La questione decisiva

In questo articolo Gilberto Borghi scrive: «La fede sta o cade solo se le nostre azioni – fisiche e sociali, non solo spirituali – riescono a fare “apparire” Dio nel tempo in cui viviamo». E tu che ne pensi?

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10 risposte a La questione decisiva

  1. Ireneo scrive:

    Caro cardo salutis, grazie Gilberto Borghi per questa splendida citazione e per tutto l’articolo, che mette a fuoco un problema fondamentale del nostro tempo.

    Mi vengono in mente tante concause che partecipano di questa dissoluzione del cristianesimo in una religione meramente sentimentale e spirituale, che non è nella tradizione cattolica.
    In ordine sparso.
    Certamente c’è un fattore culturale e antropologico, che origina nel pensiero moderno, con Hegel in primis.
    Molto fa una certa contaminazione protestante e puritana, venuta dal nord Europa. Questo è particolarmente fastidioso, perché è l’etica protestante – quella del protestantesimo storico almeno – e puritana, e non quella cattolica, a volersi liberare della carne; persino ad abbandonare la gioia dei vivaci colori medievali e rinascimentali per incupirsi sul grigio e sul nero degli abiti borghesi moderni. Ricordo un magnifico romanzo, che consiglio a tutti, il pranzo di Babette, da cui è tratto un bel film omonimo, sul contrasto tra il cristianesimo puritano danese e quello cattolico di un’immigrata francese.
    Molto fa anche la contaminazione con le spiritualità new age ed orientali, in generale con lo gnosticismo (in nuce presente anche nel protestantesimo), eterno virus che dai tempi dei Padri flagella la Chiesa.
    Una certa teologia del ’900, ad esempio la cristologia kerygmatica, per quanto non dica né proponga nulla di errato od eretico, figlia del suo tempo ha certamente contribuito a questo “shift” spirtualistico e gnosticheggiante.

    La Chiesa, nel perseguire giustamente un dialogo più proficuo con la modernità, negli ultimi decenni ha talvolta ceduto – per ingenuità forse, o perché il compito è tanto arduo – ed ha assunto taluni di questi ‘vizi’. Io lo trovo comprensibile, il 900 è stato un secolo incredibilmente complesso; cionondimeno è un problema da correggere.

    Domenica, a Milano, passavo nella mia parrocchia per consegnare un libretto di canti ambrosiani che stiamo preparando, per un’iniziativa del parroco che intende solennizzare maggiormente una delle Messe della domenica.
    Non ho potuto fare a meno di notare la differenza abissale tra il canto allo spezzare del pane che si stava cantando in quel momento, Parole di vita abbiamo ascoltato… la nostra speranza è un pane spezzato… che credo tutti conoscano, ed il canto proposto dalla liturgia ambrosiana, che in italiano suona così:
    Il tuo corpo è immolato, o Cristo, il Calice è consacrato.
    Il tuo Sangue ci giovi sempre per la vita
    e per la salvezza delle anime, o Dio nostro.
    Alleluia.

    Ecco, non dico che questo sia l’unico problema, ma se la liturgia è fonte e culmine della vita della Chiesa, certamente non è un problema di poca importanza.
    Forse, nelle stesse parole della liturgia, si è perso per strada il riferimento alla fisicità di Gesù Cristo, alla sua corporeità, di conseguenza al Sacrificio che si compie in maniera incruenta sull’altare ad ogni Messa ed alla sua presenza reale, lì di fronte a noi.
    Sarà forse per questo che poco dopo, al momento della consacrazione, notavo come la maggior parte dei fedeli stesse in piedi, un po’ distratta, similmente a come stavano in piedi poco prima alla lettura del Vangelo. Credo, sostanzialmente ignari di cosa stesse accadendo e di cosa avevano davanti.

    Nell’articolo si cita la fisicità della preghiera dei musulmani. Una scuola storica vuole che una parte della loro gestualità, tra cui la postura della preghiera e le abluzioni, siano un retaggio degli usi cristiani del VII secolo. Trovo sconcertante che riescano a farlo loro, di fronte ad un Dio totalmente altro, che di umano non ha nulla, e non risciamo più a farlo noi di fronte ad un Dio che si è fatto uomo. Forse è perché ce ne dimentichiamo troppo spesso.

  2. adriana castellano scrive:

    Questo post fà delle riflessioni sicuramente importanti su come vivere la fede, ma a mio modesto parere ci sono anche delle considerazioni da fare .
    Le persone hanno un “baricentro basso” vivono più sentendo che pensando,dice Borghi è vero che il sentire prende il sopravvento sul pensare soprattutto nelle questioni di cuore,quanti “ti amo” scritti, detti, consumati tra le lenzuola e finiti per qualche banale incomprensione. Tanti, troppi, e in questo caso non producono pienezza e non fanno scoprire neanche l’amare, parola di cui tutti ci riempiamo la bocca.
    Solo vivendo la vita con il coraggio collegando testa cuore e corpo possiamo amare, avere una pienezza interna, che ci fa accogliere chi abbiamo di fronte.Quante volte crediamo di amare e invece stiamo appagando noi stessi?
    Quante volte doniamo per la gioia di donare?
    Quante volte chiediamo scusa? Sono tutti gesti che dovrebbero collegare la testa il cuore e il sentire, e invece è più facile andare da un psicanalista, che farli.
    L’educazione cattolica secondo me dovrebbe insegnare il senso dell’amare il prossimo non solo con i versetti o con i paragrafi,( che anch’essi servono) ma con gli esempi che ognuno di noi può dare dal piccolo al grande gesto.
    I ragazzi spesso hanno una visione distorta dell’amore perché viene raccontato dai grandi con tanti punti di vista da quello religioso, blasfemo, musicale, sessuale e altro, ma la conoscenza la faranno sperimentando con la testa e il cuore e il sentire, soprattutto se avranno l’esempio degli adulti. Il vivere solo “sentendo” purtroppo non paga
    La fede è una questione così personale che non può essere indotta in un modo o in un senso è fatta di piccoli passi e si costruisce con l’esperienza, la conoscenza e la consapevolezza di se, dove il cuore l’anima e la testa accolgono il senso dell’essere e con esso, quello dell’amare.
    Forse ci vorrebbero persone che hanno queste caratteristiche, per educare alla fede.

  3. lucio croce scrive:

    Caro Prof. Borghi, scusi la domanda, che può sembrare provocatoria però l’intenzione non è tale: ma la Fede cristiana ha bisogno di “tranches” o di “sforzi fisici enormi”? Io sono un meridionale e nelle nostre realtà popolari spesso la religiosità viene vissuta con modalità simili; non credo di avere il diritto di giudicarle ma che non credo neanche che debbano essere portate come esempio di una Fede genuina. Il problema – a mio opinabile avviso – non è che il cristianesimo non venga “vissuto col corpo” , come sostiene il Suo amico, ma che viviamo un cristianesimo edulcorato, perchè quello vero sarebbe troppo impegnativo; una Fede più da catechismo – da domande e risposte – che vissuta. In fondo è relativamente facile limitarsi ad osservare una serie di precetti, più difficile assumere stili di vita in linea con gli insegnamenti di Gesù: a chi oggi, ad esempio – ma penso che il discorso sia stato sostanzialmente lo stesso anche nel passato – farebbe piacere essere definito “mite”, quando l’aggressività è ritenuta una virtù? o “povero in spirito”, che viene ritenuto quasi sinonimo di imbecille? o “puro di cuore”, quando il messaggio continuamente veicolato è quello di fregare gli altri prima che gli altri freghino te? Quello che il Suo amico dovrebbe rimproverarle – e rimproverare a tutti noi credenti – non è tanto una carenza di “fisicità” della nostra Fede ma un sostanziale fallimento per non essere riusciti, dopo 2000 anni, a creare un mondo anche solo parzialmente in linea con il modello delle Beatitudini, la Magna Charta del Cristianesimo. La nostra, in teoria, dovrebbe essere una Fede molto concreta, Gesù lo dice chiaramente: Suo discepolo non è chi dice “Signore, Signore”, ma chi fa la volontà del Padre; e qual’è la volontà del Padre? “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito, forestiero e mi avete ospitato…Venite benedetti del Padre mio”. Ovviamente, vivere questo tipo di Fede costa e questo spiega anche perchè siano ben pochi i testimoni credibili. Grazie per l’attenzione e mi scusi se ho espresso opinioni che forse non condivide. Cordiali saluti lucio

  4. lycopodium scrive:

    Grazie a Borghi per lo stimolante articolo e grazie ad Ireneo per il doloroso spaccato DAVVERO PARADIGMATICO dell’attuale situazione ecclesiale.

  5. maria scrive:

    Concordo in tutto con Ireneo .
    La fisicità della fede passa anche nell’inginocchiarsi, nei riti cristiano- ortodossi persino nel prostarsi colla fronte a terra.. ma basta vedere un chiesa occidentale moderna per capire che questo non è più possibile, che nessuno o quasi nessuno mostra più col proprio corpo quella reverenza, quell’adorazione , quel “timore e tremore” che i musulmani mostrano verso DIO.. e se qualcuno a volte lo fa viene guardato con fastidio come un fanatico pazzarello..
    in chiesa , al giorno d’oggi, si sta compostamente seduti con le gambe accavallate o in piedi a braccia incrociate ..
    il cattolicesimo moderno si è protestantizzato, ha perso la fede nella carne e nel sangue, nell’uomo INTERO, e ha ceduto alle lusinghe di una religione tutta sentimentalità , moralismo e intelletto, come dice giustamente Ireneo. E nei canti che oggi sentiamo in Chiesa non si da’ più nessun significato alle parole, che spesso sono banali, ripetitive e infantili.. il gregoriano era una musica costruita sul TESTO SACRO, prima veniva il testo , la musica era ancella del testo.. oggi si fa il contrario si prende una musica orecchiabile ,facile, a ritornello, e gli si adatta qualche parola pia così a caso…”la nostra speranza è un pane spezzato”..si potrebbe anche cantare ” perchè coi fratelli mi sono trovato” oppure ” nel Tuo cammino mi sono inoltrato” e così via.. la rima baciata e il ritornello…

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