Coscienza, verità e libertà
di Yolanda Beatriz De Riso | 04 agosto 2012

"La verità vi farà liberi", dice il Vangelo, di agire secondo coscienza, cioè di scegliere la via più giusta rispetto al più profondo e comune sentire cosa sia il vero bene,la giustizia, la verità.

La possibilità di scegliere è quindi alla base dell'agire secondo coscienza e quindi occorre conoscere, essere consapevoli di avere punti di riferimento più o meno affidabili, e dati più o meno chiari.

Dalle evidenti difficoltà che emergono in tutti questi passaggi nascono la confusione e la difficoltà a prendere in considerazione la coscienza come punto di riferimento oggettivo.

Non resta che affidarsi allo Spirito e alla Provvidenza perché ci aiutino a ricercare con costanza il vero bene tenendo aperta la mente e il cuore per evitare pregiudizi e condizionamenti.

E' facile averne. Un piccolo esempio.

LA PERCEZIONE: "hanno occhi ma non vedono".

Ci sono meccanismi celebrali che ci permettono di percepire la realtà intorno a noi e di inter-reagire con essa cogliendone elementi utili alla nostra vita e alla nostra sopravvivenza.

Ci sono anche meccanismi che inibiscono tale capacità e di cui non siamo minimamente consapevoli. Non mi addentro in tecnicismi, ma racconto un'esperienza vissuta in un corso di aggiornamento molto interessante.

Alla fine di due giorni molto impegnativi ed intensi, molto ricchi di novità scientifiche frutto di recenti ricerche, il relatore ci chiese se volevamo partecipare a un esperimento scientifico molto breve.
Eravamo una trentina di persone, tecnici della riabilitazione, psicologi, neuropsichiatri infantili.
Con entusiasmo accettammo la proposta. Ci spiegò che avremmo visto un filmato di un minuto in cui avremmo visto un gruppo di ragazzi con magliette bianche e nere che si scambiavano una palla. Avremmo dovuto contare quante volte quelli con la maglietta bianca lanciavano la palla. Semplice. Eseguimmo. Ci riproposero l'esercizio che eseguimmo e alla fine ci chiesero di dire se qualcuno aveva visto qualcosa di strano e di non dire cosa, ma di alzare solo la mano. Solo in 4 o 5 alzarono la mano.

Ci guardammo sconcertati, eravamo stati attentissimi, ci tenevamo a fare bella figura. Cosa c'era di strano? "Lo scimmione", risposero. "Quale scimmione?". Non avevamo visto assolutamente nulla.

Ci fecero rivedere il filmato e fu sconvolgente. Non più concentrati nell'esecuzione del compito e motivati a "vedere" guardammo con occhi diversi. Tra quei ragazzi che con molta calma si scambiavano la palla si era aggirato con altrettanta calma un ragazzone di un metro e ottanta travestito da scimmione che si batteva i pugni sul petto. Come avevamo potuto non vederlo? Era enorme. Eppure non lo avevamo "visto". E' un meccanismo selettivo della nostra mente che inibisce la percezione.

I nostri occhi vedono ma il nostro cervello non percepisce ciò che non è utile allo scopo. 

Solo se qualcuno ce lo fa notare, e siamo disponibili ad allargare lo sguardo in un orizzonte diverso dal nostro, riusciamo a percepire realtà diverse dalle nostre aspettative.

Le implicazioni di questo esperimento sono enormi. Quanto vediamo realmente della realtà intorno a noi?
Quanto invece è limitato dalla nostra formazione, dai nostri specifici scopi, dal contesto in cui abitualmente viviamo e dalle nostre relazioni o motivazioni? E quali sono le conseguenze sul nostro agire secondo coscienza e verità? Quanti scimmioni non vediamo, anche nelle comunità ecclesiali, e sono lì?

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