Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .
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Preso in rete Come avevo promesso domenica scorsa, ecco qui il paragrafo «I titoli con Dio e lo schema di gioco» della mia recensione (molto debitrice di questo settimanale «Preso in rete») al volume Giornalismo e religione, recentemente edito a cura di G. Costa, G. Merola e L. Caruso presso la Libreria editrice vaticana. L'integrale su Il Regno n. 14, luglio 2012, pp. 459-461.
Giustamente Costa osserva (Giornalismo e religione, p. 23, nota 18) una certa carenza di ricerche sociologiche recenti «sull'interessamento dei quotidiani italiani ai fatti della Chiesa», paragonabili a quella svolta da Agopik e Franca Manoukian per l'Istituto Cattaneo sugli anni 1945-1965 e pubblicata dal Mulino nel 1968. Stante tale carenza, il monitoraggio delle notizie religiose che effettuo usando come fonte la Rassegna stampa curata dall'Ufficio per le comunicazioni sociali della CEI, e di cui pubblico su base settimanale i dati salienti nella pagina «Preso in rete» del blog Vino Nuovo (www.vinonuovo.it), segnalando gli argomenti che si sono guadagnati almeno 10 titoli, mi ha offerto più di un elemento di conferma della crescente secolarizzazione della notizia religiosa.
Ad esempio, nel primo semestre del 2012, detto che la media è stata di 160 titoli religiosi alla settimana, il «picco» è stato toccato a metà febbraio con 317 titoli, di cui 103 sulla polemica relativa al pagamento dell'ICI da parte degli enti ecclesiastici, 73 sul documento che annunciava un attentato o comunque la morte del papa e 48 sui riferimenti religiosi nei monologhi di Celentano al Festival di Sanremo. Oltre i 200 titoli si è andati solo in altre 4 settimane: a fine febbraio ancora con l'ICI in evidenza (93 titoli); a fine marzo grazie al viaggio del papa a Cuba (154 titoli) e due volte in giugno per la seconda ondata di vatileaks, quella sollevata dalla pubblicazione del volume di Gianluigi Nuzzi Sua santità (Chiarelettere, Milano 2012; cf. Regno-att. 10,2012,304 e 12,2012,374.431) i cui documenti più significativi erano già stati anticipati, ottenendo a loro volta ottimi piazzamenti nella classifica settimanale dei «titoli con Dio». Nel 2011 (media: 170 titoli religiosi a settimana), i «picchi» avevano coinciso con le «reazioni cattoliche» al Rubygate (126 titoli su 301 a metà gennaio) e con il presunto legame tra le critiche del presidente CEI card. Bagnasco al governo Berlusconi (228 titoli su 398 a fine settembre) e l'ipotesi «Todi» di un ritorno organizzato dei cattolici in politica (189 titoli su 309 a metà ottobre). Molto bene anche le settimane dominate, sotto l'aspetto giornalistico-religioso, dalla beatificazione di Giovanni Paolo II (del cui traino si è giovato sui media anche il film di Moretti Habemus Papam) e dal fallimento del polo universitario-ospedaliero San Raffaele.
È evidente che le scelte di questi temi e del modo di proporli sono orientate soprattutto dal mercato: si pubblicano le notizie religiose che «tirano», che assicurano audience, lettori e quindi pubblicità. La squadra che gli «uomini macchina, che misurano a numero di righe e non invece per l'importanza dell'argomento», come scrive Svidercoschi (Giornalismo e religione, p. 771), mettono in campo per raccontare queste storie con questi obiettivi è così schierata. Di punta gli inviati, i procacciatori di scoop, quelli che «se ho una notizia ho il dovere di darla»: specializzati in politica, o in giudiziaria, o in qualunque altro ambito, ma spesso apprendisti quanto alla notizia religiosa, nel senso che ne ignorano le sottigliezze, quelle sfumature che, come dice Paolo Rodari, «messe assieme danno (a volte) una notizia». A centrocampo i commentatori religiosi, figura in parte nuova: può provenire dalle file dell'università o da quelle della vita religiosa, oppure può essere un ex-vaticanista in pensione e quindi finalmente liberato dalla schiavitù di doversi inventare ogni giorno qualche «monsignore bene informato»; è a costoro che il direttore chiede di interpretare, a favore di un lettore immaginato del tutto «laico», il «fatto religioso» di attualità, senza necessariamente esprimere la linea del giornale.
E finalmente, in difesa, gli informatori religiosi propriamente detti, i «vaticanisti»: una difesa su due fronti, quello della credibilità del giornale, talvolta minata dalla disinvoltura di certe «rivelazioni», o dall'utilizzo di categorie interpretative anguste, e quello della credibilità della Chiesa, che queste forme di informazione religiosa riescono quasi sempre a compromettere. Nel poco gratificante compito di «limitare i danni», questi ottimi giornalisti (cf. Regno-att. 16,2010,553) hanno nelle istituzioni ecclesiastiche, e nei loro portavoce, un partner inevitabile: prezioso se, come è per la Santa Sede p. Lombardi, esperto nella conoscenza del sistema dei media e affidabile quanto alla consapevolezza che il problema tra la Chiesa e i media non è l'immagine che essa riesce o meno a far passare, ma la sua realtà, ciò che essa è, quando è bella e quando lo è di meno (cf. Regno-att. 18,2010,647); inutile e persino dannoso se vede nell'opinione pubblica solo un nemico da combattere e nei giornalisti dei soggetti cui nascondere a priori tutto il nascondibile...
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