Il dissenso inizia con Gesù
di Christian Albini | 03 luglio 2012
Non è il grido di rivolta dei puri che, spada in pugno, vogliono costruire una nuova chiesa. Il dissenso cristiano appartiene piuttosto allo spazio della "correzione fraterna"

Che spazio ha il dissenso nell'esperienza cristiana?

Una caratteristica della stagione ecclesiale in corso è l'emergere, a livello internazionale, di nuovi fronti del dissenso, un fenomeno che sembrava estinto, o comunque di atteggiamenti di critica e di tensione nei confronti di alcune posizioni attualmente prevalenti tra la gerarchia e di alcuni comportamenti.

Alcuni esempi: l'appello dei teologi tedeschi dello scorso anno, l'iniziativa dei preti austriaci, la Conference des baptsisés in Francia, il caso delle suore statunitensi... In Italia, abbiamo, tra gli altri, gli incontri de "Il Vangelo che abbiamo ricevuto", o le analisi contenuti nei testi di Giorgio Campanini e Saverio Xeres, di Vinicio Albanesi e altri... Non entro nel merito dei singoli casi; mi interessa piuttosto riflettere sul fenomeno nella sua globalità. Tenendo presente che la categoria del dissenso - e c'è chi parla piuttosto di "disagio", con buone ragioni - è una denominazione comoda da usare, ma può trarre in inganno, perché rinvia troppo facilmente alle dinamiche delle stagioni della contestazione politica.

Bisogna, allora, precisare che con dissenso non intendo la contestazione di principio della fede o della Chiesa. Mi riferisco piuttosto a quella parola - maturata nella coscienza e nella preghiera assidua - che, dentro la Chiesa cattolica, pone un'obiezione a comportamenti o posizioni dell'autorità ecclesiale, in nome della fedeltà al Vangelo e all'amore per la Chiesa. C'è fatica ad accettare questo dissenso come parte di una sana vita cristiana. Anzi, lo si considera un esempio di relativismo da condannare, soprattutto da parte di chi pensa che tutto ciò che viene dai pastori sia autenticamente vero e indiscutibile.

Non così per Gesù. È, infatti, lui il modello di questo dissenso. Nei vangeli, quando si indigna e va in collera, non lo fa contro i peccatori, i pagani o gli eretici, verso cui dimostra una sorprendente benevolenza. Sono invece gli uomini della religione, le autorità, che attirano la sua ira. Soprattutto nell'invettiva di Matteo 23 contro gli scribi e i farisei, da lui definiti ipocriti, guide cieche, sepolcri imbiancati pieni di ossa di morti e di marciume, assassini di profeti...

E non si dica che gli strali di Gesù riguardano altri, la religione ebraica, perché un attento lettore della Bibbia come san Girolamo ha messo in chiaro che le colpe di scribi e farisei sono le nostre. Quel che Gesù denuncia avviene tra i cristiani e tra i pastori. Neppure si può addurre, a sostegno dell'insindacabilità di questi ultimi, il v. 3 (Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono), perché non va disgiunto dal v. 23:

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sull'anéto, sulla menta e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.

Si può essere perfettamente ortodossi e osservati, eppure essere senza giustizia, misericordia e fedeltà. Gli esempi non mancano. C'è un essenziale che va salvaguardato e soprattutto vissuto. Gesù ha trovato spesso più fede nella sua persona da parte di eretici e pagani. Per la Bibbia, infatti, la fede è anzitutto amare la giustizia, praticare la misericordia e camminare con Dio (cfr. Mi 6,8), che sta a dire un rapporto intimo, una familiarità con Lui. Si potrebbe andare avanti sul compiacersi dei posti d'onore, sul farsi chiamare "maestri", "padri" e "guide", sul chiudere il regno dei cieli davanti alla gente, sull'uso del denaro...

Due notazioni su vocaboli che hanno un ruolo importante nel testo..

Uno è l'hypokrités con cui vengono ripetutamente definiti gli scribi e i farisei. La traduzione CEI lo rende con "ipocriti", ma può essere più accuratamente reso con "simulatori"; era infatti il vocabolo che indicava coloro che recitano una parte, gli attori. Gli hypokrités, infatti, erano già stati introdotti da Matteo nel discorso della montagna e corrispondevano a coloro che praticano la propria giustizia davanti agli uomini per essere ammirati (6,1). Questa definizione richiama la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14), detta per coloro che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri. Il fariseo, l'uomo della religione, si gloriava delle proprie osservanze, mentre l'altro confessava in umiltà i propri peccati. Ed era il secondo a essere giustificato. Ma farisei e pubblicani non sono persone diverse, bensì atteggiamenti interiori a ciascuno di noi.

Il "guai", inoltre, che in Mt 23 ricorre sette volte (cfr. vv. 13-33) appartiene al genere letterario profetico (cfr. Am 5,18ss.; Is 5,8-24), dove «è denuncia del peccato e minaccia di un giudizio che può essere ancora evitato con la conversione» (Alberto Mello).

Tutto ciò ci dice che non esiste una categoria di "puri", di nuovi scribi che giudicano i vecchi. Non c'è che un unico maestro, un unico Padre e un'unica guida, Gesù Cristo (Mt 23,8-10), davanti ai quali siamo tutti fratelli. Il dissenso, allora, non è il grido di rivolta dei puri che, spada in pugno, vogliono costruire una nuova chiesa. Il dissenso cristiano appartiene piuttosto allo spazio della "correzione fraterna", richiamato da un ampio articolo di Enzo Bianchi su Avvenire.

Gerarchia e popolo di Dio siamo assieme nella chiesa. Siamo dentro un'unica storia. Siamo tutti battezzati, portatori dello Spirito, sacerdoti, re e profeti. E tutti siamo anche esposti al fallimento, all'errore, alla tentazione e al peccato nella stessa misura. Non ci sono categorie di credenti che, solo per il proprio ruolo, godono di un grado superiore di scienza o di eticità. Il che non significa che non ci siano diversità di ministeri, che tutto sia relativo o indifferente, che chi contesta abbia sempre ragione... Significa, però, che nella chiesa ci devono essere una comunicazione reale e un ascolto sincero in tutte le direzioni. I pastori non possono esercitare il loro servizio senza tenere sinceramente conto della parola e anche della critica del gregge, senza porsi il problema di riconoscervi il seme di verità che racchiudono.

 

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Christian Albini

Christian Albini (Crema, 1973) marito, padre, insegnante, teologo. Partecipa alla vita cristiana della sua comunità parrocchiale e della sua diocesi, dove è coordinatore del Centro Diocesano di Spiritualità. È autore di libri, articoli e del blog Sperare per tutti. È socio fondatore dell’associazione Viandanti. Su twitter @Sperarepertutti

 

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