ROBE DI RO.BE.
«Dentro oppure fuori?»
di Roberto Beretta | 19 settembre 2012
Non che non sia importante l'appartenenza alla Chiesa; ma chi e che cosa la stabiliscono davvero? Forse se rileggessimo la parabola del grano e della zizzania...

O dentro o fuori. Mi stupisce come sempre più, nella prassi della Chiesa cattolica, prevalga la logica tipica della setta: o stai con noi, oppure vattene. Per dir la verità, questa è stata una tentazione cui il cristianesimo (come del resto parecchie tradizioni religiose) si è raramente sottratto, dal tempo delle eresie e degli anatemi a oggi. Tuttavia con le puntualizzazioni del Concilio - e quelle della sociologia, che ha distinto sacro da religioso - si pensava che il clima fosse diventato diverso. E più evangelico.

Invece, fateci caso: da una parte si assiste all'esaltazione più acritica e «miracolistica» di qualunque conversione al cattolicesimo, soprattutto se di vip e/o personaggio noto (calciatore o giornalista, pornostar e nobildonna); dall'altra - compreso Vino Nuovo, vedi certi commenti sulla questione Martini - si verifica il fenomeno opposto, ovvero la pubblica «cacciata» di quanti per qualche motivo «non ci stanno»: e che contestino il dogma della resurrezione o invece l'opportunità di votare Berlusconi in fondo fa poca differenza. Così si registra un duplice e contrario movimento, centripeto e centrifugo, intorno al messaggio che più di tanti altri nella storia volle rivolgersi all'intimità e alla libertà delle coscienze; senza confini di sorta.

Forse però non è un caso che lo stesso Nuovo Testamento cada in contraddizione su se stesso, accogliendo in materia due citazioni opposte: «Chi non è con me, è contro di me» (Lc 11, 23 e Mt 12, 30), ma anche «Chi non è contro di noi, è per noi» (Mc 9,40). Abbiamo infatti un connaturato bisogno di «appartenere». Di più: di sapere con certezza che apparteniamo. Ancora meglio: di sapere con chi esattamente apparteniamo. Abbiamo necessità di sapere di quale gruppo (lobby, casta) siamo, chi sta con noi e magari anche quanti sono; per lo stesso motivo preferiamo espellere chi non ci rassicura, chi ha dubbi, chi dissente: se non ci stai, vattene. Altro che dialogo e missione: chi sgarra, è fuori. Così noi saremo più tranquilli.

Piccinerie che contrastano con l'idea stessa di «cattolicità». Non che non sia importante l'appartenenza alla Chiesa; ma chi e che cosa la stabiliscono davvero? Quando si ha il diritto ­- per esempio ­- di dire «sei fuori» a un battezzato, anche qualora esponesse idee eterodosse sul fine vita o sul matrimonio dei gay? Ed è più «dentro» l'ateo devoto o il credente critico, il dissenziente o l'indifferente, il tradizionalista o il prete pedofilo? Ancora: l'«extra ecclesiam nulla salus» come va interpretato, giuridicamente o estensivamente?

Chi è «dentro» e chi è «fuori»: sciogliere il dilemma è una tentazione sempre presente nelle religioni, ma è anche un gioco che un cristiano non può risolvere davvero; «Lasciate che il grano e la zizzania crescano insieme...». E forse non è neppure importante. Mi sembra che una volta qualcuno abbia detto più o meno (chi trova la citazione esatta mi aiuti) che «non bisognerebbe dire "sono cristiano", bensì "mi sforzo di essere cristiano"». Era il cardinale Martini, ancora lui.

 

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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