Lo sfogo di una ascoltatrice che mi accusa di aver preso una linea netta sul testamento biologico, durante la rassegna stampa che mi trovo a condurre in questi giorni in radio, mi induce ad alcune riflessioni in merito alle tentazioni "massimaliste" che vedo avanzare in un mondo, quello laico, che pur avendo in bocca ogni due per tre la libertà, sembrerebbe tentato piuttosto spesso e volentieri a farsi crescere la barba per trasformarsi in un esercito di perfetti ayatollah. Al contrario.
D'altronde la crisi sembra aver trasformato tante persone - e questa è una pratica bipartisan - in facili predicatori. Opinionisti, tuttologi. Poi se la prendono coi giornalisti.
Alla signora che si lamenta per l'ingerenza dei cattolici sulle scelte di vita delle persone, con uno sproloquio che - vi assicuro - è stato davvero lungo, mi viene da rispondere in un solo modo: ma se ascolta una radio cattolica, che ha un determinato editore, che cosa pensa di trovare? Editore, linea editoriale, posizione su un tema, espressione di questa posizione da parte del giornalista. Funziona così.
Lasciamo stare le mie posizioni personali, che troppo spesso ho partecipato a interminabili discussioni su questi temi in cui il personale diventa politico. Troppo spesso.
Non credo di essere in quanto cattolica, portatrice di una verità superiore da esercitare nel mio mestiere. Quando qualcuno ha osato dirmelo gli sono saltata al collo.
Lavoro così: quando ho scritto sulla introduzione dell'uso della cannabis per la terapia del dolore, ho letto alcuni dei più recenti studi internazionali che mi hanno fatto capire una cosa: i tetracannabinoidi (il derivato sintetico) hanno lo stesso effetto di un farmaco sul mercato da più tempo, l'ossicodone.
E allora perché spendere anche un migliaio di euro per importare pochi grammi del primo dal produttore olandese (non siamo in tempi di spending review?) quando il farmaco certificato che abbiamo a disposizione costa pochi euro? Ed è inoltre sul mercato da più tempo, quindi ha un effetto più sicuro?
Fatti, certo, le contraddizioni si smontano coi fatti.
Come una contraddizione è l'affermazione di principio contenuta nel testo dei Carta dei diritti del malato presentata in questi giorni dal Comune di Milano, quando dice, dopo un lungo e inutile preambolo di cose ovvie (quante, troppe parole, sprechiamo) che il cittadino ha diritto di accettare o rifiutare l'assistenza religiosa.
Nessun cappellano ospedaliero che conosco impone al malato terminale o alla donna che ha appena abortito di confessarsi, magari brandendo una croce. La presenza di sacerdoti o religiose in ospedale non è una questione di principio: ci sono precisi accordi, presi tra la direzione generale dell'ospedale e la diocesi di riferimento.
E di certo non sono persone che si tirano indietro quando c'è da aiutare un malato di un'altra religione a contattare il capo spirituale di riferimento. Perché non sono crociati e nemmeno talebani.
Molte persone atee, o che credono di essere tali, spesso nell'ultimo tratto di vita si aprono a una ricerca di senso. E benedicono coloro che accolgono le loro domande, mettendosi accanto.
Allora la violenza sta nell'imporre che questo non debba accadere. La libertà sta nell'essere capaci di lasciare andare, di far sì che la porta sia aperta, sta nel rispetto, questa volta sì personale prima che politico, di riconoscere che nella comunità degli uomini si può pensare e sentire in modo diverso, senza piallare tutto su un unico pensiero.
Questo c'entra poco con il mio mestiere. Però c'entra con la vita.
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