Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .
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Preso in rete
Si sa che Prandelli, per rendere grazie dopo le tre vittorie della Nazionale italiana di calcio contro l'Irlanda, l'Inghilterra e la Germania, ha già compiuto altrettanti pellegrinaggi notturni verso importanti centri di spiritualità cristiana nei dintorni di Cracovia (ne ha parlato anche Diego Andreatta su Vino Nuovo): un vissuto di fede più «adulto» - dirà qualcuno - di quello di Trapattoni, del quale si ricordano invece i riti propiziatori prepartita a base di acqua di Lourdes intorno alla panchina, ma anche l'eliminazione sia ai Mondiali del 2002, sia agli Europei del 2004.
Non si sa invece se Benedetto XVI abbia assistito alla partita Italia-Germania del 28 giugno: p. Lombardi ha assicurato di no, la maggior parte dei giornali ha scritto di sì. Ma quel che è certo è che, comunque fosse finita, il santo padre avrebbe avuto modo di uscirne bene: e infatti si sa, sempre da p. Lombardi, che «come vescovo di Roma» si è sentito «partecipe dell'allegria dei suoi fedeli». Quando si dice l'et-et cattolico...
Insomma, anche nel corso di questa fase finale di «Euro 2012» l'informazione religiosa sta avendo la sua piccola parte nel grande flusso mediatico che accompagna la manifestazione sportiva. Sarà per questa consapevolezza, o sarà perché ancora mi risuonava nelle orecchie un'affermazione riportatami di recente e attribuita al card. Martini, secondo la quale ogni tanto non sarebbe male se a scrivere di Chiesa fossero i giornalisti sportivi - giusto per liberare il racconto da certe «precomprensioni» - che non mi sono stupito di aver ricevuto sull'email, nella mattinata di venerdì, una richiesta singolare.
Carlo Di Cicco, il vicedirettore de L'Osservatore romano, mi invitava a fare il contrario, e cioè a scrivergli la cronaca della finale Spagna-Italia di domenica 1 luglio. Solo che, scusandosi un poco, mi pregava anche di scriverla in anticipo, in modo da mettersi avanti per l'edizione datata domenica 1 - lunedì 2 luglio. E mi confessava di non aver trovato nessuno disposto a prendersi il rischio. «Ci penso io, non ti preoccupare, anzi mi fa onore» gli ho risposto, accecato dall'ambizione. «Sappi però che non scrivo di calcio da più di trent'anni...». «È lo stesso, fai quel che ti viene». Ed ecco cosa mi è venuto.
Le rappresentative di Spagna e Italia si sono incontrate l'1 luglio a Kiev, luogo in cui 1.024 fa anni, con il battesimo di san Vladimiro, ha avuto inizio l'evangelizzazione della Rus'. Le due delegazioni, composte ciascuna di 11 esponenti più altri pronti a intervenire nel confronto qualora ne fosse sopraggiunta la necessità, erano state scelte, rispettivamente, da Vicente del Bosque González, marchese e anche, a quanto si dice, soprannumerario dell'Opus Dei, e da Cesare Prandelli, tipico esponente di quel cattolicesimo bresciano che ha dato i natali, tra gli altri, a Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI.
Ciascuno dei due gruppi ha indossato la veste abituale: rosso porpora per gli esponenti iberici, azzurro madonna per quelli italiani. Il ministero della supervisione dell'incontro è stato affidato a Pedro Proença. Per una singolare coincidenza, le due rappresentative si sono guadagnate l'opportunità di questo incontro superando altre due nazioni a maggioranza cattolica, come l'Irlanda e la Croazia. Successivamente la Spagna ha fronteggiato con successo la Francia e il Portogallo, accomunate dalla circostanza di ospitare i due più importanti santuari mariani d'Europa, mentre l'Italia ha avuto a che fare, significativamente, con due paesi in cui il protestantesimo ha un forte peso, e cioè l'Inghilterra e la Germania.
L'Italia, sin dall'avvio, ha mostrato di voler raggiungere il portale avversario sfruttando soprattutto le navate laterali, ed è stato proprio grazie a un fitto dialogo svoltosi sul fondo della navata di sinistra che è scaturito il riferimento positivo per il capo di Mario Barwuah Balotelli. Questi, malgrado l'inconsueta tonsura, è infatti riuscito a colpire con vigore la sfera e a depositarla sul fondo dell'abside. L'esultanza commovente del giovane, che è di origine ghanese ed è stato dato in affido a una famiglia di Concesio (il paese nativo di Giovan Battista Montini, il futuro Paolo VI) grazie a un progetto finanziato con l'otto per mille della Chiesa cattolica, ha contagiato, oltre alla sua delegazione, l'intera assemblea dei presenti, che assommava a diverse decine di migliaia di fedeli (con l'eccezione, comprensibile, di quelli provenienti dalla Spagna).
Non appena ha avuto inizio la seconda parte della liturgia, la Spagna ha avuto il kairós per riequilibrare il confronto: scagliato dal proprio presbiterio, il pallone ha percorso una lunga parabola ed è finito sui piedi di Cesc Fàbregas, che con una rapida corsa si è presto trovato a tu per tu con il guardiano e capo-delegazione italiano Gianluigi Buffon. Questi è stato costretto a quel punto al graviorem delictum. Subito l'episcopo Proença ha intonato un fischio, intimando la massima penitenza alla rappresentativa italiana e ammonendo anche il Buffon con quel segno giallo che prelude, se ripetuto, alla sospensione a ludibus. L'esecuzione della sentenza è stata affidata a Xavier Hernández Creus, originario della Catalogna (che in seno alla Chiesa spagnola rappresenta la tradizione che si è mostrata più sensibile all'aggiornamento conciliare), il quale ha portato felicemente a termine il suo compito, ricevendo subito numerosi e affettuosi segni di pace dai confratelli, mentre stavolta era la porzione spagnola dei fedeli a cantare l'exultet.
Compiuto questo primo scambio di doni, pareva che l'incontro fra le due rappresentative fosse destinato a concludersi in equilibrio, quando...
E qui mi fermo: caro Di Cicco, finisci tu. Non perché non abbia altre fantasie clerico-calcistiche, ma perché, da bravo cattolico-tifoso, sono anche un po' scaramantico, e francamente, non vorrei «gufare»...
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