Sono nata in provincia di Vicenza nel 1960. Dico spesso che, dopo il diploma, ho frequentato due diverse università: prima, per diciotto anni, l'ateneo della famiglia; quindi, in parallelo, la Facoltà Teologica, dove ho completato il dottorato.
Ho insegnato religione in un liceo fino al 2010. Adesso, oltre alla ricerca, mi dedico alla formazione: sono impegnata in vari modi nella catechesi di adulti e bambini e nella preparazione dei catechisti e cerco di condividere parte di questo lavoro attraverso il mio blog (www.asteccanella.altervista.org). La famiglia però è e resta la mia prima vocazione: mio marito e i miei tre figli sono preziosi, tra mille altri motivi, anche perché mi fanno capire quando la speculazione mi fa staccare troppo i piedi da terra.
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Ogni tanto ci penso, a Pietro (il nome è di fantasia).
Chissà che bel ragazzone è diventato. Si sono trasferiti anni fa, non ne ho saputo più nulla. Ricordo il mio primo incontro con il gruppo di cui lui faceva parte. Vivaci, tutti, ma Pietro... bello, alto e robusto rispetto ai compagni, due grandi occhi bruni sempre corrucciati. Vivace? No, un terremoto.
Fin dal primo giorno la musica con lui suonava, più o meno, così: "Pietro, adesso smettila"; "Pietro, stai buono un pochino!", "maestra, Pietro mi prende i colori!", "maestra, Pietro mi spinge!"
Il suo passatempo preferito, appena mi distraevo un momento, era salire sui tavoli: da quella postazione tormentava i compagni con la punta del piede... e farlo scendere richiedeva strategie di accerchiamento anti-caduta assai impegnative.
Dopo alcune settimane avevo individuato un modo per instaurare un clima che fosse almeno civile: lo tenevo in braccio. Seduto sulla mia gamba sinistra, con il braccio intorno alla vita, scriveva, copiava, ascoltava, stava abbastanza composto. Non occorreva che lo costringessi in alcun modo, anzi: lui veniva subito vicino a me, si sedeva, io lo abbracciavo e si partiva.
È evidente che - anche se all'epoca la catechesi era fatta soprattutto di "lezioni" frontali - quella non era la condizione migliore per interagire con altri quattordici bambini, e trasmettere quanto avrei voluto in modo sufficientemente interessante! Potevo solo parlare!
Quando (raramente) non veniva a catechismo le cose, se possibile, peggioravano. I compagni immediatamente ne sottolineavano l'assenza con espressioni di sollievo, mentre tendevano a raccontarmi tutte le intemperanze che Pietro aveva sperimentato a scuola durante la settimana. Io avevo il mio gran da fare per difenderlo, facendo notare che, però, tra tutti loro era lui ad avere il quaderno più in ordine, a svolgere sempre tutte le consegne, ad essere sempre puntuale. Ma non c'era verso che cambiassero idea.
Fu in quel periodo che misi a punto LA regola fondamentale del nostro gruppo catechistico, che da allora viene applicata con puntigliosità, in tutti i gruppi, da tutti gli educatori: a catechismo è assolutamente vietato dire "Lo sai che lui/lei...". Non è permesso, a nessuno, prendere la parola per raccontare qualcosa che altri hanno fatto, in particolare se si tratta di una cosa negativa. Chi vuole condividere, parli di se stesso, delle proprie esperienze. Se un compagno si associa, si racconta ciò che si è fatto insieme. Punto.
In ogni caso, nonostante questa grande lezione che tutti avevamo imparato grazie a Pietro, restava la questione della catechesi. Me lo chiedevo spesso: che cosa resterà a questi bambini di un anno insieme? Il parroco, ogni tanto, entrando in un momento di bagarre, cercava di ristabilire l'ordine con la sua autorità, e dopo mi diceva: "La prossima volta mandalo da basso, sta con me e tu intanto parli con gli altri che vogliono sentire".
"Potrebbe essere - rispondevo - ma, se lo mando fuori, con che coraggio racconto ai compagni di Zaccheo, o della donna sirofenicia? Come narro del Rabbì che mangiava con gli ultimi?
Se escludo un loro compagno perché ci 'disturba', come glielo spiego poi, a questi bambini, Gesù?"
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