Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società.  È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .

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di Guido Mocellin
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Tre corollari su Vatileaks
di Guido Mocellin | 10 giugno 2012
Ruolo della curia, Italia di oggi e crisi del giornalismo religioso: i nodi di cui oggi purtroppo non si parla

È ormai da molti giorni che la questione religiosa prevalente, sui quotidiani italiani, è quella che ruota intorno ai cosiddetti vatileaks, le fughe di documenti dalla Santa Sede iniziate a gennaio e intrecciate, di volta in volta, a diverse storie, l'ultima - e probabilmente la più significativa - delle quali tocca lo IOR e il suo presidente «sfiduciato», Ettore Gotti Tedeschi.

Ecco dunque che sui 230 titoli complessivi che negli scorsi 5 giorni (4-8 giugno) sono stati attratti da argomenti religiosi, più della metà (120) sono andati a quella storia e alle sue implicazioni. A seguire gli ultimi, ma corposi riflessi del VII Incontro mondiale delle famiglie, svoltosi a Milano e coronato dalla presenza di Benedetto XVI (52 titoli). Mentre i rimanenti 58 titoli si sono distribuiti su 22 diversi argomenti, ciascuno dei quali, in media, non ha goduto che di due titoli, come dire che è stato pressoché invisibile per la gran parte dei lettori.

Vorrei dunque provare a distillare da tante parole i pensieri più robusti, quelli che si sforzano di non fermarsi alla superficie dei fatti ma cercano di interpretarli su un orizzonte più vasto. Senza pretese: ogni giorno si aggiungono eventi e commenti. Ma a volte «fare il punto» serve a non perdere il filo, e talora persino a trovarlo. Io ne ho trovati tre, concatenati.

Il primo e più significativo riferimento che suggerisco, presente qua e là in alcuni commenti (non molti, a dire il vero), è quello che guarda al ruolo, tornato preponderante negli ultimi decenni, della curia romana rispetto alle modalità di esercizio dell'autorità nella Chiesa cattolica. È il punto su cui si concentra G. Brunelli sull'ultimo numero de Il Regno, auspicando, in linea con l'ecclesiologia conciliare, un riequilibrio tra Chiesa locale e Chiesa universale, e fra primato e collegialità episcopale.

«Una curia che quasi si sostituisce all'autorità o la esercita per delega - conclude l'articolo - non può che finire sovraccaricata di funzioni e contrasti inappropriati. Per evitare che un certo numero di corvi volteggi sul Vaticano è necessario riformare la curia, riequilibrando i loci dell'esercizio dell'autorità. Altrimenti per ogni cosa dovrà intervenire il papa». Nulla da aggiungere: se vogliamo trarre qualcosa di buono da quanto sta accadendo, è questa la prospettiva verso cui orientarsi.

Il secondo riferimento - che considera l'ipotesi che lo «scontro di potere» in atto miri a condizionare il prossimo conclave - mostra come tale eventualità potrebbe però sortire risultati opposti a quelli attesi. Una linea assai frequentata dagli osservatori stranieri, e ripresa in Italia da Massimo Franco in uno dei numerosi commenti dedicati alla vicenda, quello dell'1 giugno, intitolato «Vaticano, la "sindrome italiana" si scarica sul futuro Conclave».

Appunto: la sindrome italiana. Difficile collocare i vatileaks in uno scenario diverso da quello dell'Italia degli ultimi anni. Difficile non chiedersi se i rischi provenienti dal sovraccarico di funzioni della curia romana (vedi sopra) non siano stati amplificati dal fatto che quella curia si è trovata in questa Italia: l'Italia dei conflitti di interesse e dell'intreccio fra politica e affari, delle infiltrazioni della criminalità organizzata e della debolezza del sistema dei media, per il quale raramente il servizio al lettore è un fine in sé stesso.

Per quanto lontano sia il prossimo conclave, faccio fatica a immaginare che i cardinali elettori, compresi gli italiani più avveduti, non metteranno al primo punto dell'agenda del nuovo pontificato la costruzione di meccanismi che proteggano il papa e la sua curia dagli influssi di un ambiente divenuto purtroppo così insalubre.

E il terzo riferimento è un ulteriore corollario del secondo, e riguarda appunto il sistema dei media in Italia e segnatamente le dinamiche che, al suo interno, investono l'informazione religiosa. Guardate le firme dei 120 pezzi di cui ho detto all'inizio. Guardate su Wikipedia il curriculum di Gianluigi Nuzzi. Non ci vuole un'«aquila» per rendersi conto che nessun «corvo», finora, ha deposto documenti sui tavoli dei vaticanisti. O meglio: se lo ha fatto, questi se ne sono serviti per trovarvi conferme alle loro interpretazioni, e non per fare degli scoop.

Esemplari in questo senso le parole di Sandro Magister, scritte sul suo sito www.chiesa il 7 giugno a proposito dei documenti pubblicati da Nuzzi: «alcune di queste carte hanno avuto un rumoroso rilancio giornalistico da parte di coloro che le hanno ricevute e pubblicate, poco esperti di questioni vaticane e quindi non sempre capaci di valutarne appieno il significato».

Ma questa poca esperienza dei destinatari non ha limitato le fughe di documenti, al contrario: potrebbe persino averle favorite. Leggo in ciò una conferma, vistosa e problematica, di un fenomeno che vado registrando da tempo, e cioè del separarsi della notizia religiosa dal suo specialista, l'informatore religioso o meglio «vaticanista», perdipiù in una circostanza in cui la notizia proviene dal «Vaticano» stesso.

Non sono i giornalisti esperti in questioni religiose a determinare e forse neppure a orientare, nelle redazioni italiane, il destino delle notizie religiose: la rilevanza che si sceglie di dare a esse, la lettura che prevarrà e che sarà il frutto non dei meditati commenti del giorno dopo, ma del titolo, dell'impaginazione, dell'attacco di ciascun pezzo.

Ne parleremo ancora. Ma lasciatemi dire che non è una cosa buona. Perlomeno per chi crede che ai «giornalisti religiosi» tocchi, piaccia o meno alle istituzioni ecclesiali, un ruolo di mediazione: nella Chiesa, tra la sua struttura istituzionale e la base dei «cristiani comuni», e tra la Chiesa complessivamente intesa e il «mondo» in cui essa vive.

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