tommaso d’Aquino, al Cardinale Newton ,oppure sui grandi MISTICI, S. Teresa, san Giovanni della Croce , questa sì che sarebbe un cibo salato per l’intelligenza e anche la curiosità dei non-credenti!!!

  10. Gabriella scrive:

    Credo che l’articolo tocchi davvero un punto nevralgico e dolente della nostra chiesa e del nostro essere cristiani. Ogniuno ha vissuto e vive una certa esperienza di catechesi/annuncio ..perciò è giusto che in questo spazio ogniuno possa esprimere liberamente (finalmente!) le proprie opinioni,
    sensazioni,delusioni speranze….
    Credo anch’io non sia facile trovare un “mediatore della Parola” innamorato al punto di contagiare chi lo ascolta…A volte capita (raramente) di incontrarne uno…basta una volta e… l’incendio divampa…non si ferma e contagia.Certo in molti casi si resta con la bocca asciutta, persino amara. Non credo però che bisogna arrendersi di cercare…. l’insoddisfazione dice già la ricerca…chi cerca è già in viaggio..si tratta forse di riconoscerlo questo viaggio
    di dargli un nome e renderlo pertecipe ad altri, (con tutti i dubbi la domande) che via via incrociamo nel nostro cammino..Allora la parrocchia con tutti i suoi limiti, diventa il luogo di partenza, la grammatica di base che ci permetterà (se lo vogliamo)di aprirci a nuove e ulteriori esperienze di Incontro, scrivendo noi stessi la continazione di quella Storia ….che ci hanno raccontato quando eravamo piccoli…

    • Vanni scrive:

      Gentile Gabriella,
      personalmente credo che sia preferibile l’atteggiamento (non facile) di farsi “servo della Parola innamorato al punto di contagiare chi lo ascolta…”.
      Il “mediatore”, anche se in buona fede, rischia di inquinare la Parola (di Dio) con le parole (di uomini), rendendo Dio opaco nel tentativo di renderlo invece trasparente.
      Facile a dirsi …

  11. lycopodium scrive:

    Visto che Beretta cita il Catechismo di Pio X (mettendo però le mani avanti, col dichiarare di non esserne nostalgico), io non ho il suo “rispetto umano”
    e dico a chiare lettere che l’abbandono di quel Catechismo ha provocato un immenso impoverimento di contenuti e di forme.
    Dei contenuti, se ne è accennato anche qui: c’è una ignoranza diffusa del minimo indispensabile per definire la fede cattolica (indipendentemente dall’aderirvi o meno, che è cosa diversa).
    Delle forme, perché ogni cultura religiosa si è sempre basata sulla memoria (ed ogni “cultura forte” è “forte” perchè intimamente basata sulla memoria: vedasi islam ed ebraismo oggi).
    Un tempo vi erano semianalfabeti che conoscevano ampi brani della Commedia a memoria.
    Oggi vi sono fior di cattedratici che ignorano l’abc della fede cattolica, compresi quelli che sui media si presentano come teologi.

    • assunta scrive:

      Sul catechismo di san Pio X, vorrei far notare che non è solo nella Chiesa che si è abbandonato il metodo mnemonico: la scuola stessa ha dato il suo contributo, tutta la nostra cultura ha vituperato per anni l’apprendimento meccanico. In tale quadro mantenere il catechismo vecchio stampo sarebbe stato impossibile. Anche il tentativo di reintrodurlo sic et simpliciter oggi è vano, quindi occorrono nuove mediazioni, non facili da individuare.

      L’unico elemento positivo nel quadro di Lyco, che delinea bene una parte della realtà, è che finalmente si comincia ad accorgersi di non sapere nulla, e quindi si torna ad essere curiosi.
      Come molti qui testimoniano.

    • Claudia scrive:

      Non lo rimpiango di certo, l’imparare a memoria va bene per i pappagalli del circo. Le sberle in risposta alle domande sono per fortuna ben relegate nel passato. Sono riuscita a perdonare quelle che mi sono beccata io; ma non sono disposta a permettere che qualcuno le reintroduca (altrimenti mi viene voglia di restituirgli quelle che ho preso io)
      Certe cose non si possono imparare a memoria, vanno capite, ben digerite, accettate e solo poi possono diventare parte della proprio vissuto e della propria esperienza.
      … poi, se qualcuno preferisce i pappagalli … mah!

      • lycopodium scrive:

        Ebrei e islamici, direttori d’orchestra, musicisti e cantanti, gli stessi testimoni oculari che hanno fedelmente riferito le parole di Gesù e quelli che fedelmente le hanno trasmesse: tutti pappagalli??????????????????
        Le sberle? Metaforiche e dolcissime, per chi svilisce il valore antropologico-culturale dell’arte della memoria…

        • Claudia scrive:

          Io parlo di sberle fisiche, realissime sberle da classificarsi negli abusi visto che appioppati ad una bambina di 8 anni. Tutti i testimoni della parola che ha citato lei sarebbero altrettanto da condannare se hanno usato simili metodi per trasmetterli. Ma, per fortuna non li hanno usati, hanno dato testimonianza, non imposto la loro verità a ceffoni.

      • assunta scrive:

        Certo mi sono spiegata male: non ho rimpianti, credo fermamente che se il passato fosse stato così perfetto, dato che Gesù ci ammonisce che dai frutti si riconosce l’albero, i frutti attuali avrebbero dovuto essere migliori.
        Quindi qualcosa da cambiare c’era, eccome.
        Detto questo, la legge del pendolo ci ha fatto passare bruscamente dall’apprendimento puramente mnemonico di verità astratte a… a volte nessun apprendimento, solo una pappardella insipida, l’omogeneizzato, appunto.
        La mia ricerca è per vie degne del Vangelo e degli uomini, su questa strada cerco suggerimenti. Che vengono, in diverse forme, e di cui ringrazio tutti.

  12. Simone Sereni scrive:

    sarò breve… sarà pure rassicurante ma il catechismo a memoria, no, grazie.

    Credo che i problemi della catechesi siano altri – io non sono un esperto – e Roberto ne sottopone provocatoriamente (come nel suo stile) alcuni, certo non generalizzabili.

    Detto ciò oggi sono contento perché mio figlio si è alzato prima del solito e mi “ha beccato” a leggere le scritture del giorno chiuso in cucina. Si è seduto con me e ha ascoltato un pezzo di salmo e il Vangelo; mi ha detto che a scuola (III elementare) il maestro di religione gli ha spiegato che cosa sono Vecchio e Nuovo testamento… per uno che già dal sabato fa resistenza tenace e non violenta alla messa… anche se ho dovuto cambiare la mia “routine” nell’ascolto… non è male.

    L’ho scritto perché mi sembrava il miglior modo per spiegare che cosa secondo me – tra le altre – potrebbe “integrare” la catechesi.

  13. Vanni scrive:

    Concordo molto con l’articolo di Beretta e con la sua diagnosi di insufficienza delle catechesi, ma personalmente ritengo che dovremmo andar oltre nella ricerca delle cause.
    Ho trovato ben condivisibili anche molte risposte, in particolare:

    - Gilberto Borghi: per le sue osservazioni sul “relativismo etico ” e per note come: ” chi più è spinto a interrogarsi sulla propria fede trova più facile percorrere ricerche individuali”:
    - Claudia: a cui aggiungo che, a parere mio, non possiamo neppure conoscere la nostra fede se non sappiamo almeno qualcosa della fede degli altri (soprattutto quella dei cristiani altri);
    - Assunta: che giustamente parte “da quelli dell’ultimo banco”; ma temo che finché la Chiesa fonda la sua fede sulle strutture (e sugli eserciti di catechisti) i fedeli rimarranno all’ultimo banco;
    - Don Danilo, che lamenta il “diffuso senso di impotenza” e che stimola a reagire: “dobbiamo … cominciare a leggere, studiare, informarci e informare.”
    Sulla questione dell’ora di religione aggiungo il mio parere: non deve essere ridotta ad una bandierina piantata per affermazione di potere. Ma quale (meschino) potere!!!
    Smettiamo di accusare dei problemi della Chiesa il “relativismo etico, morale e religioso”. Certamente questo fenomeno esiste, ma i problemi esterni non ci spaventerebbero se avessimo veramente fede in Cristo! La Chiesa invece soffre di “problemi interni” che non ci è lecito ignorare. Il primo di essi, a mio avviso, è che c’è più fede nelle strutture che in Cristo!

    Proprio il “diffuso senso di im-potenza”, di mestizia, di “mancanza di festa” che troviamo nei nostri scritti mi suggerisce il dubbio. Forse alla nostra Chiesa cattolica è venuto a mancare proprio il “Vino Nuovo”?

  14. adriana castellano scrive:

    Roberto Beretta è un bravissimo provocatore perchè ha il coraggio di esporre con ironia e chiarezza i suoi dubbi, che poi sono i dubbi di tanti,e tutti si accapigliano con toni più o meno agressivi a difendere le proprie posizioni.Ma chi da profana come me, legge i commenti coglie anche molto l’individualità e poco la collettività inoltre ci sono molte critiche e poche proposte perchè? molte analisi e poche soluzioni perchè?spesso anche tanta presunzione e poca umiltà perchè?non è che chi ha una conoscenza più profonda o per lavoro o per passione o per ricerca interna si sente uno scalino più su degli altri?

    • Vanni scrive:

      Gentile Adriana,
      io la mia modesta proposta ce l’avrei: che la Chiesa proponga un po’ meno se stessa e un po’ più Gesù Cristo e il suo Vangelo.
      E che nell’offrire il Vangelo ci siano meno “mediazioni” di quelle che, invece di mostrare Cristo, lo rendono invece più nascosto.
      Qualche occhio malevolo riuscirà forse a vedere in questo appello al Vangelo il pericolo dell’odiato “protestantesimo”?
      E che venga da Cristo e dal suo Vangelo tanto “Vino nuovo”, anche se purtroppo farà scoppiare tanti “otri vecchi” di casa nostra.
      Spero di non esserti sembrato un “presuntuoso”, ma solo un “innamorato inguaribile del Cristo e della sua Chiesa”, seduto sul gradino più basso.

  15. Emanuela scrive:

    Vorrei dire a Beretta che da un lato le sue provocazioni hanno senso e sono realistiche.
    Dall’altro però credo che poche volte si sia trovato a dover tenere degli incontri in una parrocchia su temi di fede.
    Non è affanto semplice, soprattutto se non si conoscono le persone: il pubblico è variegato, con cammini di fede alle spalle diversi. Quello che per una persona è la solita minestra, per un’altra è una novità che lo interroga.
    A volte neanche i parroci sanno bene cosa proporre e non hanno le idee chiare sulle reali necessità e sulla “ricerca” interiore dei loro parrocchiani.
    Solo quando si arriva davanti al microfono e si ha davanti la gente in carne ed ossa e non solo descritta dal parroco al telefono, solo quando si riesce ad avere un riscontro sincero e un dialogo con chi è venuto ad ascoltarti, allora si riesce ad aggiustare il tiro. Ma talvolta è troppo tardi perché le persone non ti danno sempre una seconda possibilità.
    In ogni caso sicuramente una cosa viene colta ed apprezzata da tutti: l’amore e il rispetto che hai per ciò di cui parli e la semplicità ( non il semplicismo).

  16. Vanni scrive:

    Molti hanno parlato delle proprie esperienze parrocchiali: qualcosa dirò anch’io della mia.
    Il mio Parroco è un sacerdote tradizionale, allineato con le metodologie che “piovono” dalla gerarchia. E la sua e mia parrocchia di conseguenza è una parrocchia tradizionale a tutti gli effetti che propina le solite catechesi … fatte di omogeneizzati, pur con molte apprezzabili eccezioni.
    La Chiesa in cui credo io è un po’ diversa, ed ha al suo centro (non la Chiesa stessa e le sue strutture, ma) Gesù Cristo come sgorga dalle Scritture. Ed è quella Chiesa che professiamo nel “Credo”: Una, Santa, Cattolica (= Universale), Apostolica (che dovrà un giorno rendere conto al suo Signore degli anatemi, delle scomuniche, delle divisioni … cioè, di aver odiato anziché amato!).
    Quindi su molte questioni il mio parroco e io non ci capiamo molto, pur essendoci fra di noi sempre molto ascolto e rispetto.
    Su altri punti però ci troviamo perfettamente: lui, sacerdote anziano, è entusiasta della sua vocazione sacerdotale (fossero così i preti novelli!); io sono entusiasta della mia vocazione al matrimonio. Entrambi con molti decenni di vocazione alle nostre spalle. È innamorato di Cristo e del Vangelo ed ha una fede forte e “contagiosa”: anche su questi punti ci troviamo perfettamente.
    Anche se abbiamo visioni diverse, è quindi il prete che augurerei sinceramente a tutti. Se ce ne fossero tanti di parroci come lui, la Chiesa sarebbe migliore!

  17. adriana castellano scrive:

    Grazie Vanni,
    la tua proposta è bella, sei stato veramente molto gentile, con molta semplicità hai mostrato il tuo cuore,e nessuna presunzione.

  18. Gabriella scrive:

    Grazie della precisazione Vanni. Ma il termine da me usato è volutamente “mediatore” che proprio perchè innamorato della Parola trasmette contagia.Perchè l’annuncio, la proclamazione della Parola richiede: il Kerigma;un accompagnamento di maturazione e una narrazione.
    Colui che evangelizza /media/serve la Parola è sua volta
    evangelizzato dalla Parola che risuona in un incontro tra due o più persone.Al di là della sottigliezza dei termini alla fine se non c’è un atto di fiducia, l’evangelizzazione non avviene.
    Emblematico è l’episodio nel vangelo di Luca dell’incontro di Filippo con l’eunuco..

    • Vanni scrive:

      Non ho difficoltà a condividere quello che affermi se il mediatore è veramente “mediatore” (come Filippo).
      La preparazione e l’equilibrio con cui scrivi mi fanno pensare che anche tu lo sia.
      Mi rendo comunque conto che la mia è una sensibilità particolare.
      Grazie a te.

  19. voce18 scrive:

    Mi sembra che Vanni, in un passaggio, approvi e citi come importante il fattore “contagio”.
    Nel contempo, una domanda: concretamente cosa significa “e che nell’offrire il Vangelo ci siano meno “mediazioni” di quelle che, invece di mostrare Cristo, lo rendono invece più nascosto”? Scusate, ma non mi è chiaro :-(

    • Vanni scrive:

      Caro/a Voce 18, mi piacerebbe avere una ricetta infallibile, ma non ce l’ho e “tenterò di dare una risposta”!
      Significa che, quando parlo di Sacra Scrittura, “cerco” di ripulire il più possibile le mie parole dalle spiegazioni abituali e dalle precomprensioni (di cui siamo tutti pieni).
      “Cerco” nei limiti delle mie capacità di essere preparato a inquadrare il Testo che stiamo leggendo nel suo libro, nel suo contesto storico, di presentare l’autore umano, il movimento cui appartiene, ecc. (Cose forse normali, che tutti noi facciamo!).
      “Cerco” di leggere sempre il Testo come se fosse la prima volta, spazzando l’abitudine (maligna) che mi porterebbe alla presunzione di sapere già cosa dice.
      “Cerco” nei limiti delle mie capacità di riferire il pensiero della nostra Chiesa, il pensiero degli esegeti (quelli che ho letto), le note importanti ricavate da BJ o da TOB; precisando sempre di chi mi faccio portavoce.
      Quando esprimo una opinione personale, sottolineo che è “mia opinione personale” evidenziando chiaramente quando questa opinione non è “allineata” con il parere ufficiale della Chiesa.
      Insomma, “cerco” di farmi onestamente e umilmente servo della Parola che annuncio, nella certezza che la Parola di Dio, pur con tutte le sue difficoltà, non sia assolutamente una “Parola imbranata” incapace di parlare a chi la vuole ascoltare, una Parola da tenere sempre sotto tutela (per paura di quello che può dire di scomodo!)
      Cosciente di essere sempre un povero uomo tanto capace … di sbagliare.
      Ho “cercato” di spiegarmi.

    • Vanni scrive:

      Dimenticavo una precisazione: le mediazioni che, invece di mostrare Cristo, lo rendono invece più nascosto, a mio avviso, sono quelle fatte con l’atteggiamento: “Adesso ti spiego il brano!”, nella presunzione che chi spiega sappia tutto! Perché nessuno è “padrone della Parola”.
      In questi casi la spiegazione fatta di “omogeneizzati” mi sembra inevitabile.

      • lycopodium scrive:

        Giusto, il c.d. “libero esame” oltre ad essere un’eresia, è pure un bugia e una castroneria (solo Lui che è la Verità rende liberi)…

      • lycopodium scrive:

        Ciò ovviamente non significa svalutare radicalmente la funzione mediatrice della tradizione e dell’autorità:
        “la fede non è soltanto credere in Qualcuno: è anche credere con altre persone e credere attraverso qualcuno, che ci ha parlato di Dio in parole e opere… da un luogo.” (G. C. Olcuire)

  20. Vanni scrive:

    Caro amico Lycopodium,

    1) “Libero esame”: la libertà è un dono di Dio e solo nella libertà possiamo rispondergli in nostro “sì”.
    È una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dagli animali. A mio avviso è irrinunciabile. Infine, è proprio la nostra Chiesa che insegnamento della Chiesa cattolica, in contrapposizione a Lutero.
    2) “La funzione mediatrice della tradizione e dell’autorità”: tu non mi hai capito! Io ho il massimo rispetto per la Tradizione e per l’autorità, però permettimi di fare mie le parole di Pietro e Giovanni, che, nella libertà, hanno detto davanti al sinedrio: “Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi” (At 4,19).
    2a) “Mediazione”: dal momento che “l’ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio … è stato affidato al solo Magistero …”, io non mi permetto di “interpretare” le Scritture, ma mi limito a “leggere” (ben attento ai pericoli di una lettura fondamentalista) e, il più delle volte, le Scritture parlano da sole, se nessuno tenta di metterle “sotto tutela”.
    Naturalmente accetto la mediazione della Chiesa, e dico “grazie” se di “mediazione” si tratta, e non di “interposizione”. A volte però, ti confesso, l’interpretazione ufficiale di certi passi della Scrittura non mi convince, e “liberamente” non l’accetto. A volte la traduzione CEI di certi testi non è molto fedele al testo originale, e allora preferisco leggere traduzioni più rispettose della Parola di Dio. Insomma, accetto le mediazioni che “mediano” Dio, non quelle che l’ “offuscano”.
    3) “bugia, castroneria, eresia”: parole che, a mio avviso, riflettono una scarsa propensione alla carità. Io non mi permetterei di dirti cosa penso della tua religiosità (che non condivido affatto!), perché mi sta a cuore il comando: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.” (Mt 7,1-2). Quando ci troveremo entrambi davanti all’unico Giudice (spero che ci vedremo, in quell’occasione!) sarà Lui a decidere quali “bugie, castronerie, eresie” avrò detto io, e quali avrai detto tu!

  21. Vanni scrive:

    Scusa, Lycopodium, ma mi è partito il comando di invio quando stavo ancora correggendo il punto 1). Volevo aggiungere il suggerimento di rileggerti il CDCC: “La libertà dell’uomo”, nn. 1730-1749. Termina con la citazione: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1)

  22. lycopodium scrive:

    Boh,
    chissà che idea della mia religiosità (e della mia carità) ti sei fatto…
    Per il resto, mi limito a dire che altro è un “esame libero”, altro è il “libero esame”, che “libero” non lo era affatto (almeno nel senso cattolico del termine, che mi pare entrambi accettiamo).

    • Vanni scrive:

      Per Lycopodium.
      Tu dici: “Senso cattolico … che mi pare entrambi accettiamo”:
      Non credo che esista un “unico senso cattolico” = “appiattimento delle diversità e delle libertà.
      Il “senso cattolico” di Bagnasco non è lo stesso di quello di “Martini”; il “senso cattolico” di Paolo VI (Concilio Vaticano II) non è lo stesso di quello di Paolo IV (Concilio di Trento).
      Scendendo molto umilmente di livello: il mio “senso cattolico” temo che sia molto diverso dal tuo, ma questo non mi impedisce di considerarti “fratello nella fede”, pur “diverso da me”.
      Noi uomini – dice il Vangelo – pretendiamo di separare prematuramente la zizzania (più precisamente: quella che “noi giudichiamo zizzania”) dal buon grano, dimenticando che Dio riserva per sé, alla fine dei tempi, questo tipo di cernita. (cf. Mt 13,24-30). Ma, se vogliamo tener conto del comando di Dio, è meglio che lasciamo le reciproche accuse di eresia al passato, a tempi di inquisizione purtroppo molto bui per la Chiesa che amiamo.
      Purtroppo noi cristiani, da sempre, soffriamo di divisioni, e ci piace tanto dire: “Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa”. Ricordiamoci piuttosto di affermare con forza: “Io sono di Cristo!”.
      Questa è, a mio umile avviso, l’ “unità” comandata da Cristo (cf. Gv 17,21), che non è né acefalico appiattimento, né qualunquistico “sincretismo”, ma camminare insieme verso la casa dell’unico Padre.

  23. Maria Teresa Pontara scrive:

    Esiste un forse “senso cattolico” del termine “libero”? Mi piacerebbe conoscerlo, perché nel dizionario dei termini teologici non figura e credo sia un termine univoco, per tutti.

  24. lucio croce scrive:

    Il desiderio di tornare al Catechismo di San Pio X (!) è emblematico: decenni di latente ostilità ai contenuti del Vaticano II hanno, evidentemente, prodotto i loro frutti…. Il mondo cattolico, ormai da tempo, ha ricominciato ancora una volta a ragionare con schemi mentali rivolti al passato piuttosto che al presente. Il Concilio aveva avviato il tentativo di mettere la Chiesa in sintonia con i tempi; ora, invece, stiamo tornando sui nostri passi perché, evidentemente, delusi dai risultati. Ma quali sono i risultati che la Chiesa dovrebbe ricercare? quelli visibili, rappresentati dalla massiccia partecipazione che si registrava una volta alle funzioni religiose, quando le chiese erano piene ma i vangeli non li leggeva quasi nessuno e il popolo pregava, sì, devotamente, ma in latino, senza quasi capire quel che diceva, spettatore non sempre consapevole di riti cui partecipava più con il corpo che con l’anima? O quello, meno quantificabile ma forse più importante, rappresentato da una sostanziale conversione dei cuori, premessa di un mutamento di stili di vita – anche da parte dei tanti che si proclamano orgogliosamente cattolici – che poco hanno a che fare con il Vangelo? Ma quand’anche il ritorno al passato riempisse, cosa molto opinabile, di nuovo le chiese, siamo sicuri, così operando, di fare la cosa giusta? La Chiesa del passato è stata – non solo, ma anche – quella delle crociate, dell’Inquisizione, dei tanti casi Galileo che si sono periodicamente ripetuti nel corso dei secoli, dei roghi, della religione che talvolta sconfinava nella magia, della lotta cruenta, senza esclusione di colpi, contro chiunque avesse un’ opinione “diversa”, a qualsiasi titolo (e non serve dire che anche “gli altri” si sono macchiati di analoghe colpe: “gli altri” sono “altri”, noi avremmo dovuto – e dovremmo – comportarci in maniera diversa, perché siamo cristiani! E se così non fosse, quale sarebbe allora la differenza?). E poi, questo continuo desiderio di ritorno al passato che ha caratterizzato gli ultimi decenni e, in particolare, i giorni nostri è forse servito a mitigare la crisi nella quale ci dibattiamo non – giova sottolinearlo – dagli anni successivi al Concilio, come sostengono i suoi abili ed influenti detrattori, bensì da molto tempo prima, come ben sa chiunque conosca un po’ di storia della Chiesa? Ed è da sognatori che vivono con la testa tra le nuvole pensare che se i semi del concilio fossero stati fatti liberamente fruttificare ci troveremmo ora a vivere in una Chiesa, ed anche in un mondo, forse un po’migliori e con prospettive meno fosche di quelle che si stanno affacciando all’orizzonte? E inoltre, anche volendo prescindere da giudizi di valore, ma come si può sperare di parlare efficacemente alla gente del 2010 utilizzando categorie culturali risalenti all’ottocento e mettendo, conseguentemente, sotto processo teologi del calibro di Bernard Haring o Karl Rhaner, tanto per citare solo due nomi al di sopra di ogni sospetto? Saluti lucio

    • Gennaro scrive:

      Parole sante. Ringrazio il signor Croce.
      La fede deve essere semplice, come quella dei nostri nonni, ma non può rinunciare ad essere consapevole. Ed esistono diversi livelli di consapevolezza, da quello del teologo, a quella del catechista, a quella del cristiano semplice, tutti chiamati a dover rendere ragione della speranza.
      In diversi post qualcuno, con parole migliori delle mie (il signor Borghi, se non erro), ci ha ricordato che la fede non è solo un fatto di testa, anche di cuore.
      Non di meno continuo a pensare che il sogno di noi tutti dovrebbe essere quello di vedersi riempire le chiese con cristiani consapevoli, con uno stile di vita fuori dalla chiesa trasparente e per cioò stesso eloquente.

  25. lycopodium scrive:

    @ Vanni
    Il “senso cattolico” di Paolo VI (Concilio Vaticano II) è, sottolineo, è lo stesso di quello di Paolo IV (Concilio di Trento). Se, poi, quello di Bagnasco e/o Martini non fosse lo stesso della Chiesa (non lo credo affatto), problemi loro, non certo miei.
    Che le eresie ci siano state e che ci siano nella Chiesa, la massima carità possibile è riconoscerlo e adoperarsi perchè vengano superate (Beretta docet).
    Tacere, per paura di appiattire?
    Non è buona medicina.

    • Vanni scrive:

      Cioè, per te tutto è appiattito. Ciò che non riesci ad appiattire, è eretico.
      E’ questa la tua buona medicina?

      Io ostinatamente insisto: il ruolo di giudice, e aggiungo anche quello di medico, preferirei lasciarli a Cristo, che mi sembra un po’ marginalizzato nel tuo “senso cattolico”.

  26. lycopodium scrive:

    @ Maria Teresa
    Vedere il CCC, anche se non è teologicamente “à la page”.

    • Maria Teresa Pontara scrive:

      Mi permetto con semplicità di precisare che nell’indice analitico del CCC non esiste il termine “libero” (oggetto della mia domanda sul libero esame/esame libero e relativo senso cattolico), bensì quello di “libertà”. Non insegno teologia morale, ma ho discusso una tesi proprio su etica laica/cattolica e ho avuto la fortuna di continuare a lavorare, e pubblicare, con il mio relatore e il dono dell’amicizia di un altro teologo morale, ora vescovo emerito.
      Mi permetto di dire che il CCC affonda, e non potrebbe essere altrimenti, le sue radici nel Vaticano II, e per il concetto di libertà nel n. 17 della Gaudium ed Spes. Grandi teologi del passato si sono interrogati sul come conciliare la libertà umana con la volontà di Dio, ma Egli ci lascia totalmente liberi (anche di non riconoscerLo o di rifiutare il suo dono più alto, come quello della vita), anzi la libertà è proprio una delle caratteristiche costitutive dell’uomo, di ogni uomo, cattolico e non.
      “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1): tutti, figli di Dio.
      Non esistono paletti fra “noi” e gli “altri”. L’autentico “senso cattolico” della libertà è la più straordinaria libertà dell’uomo, qualunque uomo, che ci distingue dagli altri animali, non tra di noi.
      Prometto, con altrettanta semplicità un prossimo post su questo argomento.

      • lycopodium scrive:

        Da totale autodidatta, consento cordialmente.

      • lucio croce scrive:

        Una puntualizzazione eccellente, è stato davvero un piacere leggerla. “Cristo ci ha liberati perchè restassimo liberi”. Liberi, forse, di fare quello che ci pare? No, ovviamente la libertà del cristiano non è questa, bensì quella – gravosa, per chi crede – di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, e risponderne, sulla base di una coscienza rettamente formata

  27. lycopodium scrive:

    @ Lucio
    Grazie per avermi fatto capire quanto sono brutto e cattivo. Vado a confessarmi subito, se trovo ancora qualcuno che confessa. Non posso dire “mea culpa”, perchè troppo antiquato.

    • lucio croce scrive:

      Lungi da me l’idea di attribuire patenti di “cattivo” o di “buono”! Però, non ho il Suo stesso diritto di esprimere il mio pensiero? Cordialmente lucio

  28. rita bartesaghi scrive:

    ogni ‘analisi funzionale’ ha aspetti positivi,ma perchè partire sempre da ‘critiche’ a chi si opera per diffondere amore,perchè ‘schiaffeggiare’ preti che sudano sangue e sudore per porgere la Parola…perchè in un mondo in cui il ‘negativo’ è esaltato unirsi a questa corsa alla cirtica,al dispregio di chi si impegna,invece di RENDER GRAZIE A DIO che ancora un piccolo gregge vive ‘sulla Parola’?
    Più che di analisi sull’evoluzione dei fatti abbiamo bisogno di testimoni che ci mostrino come il vivere in Gesù ha loro cambiato la vita così da esser invogliati a cercare di vivere una vita secondo lo spirito.Una mamma serena nel turbinio di una vita molto difficile

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>