Stampa cattolica e scandalo pedofilia: come non fare
di Maria Elisabetta Gandolfi | 14 giugno 2012
Su un settimanale diocesano l'accusa di «cannibalismo» e «coprofagia» ai cronisti che hanno trattato il caso di un prete accusato di abusi (peraltro reo-confesso)

Sono appena usciti in italiano gli atti (EDB, Bologna) del simposio tenuto presso la Gregoriana nel febbraio scorso, dove la Chiesa universale ha dato prova convincente della consapevolezza, ha messo in luce le migliori prassi, ha ammesso i propri fallimenti rispetto ai casi di violenze sessuali contro minori che sono avvenuti tra le sue mura. Ne abbiamo parlato anche su Vino Nuovo.

Il 22 maggio, sono inoltre state rese note le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici approvate dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana. Come ha scritto l'agenzia di stampa dei vescovi statunitensi - Catholic News Service - quella italiana «è una delle ultime conferenze episcopali dell'Europa occidentale a stendere delle linee guida». Purtuttavia, le linee guida ci sono e pongono in capo al vescovo locale la responsabilità precisa d'intervenire. Si possono fare in merito molte valutazioni, ma non è giusto nascondere che sia un passo avanti.

A smentire però l'idea che sia sufficiente enunciare - anche in maniera ufficiale - delle verità perché tutti ne traggano delle conseguenze coerenti cito un fatto che mi ha molto indignato.

Il 7 marzo un sacerdote di Como - con l'incarico di economo diocesano - viene incarcerato perché avrebbe intrattenuto relazioni non proprio pastorali con alcune ragazzine di 12-13 anni. A fine maggio, contemporaneamente alla condanna in terzo grado di un altro sacerdote accusato di violenze nei confronti di un ragazzo disabile, la magistratura concede gli arresti domiciliari all'ex economo. Ed è l'occasione per il settimanale diocesano Il Settimanale della diocesi di Como, diretto da don Angelo Riva, di pubblicare un articolo che non fa onore né al giornalismo né all'informazione religiosa. Tra l'altro affiancato nella pagina a una lettera intitolata "Sporcizia nella Chiesa?" che tratta - ahimè in uno stesso calderone - il tema dei sacerdoti che hanno lasciato il ministero...

Rispondendo a un lettore che chiede conto del silenzio del periodico a fronte della vicenda, il direttore non solo mette in campo la consueta argomentazione della "prudenza" (si noti che in questo caso il sacerdote è reo-confesso) e della "discrezione" che devono regolare la comunicazione di fatti tanto delicati (il simposio di febbraio aveva parlato in proposito di "cultura del silenzio"); ma copre d'insulti - e non si bada a spese: "cannibali" e "coprofagi" - i cronisti locali colpevoli, a suo avviso, di avere rimestato nel torbido. E pensare che il cardinale Reinhard Marx, l'arcivescovo di Monaco, proprio riguardo al ruolo dei media aveva dichiarato al simposio che per la Chiesa "il gioco in difesa, la banalizzazione e la relativizzazione non promuoveranno una nuova credibilità. Non può esservi quindi alternativa all'apertura, alla trasparenza e alla sincerità".

A Como sono subito fioccate le vibrate proteste dei cronisti (cfr. qui) ed è stata immediata l'apertura del procedimento (laico) per la causa di beatificazione della libertà di stampa: Santa subito!

Il ruolo dei media nei casi di denuncia di pedofilia è purtroppo un dato di fatto che potrebbe, tuttavia, essere ridimensionato da un atteggiamento proattivo della comunità ecclesiale. Perché è vero, le leggi della comunicazione dicono che la storia data in pasto al sistema dei media deve essere consumata e nel racconto che continuamente ne viene fatto la persona è derubata della sua stessa storia o vi viene totalmente schiacciata.

Ma chi dirige una testata cattolica non ha forse il dovere morale di fare una informazione qualitativamente migliore? E di prendere atto che la Chiesa ha assunto una posizione ufficiale sul tema, che nello specifico afferma: non si può tacere?

Fino a oggi potevamo anche pensare che fosse una responsabilità della sola Chiesa gerarchica, ritenuta magari su posizioni più arretrate del resto della comunità dei credenti. Il Simposio per la Chiesa universale e le Linee guida per quella italiana dicono che non è così. Ma perché tutto non resti come prima anche noi, piccolo gregge dell'informazione "cattolica", possiamo (anzi, dobbiamo) fare qualcosa.

 

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Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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