Roberto Beretta, 50 anni, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È consigliere comunale della sua città, Lissone, in una lista civica d'opposizione. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.
leggi gli articoli »Quasi quasi lo preferivo quando andava allo stadio, a seguire la Juve per "Quelli che il calcio". Allora sì che parlava schietto, immediato, senza timore di mettersi in gioco o di farsi criticare perché discuteva di pallone, un po' da vero figlio di don Bosco e dell'oratorio.... Parlo del cardinale Tarcisio Bertone, ovviamente. Ma che cosa gli è successo per trasformarlo nel personaggio che abbiamo visto qualche sera fa al Tg1, ingessato in una classica intervista "di apparato" col direttore del massimo telegiornale italiano, come ai gloriosi tempi della Dc?
Vorrei compiere un'umile analisi semiologica di quell'intervista (la trovate a questo link su YouTube), perché è una piccola summa di come la Chiesa comunichi male, soprattutto ora che è sotto attacco.
Intervista costruita, costruitissima, anzitutto. Sedie alte, broccato alle pareti, ambiente spoglio e brutto, nel complesso un'immagine "vecchia". Alle spalle del porporato, su un tavolino ben in vista di telecamera (nessuno altrimenti la disporrebbe in quel modo) la foto incorniciata di lui stesso col Papa: un messaggio esplicito di amicizia e contiguità, proprio nel momento in cui Bertone appare invece sui media come uno degli "errori" principali di Benedetto XVI. Il direttore Maccari sta seduto "alla pari" (ma intanto è stato lui a recarsi a casa dell'illustre intervistato) e tuttavia nei controcampi esibisce vistosi segni di assenso alle parole del cardinale. La targhetta "Esclusiva" completa la finzione: questa è una classica intervista concordata che, col pretesto di parlare di Family 2012, in realtà vuole affrontare obliquamente un tema scomodo come quello dei fatti vaticani di cui tanto si parla.
Infatti solo le prime due domande vertono sull'evento milanese, e lì il cardinale (a parte l'infelicissimo paragone calcistico che sciorina, quasi a rievocare i bei tempi in cui poteva essere spontaneo) parla senza leggere il biglietto che tiene in mano (curioso: l'intervistato si è preparato appunti per le risposte... E come faceva a conoscere le domande?). Invece, quando si passa agli argomenti "caldi" - e il passaggio di Maccari è di un ossequioso d'altri tempi, quasi una richiesta di scuse perché si osa introdurre un argomento sgradevole: "Era inevitabile che i media abbiano guardato..." - Bertone visibilmente legge, legge spesso.
Rimarchevole il capovolgimento che il cardinale tenta di compiere dei fatti così come sono descritti dai media. Anziché partire dallo "scandalo" che riempie i giornali, per esempio, l'avvio è un elogio della "trasparenza vaticana" nell'inchiesta sul maggiordomo (ma il problema non erano invece le cose terribili che ci sono nei documenti trafugati?); quindi si ribadisce che "non basta pubblicare documenti parziali per conoscere la piena verità sui fatti" (beh, se sono "parziali" allora fateli conoscere nella loro interezza e forse sapremo tutta la verità...) e si afferma che "i rapporti personali sono molto più importanti delle carte" (temiamo che proprio questa sia una parte del problema vaticano).
Quindi Bertone tira in ballo se stesso, senza nominarsi mai: un classico del curialismo. "Ciò che c'è di più triste - sostiene - è la violazione della privacy del Santo Padre e dei suoi più stretti collaboratori"; tra cui tutti sanno che c'è lui stesso, in pole positon. Tuttavia - altra inversione - "questi non sono stati giorni di divisione, ma di unità... È il momento della coesione di tutti coloro che vogliono servire veramente la Chiesa"; e il messaggio suona chiaro: chi non è "unito" e "coeso" (anche con chi parla, evidentemente) è contro la Chiesa. Poi il climax prosegue e finalmente si parla di "attacchi" al Papa, addirittura "più mirati, feroci e organizzati" di quelli dei tempi di Paolo VI: paragone assai significativo per l'interpretazione dei fatti attuali, visto che negli anni Settanta le critiche al Papa venivano da ambienti del dissenso più arrabbiato o dell'ideologia nettamente anticlericale. Conclusione di elogio a Benedetto XVI - "uomo di preghiera... che non si lascia intimorire" - ma che in realtà coinvolge ancora il suo entourage e quindi se stesso: "Chi gli è vicino e lavora al suo fianco è sostenuto dalla forza morale del Papa".
Domanda finale: in questa intervista era Bertone a difendere il Papa, ovvero Bertone si faceva difendere dal Papa?
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