«Nel mondo ma non del mondo»
di Gilberto Borghi | 21 settembre 2012
Perché facciamo tanta fatica oggi ad accettare che essere «contemporanei» dei nostri fratelli non cristiani non vuole dire né repulsione né assimilazione

Lorenzo ha ragione. E la sua lettera mi ha mosso, costringendomi a scrivere. Anche perchè pure io mi sono accodato ai 75 commenti a Roberto e ho evitato di commentare Assunta. A dir la verità ero d'accordo in tutto con Assunta e avrei solo cliccato mi piace. Ma la questione resta: come mai gli animi si incendiano quando si parla del "chi siamo" e non invece quando parliamo del "come evangelizzare il mondo"?

In verità, da tempo, sto lavorando sulla seconda questione e qualche idea me la sono fatta. E credo che la risposta alla domanda di Lorenzo stia nel modo in cui utilizziamo la famosa frase: "Nel mondo, ma non del mondo", sintesi iconica di Gv 17, 15-18. Perchè, se si dà uno sguardo all'indietro, ci si accorge che nella nostra storia questa frase ha sostenuto forme di fede e modalità di rapporto col mondo molto diverse tra loro.

Immaginiamo di essere in un teatro, all'inizio di uno spettacolo in tre atti. Si apre il sipario e al centro della scena campeggia una piramide. Seduto sul vertice della piramide c'è Dio. Più sotto, a scalare, tutte le varie forme della vita: il medioevo. Qui vivere significa accettare il proprio posto nell'ordine creaturale dato da Dio. La fede è perciò un dato essenziale alla vita umana: dipendenza filiale da Dio e tensione alla perfezione della santità. La fondazione della realtà, quindi, è fuori dall'uomo stesso, e si rintraccia in quella società strutturata gerarchicamente che ri-presenta Gesù, la Chiesa, e nel rimando simbolico alla gerarchia dell'essere trinitario in essa contenuto. In questa logica essere nel mondo significa solamente tentare di riprodurre qui, quell'al di là da cui si dipende.

Nella seconda scena il quadro è diverso. Nel mezzo sta un cerchio enorme, con tanti cerchi concentrici al suo interno. Al centro di tutto sta un uomo e tutt'attorno le varie forme di vita, ordinate nei vari gradi di distanza da esso. Dio sta al di fuori del cerchio, al di sopra, e compare come una luce che illumina la scena: la modernità. Qui vivere significa giocare il ruolo di centro propulsore del creato, dove la fede non è più essenziale alla vita. Perciò deve riaccreditarsi, soprattutto di fronte alla ragione umana, vero baricentro della modernità. Perciò da un lato la fede deve dare ragione della sua razionalità, e dall'altro ne deve ridimensionare, nel contempo, le pretese egemoniche, mostrandone il limite, per aprire una trascendenza ragionevole. Essere nel mondo qui vuol dire offrire un senso ultimo a questo mondo e mostrare la relazione tra il senso ultimo e i sensi penultimi.

Quando si apre il sipario per la terza volta, la scena è ancora diversa. Al centro campeggia un intreccio disordinato e caotico di fili. In mezzo a questi un uomo tenta di muoversi con goffaggine e difficoltà e, a mano a mano che attraversa i fili, rischia di tagliare via da sé parti del suo corpo. Ma così facendo fa vibrare questi stessi fili, che suonano note musicali accattivanti e stuzzicanti, ma sempre sulla stessa tonalità. E' l'oggi. La post-modernità. Qui vivere significa essenzialmente sperimentare, ad ogni livello, come se l'io fosse solo una trama di libere associazioni quasi casuali, che consentono di percepire la propria esistenza, solo come semplice somma di esperienze.

Lo spostamento antropologico è radicale. Se nella cultura medievale il centro su cui stava in piedi la fede era l'ordine socio-ecclesiale e in quella moderna la razionalità libera, ora diviene quello della identità personale. La frantumazione ci obbliga infatti a cercare di rimettere insieme i pezzi di noi, che la vita tende a tagliare via da noi. Se nel medioevo l'uomo era un "personaggio" e nella modernità un "autore" oggi tende ad essere uno "spettatore-fruitore", di sé e della propria vita di fede. Se nel medioevo si era persone perché appartenenti ad un ruolo socio-ecclesiale gerarchicamente definito, e nella modernità perché si era razionalmente liberi e artefici del proprio destino individuale, oggi si è persona perché si accetta di riconoscerci nell'anonimato della moltitudine sociale, dominata dalla tecnica e dalla pianificazione sistematica.

Ecco perchè gli animi si scaldano. Perchè essere uomini e donne di fede oggi non sappiamo più cosa voglia dire, dato che l'identità personale su cui la fede si appoggerebbe è in frantumi, preda della tecnica. E allora il rapporto col mondo non può essere definito se non per "assimilazione", in cui si rischia di essere "del" mondo", o per "repulsione" in cui si rischia non essere "nel" mondo. Ma se il primo rischio richiama quello già presente nella modernità, il secondo occhieggia quello del medioevo. Con il risultato che nessuno dei due è davvero "contemporaneo di oggi".

Vivere lo stesso spazio e lo stesso tempo dei nostri fratelli non cristiani non è da tutti. Viviamo sì lo stesso spazio e lo stesso tempo, ma di fatto costruiamo la nostra visione di noi stessi e del mondo a partire da altri spazi e tempi storici, che ci stanno nel cuore. Quante nostalgie per il passato, o fughe in mondi irreali, o chiusure difensive per lo spaesamento che si vive. Tutto questo non ci consente di essere "contemporanei".

Essere nel mondo, ma non del mondo significa che proprio perché siamo innamorati di questo mondo e nel contempo amiamo e viviamo dentro di noi un "Altro" mondo, lavoriamo perché questo mondo qui, lentamente, cammini verso quello di là, ben sapendo che la loro identità non sarà mai possibile su questa terra. Non è "contemporaneità" invece quella di chi, proprio perché non ama questo mondo qui, vorrebbe sostituirlo, qui, con quello che c'è di là. Come non lo è nemmeno quella di chi per un amore eccessivo di questo mondo, accetterebbe volentieri l'addomesticamento dell'altro mondo a questo.

Se leggiamo per intero Gv 17 15-18 ci accorgiamo che essere nel mondo e non essere del mondo sono la stessa cosa: non si dà l'una senza l'altra. Essere nel tempo e vivere di eternità significa stare coi piedi nel presente perché attraverso questa nostra presenza, il presente senta l'eternità che ci portiamo dentro.

Altrimenti a chi parliamo? Ad un uomo che non esiste, che non è di questo tempo e di questo mondo.

 

 

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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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