In questo articolo Christian Albini scrive: «L’aver respinto un principio di rottura è stato letto come un’apologia dell’immobilità. Ma letture del genere hanno dimenticato che il termine usato dal Papa è “riforma”». E tu che ne pensi?
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Grazie per l’umile chiarezza! Cominciamo la giornata alla luce della Parola di Dio e della Chiesa che la ascolta e la ama… e si rende amorevole annunciatrice.
Concordo pienamente (l’unica cosa che mi piace meno è la ripresa di quell’espressione politically correct “diversamente credenti”…). Aggiungo: se fosse corretta l’”ermeneutica della rottura” avrebbero ragione i tradizionalisti ad accusare il Vaticano II di tradimento della vera fede. Quella della continuità è l’unica ermeneutica accettabile proprio per rendere ragione delle scelte conciliari. Ciò di cui sono meno sicuro è che sia davvero la continuità quella perseguita in ambienti in cui si rimproverano cedimenti ed errori a Paolo VI e a Giovanni Paolo II, si depreca la riforma liturgica (il che è diverso dal difendere le ragioni del rito di Pio V / Giovanni XXIII) o magari si auspica il ritorno alla sedia gestatoria e, chissà, forse un giorno al triregno…?
Quando il Papa parla di “giusta ermeneutica” (sottolineando l’aggettivo “giusta”) probabilmente ha presente che alcune interpretazioni dei documenti del Concilio sono andate ben oltre le intenzioni iniziali. Termini come “ermeneutica della continuità” o “ermeneutica della discontinuità” indicano quanta difficoltà ha incontrato la Chiesa nell’assimilare e vivere le decisioni del Concilio, quanto sia stato difficile trovare la “giusta” ermeneutica…
Preghiamo per il Santo Padre Benedetto XVI e perchè questo Anno della fede possa rappresentare per la Chiesa un’occasione preziosa di purificazione e consolidamento della nostra fede.
Mi pare che l’autore dell’articolo interpreti le parole del Santo Padre un po’ a senso unico.
Lecito, ma vorrei proporre una seconda lettura.
Alla luce di numerosi altri testi dello stesso papa, le sue parole riferite al Concilio: “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa” lasciano pochi dubbi sulla consapevolezza che lo stesso Concilio non sia fin’ora stato letto e recepito secondo una giusta ermeneutica, o non completamente. Ed è lo stesso papa a richiamare l’attenzione, con il suo stesso esempio, su diversi aspetti in cui il post-concilio ha tralineato le indicazioni conciliari: per citarne solo due, nella liturgia e nel dialogo ecumenico il papa ha impresso dei cambiamenti di direzione notevoli ed impensabili fino a qualche anno fa. Al contrario di come alcuni vorrebbero far credere, non si tratta di restaurazione, ma più semplicemente di una corretta interpretazione delle stesse indicazioni conciliari.
Dunque, la sicura bussola di cui parlava Giovanni Paolo II e che Benedetto XVI cita, non è propriamente quella che è stata seguita dagli anni ’70 agli anni ’90, ma è necessario fare un profondo ed umile lavoro di rilettura del Concilio Vaticano II, scevro da ogni ideologia figlia del suo tempo, per essere certi di affidarsi ai testi lasciati in eredità dai Padri conciliari (il riferimento ai testi non è certo casuale), e non a quel vago spirito conciliare tanto amato da taluni, e tanto aborrito da altri.
A questo, Bendetto XVI ci sta umilmente e fermamente invitando, con le parole e con i gesti.
“La sicura bussola di cui parlava Giovanni Paolo II e che Benedetto XVI cita, non è propriamente quella che è stata seguita dagli anni ’70 agli anni ’90″… E così non si reintroduce forse l’idea di una rottura? Rottura tra due periodi del post Concilio (il primo perverso, il secondo tuttora dedicato alla faticosa ricomposizione dei cocci) e rottura fra magistero pontificio e vita della Chiesa. E’ un’ermeneutica dannosa, adottata, voglio credere inconsapevolmente, anche da alcuni che in altri contesti ne vedono giustamente l’inadeguatezza.
C’è rottura e rottura: quella che una certa ermeneutica vorrebbe introdotta dal CVII è rottura a livello del Magistero, che sarebbe non più in continuità con la Tradizione precedente.
Personalmente rifiuto questa lettura, e così rifiuto ogni lettura che veda rotture nel Magistero ordinario anche successivo al Concilio.
Che vi sia stata una discrepanza – non userei il termine rottura – tra Magistero e vita ordinaria della Chiesa nel post-concilio mi pare invece sotto gli occhi di tutti: basta vedere cosa accade in certi paesi del nord Europa.
Questo però è certamente meno grave, persino fisiologico, ed è già accaduto innumerevoli volte nella storia, laddove il Magistero è dovuto intervenire per ‘richiamare all’ordine’.
Mi pare più pericoloso volerlo nascondere!
bisogna intendersi su cosa si intende per tradizione. Se si fa riferimento a quella dei decenni antecedenti il VAticano II è ovvio che la rottura c’è stata. Se si fa riferimento alla tradizione bimillenaria che dalla Parola, attraverso le riflessioni dei Padri, ha condotto la fede della Chiesa fino a noi, allora ha senso usare il concetto di riforma per richiamare un mutamento significativo che, in fin dei conti, ha rappresentato un nuovo radicamento più profondo nella Parola
Io so solo che le persone umili, semplici, gli umili fedeli dopo la famosa riforma liturgica, l’abbattimento e la spoliazione degli altari per rivolgerli al “popolo”, il trasferimento del tabernacolo da centro della chiesa a nascosto in un angoletto, il cambiamento del canone della S. Messa, ecc. ecc. esclamarono addolorati “ci hanno cambiato la Fede!”
dunque chi vuole difendere l’indifendibile ( il Concilio Vaticano II E’ STATO UNA ROTTURA, una rottura netta , direi brutale, con 2000 anni di tradizione cattolica) mi sembra si arrampichino sugli specchi.
per gli entusiasti n e i fan del CVII il “vero cristianesimo” è INIZIATO dal CVII!!
Prima, per costoro c’era solo la supestizione più bieca e medievale… !!!
In attesa che siano i pastori della Chiesa a dirmi che sto arrampicandomi sugli specchi, mi ritengo libero di apprezzare le ragioni del Vaticano II, senza per questo insultare come bieco, superstizioso o medievale chi la pensa diversamente.
Vogliamo sì o no discutere su ciò che ciascuno scrive nero su bianco, e smetterla una buona volta di speculare su intenzioni e sentimenti di quelli che scrivono?!
mi scusi, ma prima di fare affermazioni così brutali prima le cose bisogna conoscerle. La Parola, innanzitutto. La Tradizione dei Padri della Chiesa, in secondo luogo. Perchè il Vaticano II ha riformato alcuni aspetti della tradizione in alcuni casi degli ultimi decenni, in altri del post Concilio di Trento, radicando nuovamente la Chiesa nel solco di quella che è la Tradizione bimillenaria fondata sulla Parola. Che sia stato una rottura con una tradizione bimillenaria è un’affermazione che dovrebbe far molto riflettere chi la scrive. Di quale fede e di quale tradizione stiamo parlando?
Attenzione al gergo.
La Chiesa non è fondata sulla Parola; è fondata su Gesù Cristo, carne sangue e divinità, sulla sua Incarnazione, il suo Sacrificio e sulla sua Resurrezione.
Sarx e Logos, non Logos e basta.
Se poi per Parola si intende la Sacra Scrittura o il Vangelo – equivoco nel quale è facilissimo cadere – allora attenzione a non finire nel protestantesimo. Che la Scrittura è Tradizione, non è la Tradizione a fondarsi sulla Scrittura.
Giusta la prima precisazione. La seconda meno, mi pare (vd Lumen GEntium) Il riferimento alla Parola era per dire che per sapere qual è il Gesù sul cui incontro si fonda la nostra fede, non si può fare riferimento unicamente alla tradizione pre conciliare degli ultimi decenni.
In ogni caso, DEI VERBUM
Relazioni tra la Scrittura e la Tradizione
9. La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura e a parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa TRASMETTE integralmente la paro a di Dio – affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli – ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza (13).
Relazioni della Tradizione e della Scrittura con tutta la chiesa e con il magistero
10. La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; nell’adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. At 2,42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca tra pastori e fedeli una singolare unità di spirito (14).
L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa (15), è affidato al solo magistero vivo della Chiesa (16), la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però NON E’ SUPERIORE alla parola di Dio MA LA SERVE, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.
È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.
CAPITOLO III
L’ISPIRAZIONE DIVINA
E L’INTERPRETAZIONE DELLA SACRA SCRITTURA
Ispirazione e verità della Scrittura
11. Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa (17) per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità (18), affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo (19), scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte (20).
Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura INSEGNANO CON CERTEZZA, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture (21). Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».
Sono pienamente d’accordo con l’intervento di Ireneo. Esaltare la Parola di Dio facendo “scivolare” in secondo piano Dio stesso non è cattolico, anche se purtroppo è un’abitudine presente in alcuni ambienti (penso in particolare ai Gesuiti).
Federico, per favore non parlare di cose che non conosci facendo affermazioni a vanvera. Che i gesuiti facciano scivolare Dio in secondo piano quando sono tra i pochi che dedicano attenzione perchè la gente dedichi tempo alla relazione personale con Gesù, mi pare proprio fuorviante. Il problema è: quale Gesù? quello che ci deriva dalla fede della Chiesa o altro? la Parola entra in gioco qui
scusate, ma voi non dovreste essere quelli che credono in Gesù Cristo?
Che c’entrano i concili, i tabernacoli e le riforme liturgiche con l’avere o non avere la fede in questa figura, e in quello che avrebbe detto e fatto?
Guardate che si fa fatica a capire questo dibattito, cominciato già con la storia della pedana del Papa…
Caro “agnostico”, lei è libero di pensarla come vuole, ma per il credo cattolico non è certo un aspetto secondario lo stretto rapporto fra la fede in Gesù Cristo e la vita della Chiesa. Se lei non comincia col prendere atto di questo, le sfuggiranno le ragioni di moltissimi altri dibattiti, anche infinitamente più seri di quello in corso su questa pagina…
Sì noi dovremmo essere quelli che credono in Cristo, ma Gesù Cristo nessuno di noi l’ha conosciuto personalmente,quello che si sa di LUI ci è stato tramandato da 2000 anni di storia del cristianesimo e di storia della Chiesa.
Dunque se si nega o si minimizza 2000 anni di magistero della Chiesa e di storia del cristianesimo di quale Cristo stiamo parlando ? di quello dei libri di Corrado Augias? Di quello dei
musical “Jesus Crist superstar? ”
di quale Cristo stiamo parlando se rifiutiamo , come falsa, la testimonianza chi per duemila anni, dalla successione apostolica di Pietro al Concilio vaticano II, ci ha trasmesso appunto la verità intorno a Gesù Cristo?
credere in Cristo e non nella Chiesa vuol dire creder nell’immagine di Cristo che ci faccianmo noi oggi uomini del 2000 di gesù Cristo: e l’immagine che ci facciamo di Lui è l’immagine di noi stessi: un rivoluzionario, un filantropo,uno hippie pace and love, un marxista ante- litteram, un tollerante di tutte le religione, uno che perdonava e comprendeva tutto… insomma un Cristo “politically correct”
Credere in Cristo senza credere nella Chiesa è una intollerabile stupidaggine.
Da questo lungo elenco di possibili “immagini di Gesù Cristo” mi sembra che manchi il Gesù del Vangelo. Che è il Gesù della Chiesa delle origini.
scusi, chi è che rifiuta come falsa la testimonianza bimillenaria della Chiesa? forse chi si richiama al Concilio valorizzando il ri-radicamento nella Tradizione dei Padri e la riscoperta e valorizzazione della Parola quale strumento di incontro con Cristo? perchè bisogna anche ricordare che Gesù ci ha incarnato il Dio della misericordia, che è qualcosa di diverso dal “politically correct” ed è ciò che libera dal senso di colpa e conduce al senso del peccato
Sig agnostico,queste discussioni c´entrano perche “quella figura” Gesu, ha compiuto la missione di redimere gli uomini e se n´é andato lasciando solo i suoi dodici discepoli con uno capo, e li ha ordinato di evangelizzare tutte le genti. Per compiere quest´ordine i suoi seguaci discutiamo tutte queste cose.
Mi sembra che Ireneo e Maria abbiano colto nel segno. Ciò che Christian Albini propone è nient’altro che la trita retorica per la quale che mons. guido Pozzo ha recentemente coniato il felice aggettivo di “para-conciliare”, cioè quella lettura dell’ultimo concilio che ne enfatizza le novità rappresentandole come rivoluzionarie, quando, in realtà, Benedetto XVI sta promuovendo una sua lettura in continuità con la tradizione.
Continuare ad esaltare gli aspetti in apparente rottura qualificandoli come positivi è sbagliatissimo, bisogna fare l’esatto contrario: ridimensionare la portata “rivoluzionaria” del Vaticano II e leggere le novità in un ottica di non contraddizione con il Magistero precedente. Perchè, il Magistero della Chiesa può solo svilupparsi in modo organico e coerente ma senza mai sciogliere i propri legami con il passato: una Chiesa che insegna oggi il contrario di ciò che insegnava ieri non è più credibile e dal momento che esattamente questo è avvenuto nel post-concilio è chiaro che qualcosa è andato storto e che è necessario riportare la teologia, la dottrina e la stessa liturgia sui giusti binari, dopo alcuni decenni di sbandamento talmente evidenti che il Papa sta ora correndo ai ripari. Per esempio, non dobbiamo fare l’errore grossolano di confondere la riforma liturgica del 1970 prodotta dalla famosa e discussa commissione presieduta da Annibale Bugnini (poi significativamente caduto in disgrazia e non si è mai capito bene perchè) come qualcosa di coerente rispetto alle indicazioni del concilio perchè le cose non stanno affatto così: la “Sacrosanctum Concilium” aveva raccomandato, ad esempio, che la lingua latina e il canto gregoriano venissero mantenuti nella Messa, ma questo auspicio non è stato rispettato, tutt’altro, è stato largamente travisato e ignorato!
Pertanto, non tiriamo in ballo il concilio come pezza giustificativa di ogni abominio e desolazione dottrinale e liturgica che si è verificato nella Chiesa dal 1962 in poi. Continuare a presentare il Vaticano II come una rivoluzione e una rottura rispetto alla tradizione è esattamente il contrario di ciò che è necessario fare per cominciare a riparare i guasti che hanno rischiato di annichilire la compagine ecclesiale in questi ultimi cinquant’anni. Il problema è che, mentre Benedetto XVI lo ha capito e sta lavorando in questo senso (pensiamo soltanto alla “riforma liturgica benedettiana” che sta promuovendo con il suo esempio), centinaia di teologi, vescovi, sacerdoti, giornalisti, editorialisti, ecc… (come anche Christian Albini e lo stesso Aldo Maria Valli) si ostinano a non capirlo e continuano a far danni.
Proprio nel giorno dell’incontro di Assisi potremmo riflettere un po’ meglio su cosa significhi “dialogo” anche all’interno di un blog. Ho già richiamato il post di suor Ann Mary Walsh dal titolo “Primo: lasciar parlare”. Anche nella rete devi accettare e cogliere come un’opportunità il fatto di essere sfidato.
Bene, ma tutto deve comunque rientrare in un’ottica di civiltà. Scrivere espressioni come “trita retorica” riferita a questo post, o affibbiare giudizi su chi “si ostina a non capire e continua a fare danni” non mi sembra segno né di educazione, né tantomeno – e questo mi preme dirlo – di carità cristiana. Assistiamo già al proliferare di siti di tradizionalisti che vomitano insulti su tutto e tutti, spesso facendo nomi e cognomi, compresi vescovi, cardinali e papi, appellandosi a considerazioni che avrebbero la pretesa di essere teologiche. L’attacco, l’insulto, la sicumera sembrano esattamente lo stile opposto del Cristo in cui tutti affermiamo di credere. Che ha patito in silenzio nei momenti della Passione o che ha raccontato parabole come il fariseo e il pubblicano o ci ha detto di amare i nemici. Uno stile che diventa la testimonianza richiesta a ciascuno che decida di seguirlo.
Lo stesso Cristo che, nel prologo del vangelo di Giovanni, viene definito “Verbo” che si è fatto carne. Per chi conosce il latino, significa Parola: un passo indietro rispetto agli insulti al Concilio, ai gesuiti e a quanti si sforzano con fedeltà al magistero di annunciare la Buona Notizia come Gesù stesso ci ha detto di fare.
“La sacra tradizione e la sacra Scruttura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa” si legge nella Dei Verbum n.10, e nel Proemio afferma: “Seguendo le norme dei Concili Tridentino e Vaticano I …”.
Primo lasciar parlare, secondo informarsi, terzo abbandonare gli slogan che, guarda caso, si ripetono sempre uguali nella Rete, senza alcuna fantasia. Si dialoga a suon di argomenti convincenti, come insegna san Tommaso che di dialettica se ne intendeva.
E scusate se ho fatto una predica da prof-giornalista-mamma come credete, anche tutte 3, ma … nel decennio che i nostri vescovi hanno dedicato al tema dell’educazione, mi sembrava giusto ed “educativo” rifletterci su, con semplicità.
Troppo comodo richiamare alla sobrietà i commenti critici e poi tacere quando certi “eccessi” vengono dalla propria parte. Su Vino Nuovo abbiamo letto diversi articoli e molti commenti che non erano certo teneri ne’ caritatevoli con i “lefevriani”, con Padre Livio, con alcuni Vescovi, addirittura con il Papa… Devo fare un elenco?
Se vuole insegnarci come si dialoga io sono ben lieto di imparare, ma incominci ad intervenire sempre e non solo quando sente odore di “tradizionalismo”. La tentazione più pericolosa per la Chiesa di oggi non è certo il tradizionalismo, ma piuttosto il relativismo. Concentriamo i nostri sforzi anche in quella direzione.
Cordialmente
FB
il tradizionalismo spesso non è che una forma religiosa ma altrettanto profonda di relativizzazione della Buona notizia e della fede della Chiesa, ridotta a una non ben precisata età dell’oro pre conciliare (assolutizzando la Chiesa post Concilio di TRento o post Concilio Vaticano I). Non metterei le due cose in netto antagonismo
la religione o è Tradizione o non è nulla. perchè se storicizziamo una religioene, se cioè pensiamo che i suoi fondamenti non sono etreni e stabili ma appunto storici, modificabili, sottoposti a cambiamento in questo modo annulliamo del tutto l’idea di religione. una religione non è una filosofia o una prassi, ma una verità rivelata. Quindi religione è sinonimo di Tradizione. Cambiamento, innovazione , progresso, miglioramento, sono termini che hanno a che fare con realtà umane non certo con realtà divine ed eterne.
scusi, ma sta parlando del cristianesimo o di altro? cosa intende per fondamenti eterni e stabili? ha in mente quali sono i dogmi e cosa invece nella fede della Chiesa non sia dogma?
Cara Maria Teresa,
se le tue parole riguardo al discorso della Parola erano rivolte a me, non credo di aver detto nulla di errato.
Giovanni, che tu citi, dice sì che in principium erat Verbum, ma dice anche che Verbum caro factum est.
Dovrebbe essere difficile pensare la Parola per un cattolico separata dalla sua Incarnazione.
Scrittura e Tradizione costituiscono un unico depositum fidei affidato alla Chiesa, certo (ed è chiaro che è la Scrittura ad essere parte della Tradizione e non la Tradizione a scaturire dalla Scrittura).
Ma la Chisa non trae origine dalla sola Parola, o dalla sola Scrittura (tesi gnosticheggiante la prima, protestantizzante la seconda).
In Lumen Gentium si legge:
Il Figlio di Dio, unendo a sé la natura umana e vincendo la morte con la sua morte e resurrezione, ha redento l’uomo e l’ha trasformato in una nuova creatura. Comunicando infatti il suo Spirito, costituisce misticamente come suo corpo i suoi fratelli, che raccoglie da tutte le genti.
Ricordiamoci anche cos’è la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, non solo di cosa sia custode e di quale sia la sua missione.
Et-et.
Ringrazio Ireneo per l’ottima puntualizzazione.
Sempre la Dei Verbum:
- quanto alla sacra Tradizione, essa TRASMETTE integralmente la parola di Dio – affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli – ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza
- L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa (15), è affidato al solo magistero vivo della Chiesa (16), la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però NON E’ SUPERIORE alla parola di Dio MA LA SERVE, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso
E’ salutare che si citi Lumen Gentium n. 7; anche perché al n. 9 prosegue: “Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo che era di condizione divina … spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo e per noi da ricco si fece povero; così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Cone Cristo infatti è stato inviato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito, a cercare e salvare ciò che era perduto, così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne l’indigenza e in loro cerca di servire il Cristo”.
Et-et, appunto, sono d’accordo.
Se leggiamo convinti LG 7, lo stesso vale per LG 9 e, forse, ciò che è più a monte è che si possa dialogare su argomenti, idee, anche impressioni e vissuti che ciascuno si senta libero di esprimere, senza venire insultati, derisi, giudicati, rimessi in riga, tacciati di eresia. Perché non è questa la Chiesa, corpo di Cristo.
Se Gesù Cristo passasse da queste parti (ma si fatica molto a trovare tracce di un suo passaggio precedente), da questa “piazza virtuale” luogo di scontri teologici, cosa penserebbe e cosa direbbe? Vale la pena di chiederselo! Oppure, pensiamo che ci scandalizzerebbe troppo?
Ma tu caro Vanni ti fai un idea di Gesù Cristo sulla base e sulla misura di te stesso? se Gesù è il figlio di Dio, il Verbo Eterno, la seconda persona della santissima trinità, pensi proprio che somigli a qualche omuncolo come noi che si scandalizzerebbe leggendo questo blog?
Cara Maria, io mi faccio un’idea di Gesù (per usare le tue parole) mediante il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa. Il Vangelo ci parla di varie occasioni in cui Gesù si è scandalizzato della società e della religione del suo tempo (che non è poi tanto diverso dal nostro …).
Invece di mitizzare un cristianesimo delle origini (tutt’altro che monolitico e privo di dibattiti teologici), meglio sarebbe tornare all’Origine del cristianesimo, Gesù Cristo stesso.
Quel Gesù Cristo che Pietro ha avuto il dono di riconoscere, professare e testimoniare come Figlio del Dio vivente (noi siamo irrevcabilmente “dentro” quel riconoscimento e quella testimonianza).
Qui sono d’accordo con “lycopodium”. Il “Gesù del Vangelo” di cui parla Vanni, se contrapposto alla vita concreta della Chiesa da lui fondata, è un mito algido e astorico. Ritorniamo al Vangelo, ma non per renderlo alibi di uno scetticismo, comodo oltretutto per distribuire critiche a mo’ di franco tiratore. Vanni sembra ancora credere a un “vangelo” uscito bell’e fatto dalla mente di chissà chi, e ignorare che i Vangeli ci giungono dalla vita e dall’apostolato dei primi discepoli e della prima Chiesa. Un Gesù che non si trova presente in nessun luogo, salvo che (per non si sa quale magia) in un libro stampato, è un astratto per cui non vale la pena vivere.
Caro don Leonardo, Lei dice ‘Vanni sembra ancora credere a un “vangelo” …’. Questo è quanto “sembra” a un giudizio, a dir poco, molto imprudente e frettoloso!
Preferisco non dare una risposta puntuale al Suo scritto e commentare concetti incauti come “mito algido e astorico”, o come “distribuire critiche a mo’ di franco tiratore”, oppure “ignorare che i Vangeli ci giungono da …”. Se si tratta di parlare di Gesù Cristo, di Vangelo e di Chiesa io ci sto, con tutta la mia fede e il mio entusiasmo, ma la polemica sterile e astiosa non mi attira.
Non posso fare a meno di ricordare un frammento di Vangelo: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.”.
Le ricordo quello che altrove Lei ha scritto: “Vogliamo sì o no discutere su ciò che ciascuno scrive nero su bianco, e smetterla una buona volta di speculare su intenzioni e sentimenti di quelli che scrivono?!”.
Io sono pienamente d’accordo.
D’accordo. Faccio ammenda dell’imprudenza e della fretta che mi ha portato a scrivere “concetti incauti come ‘mito algido e astorico’” ed eviterò giudizi sulla sua fede personale. Credevo peraltro che scrivendo “sembra credere” lasciassi capire che si tratta di mie impressioni, e non di giudizi. Ho sbagliato, chiedo scusa.
Quello che però le sconsiglio (lei poi faccia come crede, ci mancherebbe altro) è di assumere a sua volta dei criteri che l’hanno portato a giudicare “polemica sterile e astiosa” una libera discussione. Lei ha pieno diritto di sentirsi più preoccupato da questioni diverse, ma personalmente non condivido la sua svalutazione di un tema come quello dell’interpretazione e della recezione attuale di un evento come il Concilio Vaticano II. Davvero lei pensa che tutte le questioni documentate in Atti 15 fossero più serie? E su quale metro valutare tale serietà? Posso ricordarle che sulla recezione del Concilio si è già consumato uno scisma?
Io ho sbagliato a far passare per giudizio una mia sensazione, ma confesso che, leggendo il suo intervento, mi resta ugualmente l’impressione di una valutazione piuttosto arbitraria. Discutere del Concilio non è “parlare di Gesù Cristo, di Vangelo e di Chiesa”? E di che altro, allora? E che significa domandarsi se Gesù Cristo passi o no “da queste parti”?
Forse non è il tema a dispiacerle, ma il modo in cui se ne discute qui? È libero di dichiarare il suo disagio, ma allora è meglio spiegarsi apertamente, anziché proporre domande enigmatiche.
A me, lo ammetto, vari interventi, tra quelli che leggo quasi ogni giorno nei forum di “VinoNuovo”, dispiacciono per il tono, prima ancora che per i contenuti. Ma è nella natura di ogni forum, e del resto chissà a quanti altri partecipanti dispiaceranno i miei, di toni. Avrò sbagliato, molto probabilmente, a interpretare anche il tono del suo intervento. Però, me lo lasci dire, forse anche lei sbaglia a usare lo stile della reticenza. Farebbe meglio a chiarire il suo pensiero. E se ha ragioni per non farlo, lasci discutere gli altri, senza giudicare sterile e astioso un dibattito solo perché non le piace o non l’appassiona.
Ecco: ho confessato i peccati di cui sono pentito e anche ciò di cui non mi pento. E adesso mi impegno ad astenermi per un mese da ulteriori interventi.
Caro don Leonardo (e se uso il termine “caro” non è per artificio retorico!), solo una persona di grande umiltà e valore può essere stata capace di scrivere questo Suo scritto: La ammiro!
Anch’io commetto errori e, sia pure in buona fede, ne faccio non pochi, da piccolo uomo qual sono.
Certamente in questo blog ho commesso errori che hanno ingenerato vari equivoci.
Equivoco n.1: Ho dato l’impressione di voler svalutare il Concilio Ecumenico Vaticano II, mentre invece ritengo che sia stato, oltre che un dono della grazia di Dio, anche il più grande evento (purtroppo incompiuto) accaduto alla Chiesa nel corso della mia vita. Ho espresso dissenso (che non voleva essere giudizio!), nei confronti dello “stile” del dibattito, non dei contenuti. Ma evidentemente non sono stato chiaro e comprensibile.
Equivoco n. 2: Ho dato impressione di essere reticente, ma senza volerlo essere e soprattutto senza “avere ragioni” per esserlo. La mia domanda: “Se Gesù Cristo passasse da queste parti … cosa penserebbe e cosa direbbe?, tenuto conto dello stile aggressivo di molti interventi, a me sembrava chiara, anche perché avevo appena letto la nota di Maria Teresa Pontara che, con il suo squisito stile di “prof-giornalista-mamma” invitava tutti a “riflettere un po’ meglio su cosa significhi “dialogo” anche all’interno di un blog”.
Spero che questo mio tentativo di confessione/spiegazione non alimenti ulteriori malintesi e mi auguro sinceramente che Lei voglia recedere dal proposito di fare un “mese sabbatico”. È un augurio e una preghiera
Grazie della gentilezza, ma le assicuro che la mia non ha alcun intento polemico. Continuerò a leggere i contributi a questo blog, ma un po’ di astinenza mi farà bene. Devo esercitarmi contro l’impulsività… Vuol dire che dopo questa risposta aspetterò il 2 dicembre, anziché l’1.
Credo che nessuno penserebbe di mitizzare la Chiesa delle origini: bisognerebbe che non avesse mai letto i Vangeli o che avesse fatto una lettura molto superficiale dei sommari di At 2 e At 4. Nessuno potrebbe definire il cristianesimo delle origini “monolitico e privo di dibattiti teologici”: gli stessi Atti (oltre alle Lettere di Paolo) documentano impietosamente le aspre divergenze fra Pietro, Paolo e Giacomo.
La Chiesa delle origini mi sembra piuttosto un riferimento importante, documentato in modo unico dalla Sacra Scrittura e quindi ineludibile, e proprio per questo non facilmente “mitizzabile”.
Molto più facile è la costruzione di miti all’interno della Chiesa dei tempi più recenti, dal Concilio di Trento ad oggi, proprio perché l’attestato ineguagliabile della Sacra Scrittura è oggi assente.
Quanto agli “scontri teologici”: quelli della Chiesa delle origini, che possiamo leggere in Atti 15, a me sembrano un po’ più seri di alcune controversie che ho letto qui sopra. Forse tu, Lycopodium, non sei d’accordo?
Pienamente d’accordo sulla professione di fede di Pietro in Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente. Gesù Cristo è il centro della fede di Pietro e dovrebbe essere (ma purtroppo non sempre è) anche il centro della nostra fede.
C’è sempre il solito problema : se Gesù Cristo e la Chiesa delle origini non ce li avessero trasmessi , tramandati anche la Chiesa del 1400, anche la Chiesa del Papa Borgia, anche la Chiesa dei peccatori, dei simoniaci, chi di noi oggi potrebbe conoscere il “cristo” e la chiesa delle origini??
comunque è una balla che che il Concilio Vaticano II ci ha riportato alla Chiesa delle origini: chi ha letto i Padri della Chiesa sa come fossero netti, quasi feroci nella loro sete di verità e di chiarezza, nessuno spazio per l’ecumenismo, il buonismo,nessuno sconto agli eretici, nessun “le fedi sotto tutte uguali”, la Chiesa delle origini non avrebbe certo capito lo “spirito di assisi” , non avrebbeero capito i cristiani delle origini come un Papa possa fare un convegno , come quello di Assisi, senza citare mai NOSTRO SIGNORE GESU CRISTO. Questi sono i frutti del Concilio. non si parla di Cristo, non si parla di peccato, non si parla di redenzione, non si parla di grazia, non si parla di morte, di vita eterna, di giudizio di Dio, di Inferno e paradiso..non si parla di nessuno dei temi della “Chiesa delle origini”.
Si parla solo di dialogo,accoglienza multiculturalismo,preservativi si-no , coppie gay, preti donna, preti sposati, preti pedofili ecc. ecc..
Non credo ci sia Chiesa più lontana dalla “Chiesa delle origini” ( e dalla spiritualità cristiana) della nostra!!!
mi scusi, si rende conto della caricatura della realtà che propone? Quando parte dei Padri della Chiesa si confrontarono con la Buona notizia non aveva ragion d’esserci nè l’ecumenismo nè il dialogo interreligioso perchè ci collochiamo in epoche e situazioni socio-politiche differenti. In secondo luogo, il CVII non dice che tutte le fedi sono uguali, ma ad esempio ci ricorda che tutti gli uomini sono a immagine e somiglianza di Dio. Ad Assisi, inoltre, non c’è stata alcuna preghiera comune e anche se non si è parlato di Gesù le chiedo: secondo lei Gesù si offende perchè figli del Padre con credi diversi si interrogano e pregano, separatamente, per un unico fine quale la pace da lui così spesso invocata e seguita? I dogmi della fede (i soli su cui sono nati scismi o eresie), poi, sono cosa diversa da argomenti che riguardano la ferialità e l’attualità della vita del credente. Ancora: che un buon numero di persone che si dichiarano fedeli non parlino di Cristo e non mettano in ultimo piano la relazione con Lui, non si confrontino con il peccato (ma anche qui occorre ben intendersi su qual è il significato biblico del concetto di peccato, altrimenti si spaccia il cristianesimo per una morale), non si confrontino con la redenzione e la vita eterna è un dato di fatto che ci deve interrogare sul perchè il messaggio di salvezza che passa attraverso la morte e resurrezione di Gesù non giunge a toccare le corde più profonde del cuore di molti. Che questo dipenda dal Concilio Vaticano II e non da molti altri motivi è più che discutibile. Il Concilio di tutto questo ne parla, eccome. E, anzi, rimette al centro Dio e la Parola. Basta leggere i documenti conciliari. Se poi a lei il dialogo da fastidio sarebbe bene chiedersi perchè il dialogo dovrebbe essere in contrasto con una fede vissuta nella radicalità. Infine, non so che ambienti ecclesiali frequenti lei e quali letture abbia: mi pare che chi vuole andare a fondo su questi temi nella Chiesa, confrontandosi anche con la fede della Chiesa delle origini, non trova certo lande desolateguardarla.
Se l’Anno della fede, nell’intenzione e nello scritto del Papa Benedetto XVI, deve essere “un’occasione propizia per comprendere” i testi conciliari, mi sembra che sia anche l’occasione per chiarire un punto critico che è stato aperto dalla Dei Verbum.
Per la prima volta, in un documento della Chiesa, si afferma che:” …Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché … scrivessero come veri autori …”. (DV 11).
Il XII Sinodo dei Vescovi (anno 2008) ha recepito le criticità contenute in questa affermazione della DV 11. Nel documento “Elenco finale delle proposizioni”, al n.12, si dice: “Il Sinodo propone che la Congregazione per la Dottrina della Fede chiarifichi i concetti di ispirazione e di verità della Bibbia, così come il loro rapporto reciproco, in modo da far capire meglio l’insegnamento della Dei Verbum 11. In particolare, bisogna mettere in rilievo l’originalità dell’ermeneutica biblica cattolica in questo campo.”.
I collegamenti con l’affermazione del “vero autore umano” contenuta nella DV 11 rimangono prudentemente come impliciti. Significativo il richiamo all’ “originalità dell’ermeneutica biblica cattolica”.
La successiva Esortazione Apostolica Post-Sinodale “Verbum Domini” (anno 2010) ha recepito questa richiesta dei Vescovi. Infatti al n. 19 si dice:”… un approfondimento della dinamica dell’ispirazione porterà indubbiamente anche a una maggior comprensione della verità contenuta nei Testi Sacri”.
L’Anno della fede può essere l’occasione opportuna per farci dono di questi chiarimenti.