Sposato con Marella, tre figli è giornalista de La Stampa, si occupa del sito d'informazione religiosa VaticanInsider.lastampa.it, collabora con riviste storiche e religiose. È dottore di ricerca in Storia sociale religiosa. Ha scritto diversi saggi su figure e vicende del movimento cattolico in Italia. È nato e vive a Torino, ma la sue origini sono della zona del Basso Piemonte - diocesi di Tortona - e la sua formazione è avvenuta a Genova.
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Sto meditando da tempo e non in modo individuale ma con amici e persone con le quali percorro un cammino di crescita spirituale il tema della coscienza. C'era una volta la coscienza, retta o meno, potremmo dire. Era una sede intima profonda che sapeva più che giudicare, discernere tra bene e male. La coscienza e la sua importanza veniva fatta scoprire ai giovani, insegnata in parrocchia e nei gruppi giovanili, era fondamento dell'essere per comprendere come libertà e verità non fossero parole troppo alte per essere comprese.
Il problema di oggi è che si è persa coscienza della coscienza. Essa, la nostra coscienza, non è più o meglio non può essere la nostra salvezza ma può addirittura renderci anche schiavi di noi stessi. Se infatti la coscienza avesse sempre in se la verità e il diritto dell'ultima parola su ogni questione, in questo modo essa sarebbe infallibile e l'introduzione di ogni regola sarebbe semplicemente un assurdo giogo imposto dall'esterno. Ma in effetti la coscienza individuale può anche diventare solo un guscio della propria soggettività. In questa coscienza ci si nasconde, non ci apre alla verità ma ci affranca da essa (e da qualsiasi regola) in nome di una pretesa legittima autonomia individuale. Non è sufficiente essere convinti delle proprie opinioni per essere certi di trovare la verità. Ed è allora che la coscienza diventa costruzione nel tempo, esperienza ed ascolto, relazione e sequela della Parola. Non siamo monadi tecnologiche ma uomini aperti al dialogo, senza di esso la coscienza diventa egoistica soddisfazione dell'io.
E il valore della coscienza legata alla libertà e alla verità non può che portarci al nostro essere cristiani, ovvero seguaci di Cristo. E qui ci aiuta una illuminante riflessione di don Giovanni Ferretti che scrive come "Il rischio che la presenza attiva di Dio nella vita dell'uomo moderno evapori del tutto è certamente all'orizzonte. Ma è indubbio che sarebbe impresa vana volerla ricuperare al modo antico. La fede nella Provvidenza di Dio che guida la storia universale e la vita dei singoli, indisgiungibile dalla fede cristiana in Dio, va quindi ripensata profondamente, spostandola dal piano categoriale degli interventi puntuali al piano trascendentale". Pensare, ricercare e amare senza dimenticare che la coscienza personale si realizza e si compie nel noi di Dio.
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