Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista al settimanale diocesano Vita Trentina (caposervizio) e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

leggi gli articoli »
La libreria di VinoNuovo
Sulla felicità
Martiri che uccidono

in collaborazione con


vedi la libreria»

In reparto anche la stanza del silenzio
di Diego Andreatta | 20 giugno 2012
«La malattia è aconfessionale», confida un cappellano ospedaliero. Così in alcuni ospedali si è destinato un locale al raccoglimento per le altre religioni

La definizione non è un problema: "aula del silenzio" o "luogo del raccoglimento" può star bene ai fedeli di ogni confessione. L'importante è poter prevedere in ospedale, immenso alveare brulicante di sofferenza e di laboriosità, anche una celletta in cui possano trovare uno spazio dedicato alla riflessione silenziosa e alla preghiera i malati (e gli operatori sanitari, perché no) che appartengono in proporzione crescente a religioni diversa da quella cattolica.

È vero, per i cristiani ortodossi o per gli stessi buddisti è già più che adatta la cappella cattolica, ma un'attenzione della struttura sanitaria al pluralismo religioso dovrebbe cominciare a tener conto di esigenze specifiche. Il musulmano praticante, anche se allettato o claudicante, vuol tener fede ai suoi cinque momenti di preghiera al giorno: "a noi potrebbe bastare anche una stanza di due metri per tre in cui potersi raccogliere in preghiera", osservava un imam in occasione di un costruttivo confronto con gli operatori ospedalieri. Per l'islam non è prevista la preghiera comune con le altre fedi ("possiamo assistere però a funerali cattolici di persone che abbiamo conosciuto o a cui siamo legati", è la precisazione dei leader mussulmani)  e l'aula del silenzio potrebbe essere il luogo sufficiente in cui ritirarsi, senza doversi inventare altre soluzioni avventurose - come avviene attualmente - in sale d'aspetto dei vari ambulatori o in locali inutilizzati e "concessi" in via provvisoria.

E l'aula del silenzio - così come la croce che segnala la chiesa cattolica - suggerisce anche il richiamo a quell'ineludibile domanda di senso che la stagione della sofferenza porta prepotentemente con sé e può diventare "rifugio" d'incontro e di consolazione. Anche persone dichiaratamente non credenti potrebbero qui trovare l'ambiente ideale (quanto meno non disturbato dal chiacchiericcio o dal silenzio greve che spesso caratterizza le corsie o le stanze affollate) per la loro ricerca spirituale, messa duramente alla prova da una diagnosi incerta o angosciante. E i punti d'incontro sono quelli che già avvicinano le diverse credenze religiose di fronte allo scandalo della sofferenza: come il riconoscimento della propria fragilità e creaturalità, l'affidamento  nelle mani di un Altro, il bisogno di consolazione che trova risposte nell'autentica compassione o in un'empatia rispettosa, la necessità di andare oltre l'approccio puramente medico tecnico alla propria patologia.

"La malattia è aconfessionale", confida un cappellano ospedaliero dai capelli bianchi, ed una sanità umanizzante, rispettosa delle singole credenze, potrebbe esprimersi anche nel dotare i nostri ospedali di questo spazio ad hoc in cui favorire il confronto con "Le parole ultime", titolo di un fresco volume scritto a più mani sui problemi del "fine vita" (Edizioni Dedalo).

Sono le persone, non le stanze a "liberare" lo spirito, certo. Ma prevedere e realizzare  l'aula del raccoglimento manifesta anche una laica attenzione all'attuale pluralismo religioso (oltre a essere un riferimento utile agli operatori cattolici nel dialogo interconfessionale) così come altre iniziative realizzate in alcuni ospedali: segnaletica in più lingue nei reparti, un vademecum che spieghi agli operatori sanitari e agli ospiti alcuni comportamenti religiosi previsti nelle varie fedi, un protocollo dell'azienda sanitaria per definire i rappresentanti "ufficiali" delle varie fedi a cui rivolgersi, ad esempio, in caso di richieste religiose specifiche o al momento del decesso. Altre idee stanno maturando fra i cirenei, dentro le consulte cattoliche della salute; meritano di essere messe in circolo nei reparti e negli uffici dell'amministrazione sanitaria.

 

Commenta e leggi i commenti per questo articolo


Vedi anche
09/11/2010
Più voce ai malati, anche dal pulpito
di Diego Andreatta
18/01/2013
Lo stabat mater di Natale
di Maria Elisabetta Gandolfi
20/12/2010 SECONDO BANCO
Lo sguardo di Angela
di Gilberto Borghi
27/11/2011 PRESO IN RETE
«Quelli lì che pregano»
di Guido Mocellin
26/07/2012 SECONDO BANCO
Al supermarket delle religioni
di Gilberto Borghi

Versione stampabile
Invia ad un amico
Scrivi a Vino Nuovo
Condividi su Facebook




Ogni opinione espressa in questo sito è responsabilità del singolo autore.
www.vinonuovo.it è un blog in cui ci si confronta su temi e problemi dei cattolici oggi in Italia.
Come tale non rappresenta una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi
un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
Web Design www.horizondesign.it