Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .
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Preso in rete
Ai tempi della Hit Parade radiofonica c'era la «canzone regina»... Io, nel mio piccolo, vi dico settimanalmente la «notizia religiosa regina»: con 49 titoli, anche stavolta è quella che lega insieme il profilo dello IOR, l'operato del suo ex presidente Gotti Tedeschi e le lotte interne al Vaticano combattute a colpi di «vatileaks», di documenti profughi dai sacri palazzi ma caritatevolmente accolti e ospitati sulle pagine dei giornali. E lo è per la quinta settimana consecutiva, come capitava, a Hit Parade, solo a Lucio Battisti. Da leggere, a mio parere, almeno un'intervista: quella, dissonante dagli standard degli altri articoli, del card. Vingt-Trois (arcivescovo di Parigi) uscita sul Corriere della sera il 22 (1).
Ma, come sottolineavo domenica scorsa, insieme a dati prevedibili questo monitoraggio ne propone, di settimana in settimana, altri meno scontati. Ad esempio, senza alcun nuovo evento a fare da catalizzatore, siamo complessivamente oltre la soglia dei 200 «titoli con Dio»: evento raro (dall'inizio dell'anno, è solo la quinta volta).
E per la prima volta in due anni circa di monitoraggio, molti argomenti si sono meritati più di 10 titoli: oltre allo IOR e dintorni, gli attentati contro cristiani in Nigeria (27 titoli), i problemi finanziari e/o giudiziari di grandi poli sanitari nati ex corde Ecclesiae (25), le questioni biopolitiche e la loro valenza rispetto all'impegno pubblico, organizzato o meno, dei cattolici (25).
Rientra sotto la biopolitica anche il tema dell'aborto, che ha raccolto 17 titoli principalmente intorno al nuovo pronunciamento della Corte costituzionale relativamente alla legge italiana in materia, la nota 194; pronunciamento che il 20 giugno, coerente con i numerosi precedentemente espressi, ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Spoleto sull'articolo 4.
In attesa della sentenza Avvenire, dopo aver dedicato il 15 giugno ampio spazio ai positivi dati 2011 dei Centri di aiuto alla vita (CAV), ha rilanciato, con un bel commento dell'antropologa Chiara Giaccardi, una modalità di «aiuto alla vita» che passa per una forma di «volontariato digitale». Sostanzialmente: fra i tanti soggetti accessibili online, ci sono anche dei volontari pronti a «sostenere mamme decise ad abortire in un processo di riflessione, condivisione ed eventualmente di ripensamento».
Sin dai tempi del grande convegno della CEI «Testimoni digitali» (2010), che la vide protagonista, ho potuto apprezzare la capacità di Giaccardi di guardare al mondo digitale senza integrati entusiasmi, ma anche senza apocalittici pregiudizi. Ora ritrovo quell'atteggiamento nel sottolineare che «l'iniziativa e i suoi esiti» indica «uno dei tanti sentieri nascosti che bisogna avere la fantasia di intravedere per poter rendere sempre più "abitabile" il web. O, meglio, per integrare lo spazio digitale in quello concreto delle nostre vite, contribuendo a rendere più umani l'uno e l'altro». Anch'io credo, su questi aspetti che hanno così a che fare con il bisogno di relazione delle persone, che il web abbia grandi risorse da offrire.
Ma l'articolo mi piace anche per come si esprime sul merito della questione: «So quanto è faticoso generare e prendersi cura, e non mi sento di giudicare chi si lascia schiacciare dalla paura. Ma credo che ogni storia sia singolare, e proprio nel rapporto singolare e interattivo che si può costruire in rete ci sia la possibilità di raccontare a chi non se la sente di diventare mamma una storia un po' diversa. Per accrescere, non per limitare la sua libertà di scelta. La storia che tutte sentiamo è che il figlio ci vincola, ci limita, deve essere una nostra scelta, e se non lo è abbiamo il diritto di sbarazzarcene, come facciamo con i regali sgraditi. La storia che si può raccontare, anche attraverso la rete, è che spesso ciò che non abbiamo scelto è ciò che più ci può definire (pensiamo ai nostri genitori, o a quanto ci capita di inaspettato, nel bene e nel male, che però lascia in noi tracce incancellabili)».
Se c'è un tema cruciale, in particolare in Italia, nei rapporti tra coscienza credente e cittadinanza, è questo dell'aborto: a cominciare dall'approvazione della legge - che non lo chiama «aborto» -, per passare attraverso il doppio referendum del 1981 e le altre infinite strumentalizzazioni che esso ha subito nel dibattito pubblico, e per finire su come la discriminante politica destra/sinistra ha fatto diventare «di destra» figure ecclesiali come don Oreste Benzi e persino madre Teresa di Calcutta solo perché, nel loro impegno pubblico, accanto a mille altri «ultimi», si sono prese carico anche delle creature che sono ancora nel grembo materno.
Non la discriminante politica, ma la mia sensibilità, che sull'argomento si è giovata più di qualche racconto di famiglia e di povertà che di tante letture, mi ha sempre detto che la 194 è tutto sommato una buona legge, e che se mai andrebbe meglio e integralmente applicata. Ciò non toglie che i membri delle comunità cristiane debbano adoperarsi con tutti i mezzi che loro competono per trattenere dal compiere quello che ritengono un «abominevole delitto», come lo chiama la Gaudium et spes al n. 51. Ad esempio in Germania, fino a che la Chiesa non ha deciso, dopo un intenso dibattito, che quella procedura conteneva il rischio di una controtestimonianza, i consultori cattolici rientravano tra quelli che rilasciavano il certificato di avvenuta consulenza necessario a una donna per poter abortire: una consulenza potenzialmente complice, che però permetteva anche di avvicinare, ascoltare e magari dissuadere...
Tra questi mezzi, credo anch'io che «il contatto che si crea in rete può avere questo duplice effetto positivo: rompere il senso di solitudine, creando le condizioni per l'ascolto e la condivisione; liberare la decisione dalla contingenza dell'istante (in cui, più che liberi, si è in preda alla paura) e darsi il tempo di vedere le cose in un altro modo, di ascoltare anche l'altro e di includere il rapporto, che va letteralmente prendendo corpo, tra gli elementi che guidano la scelta».
«Questo - conclude Giaccardi - è aumentare le chances di libertà, non diminuirle. La libertà è anche capacità di cambiare idea, se si trovano buone ragioni per farlo».
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