Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società.  È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .

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Preso in rete
di Guido Mocellin
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Ci hai spiegato che per raccontare la Chiesa non occorre necessariamente essere credenti, ma sapere che stiamo raccontando una comunità di fede

PRESO IN RETE
«Precari» anche a Messa
di Guido Mocellin | 20 maggio 2012
In margine al dibattito suscitato a Bologna da un articolo su «bestie trilli e strilli» in chiesa

Settimana ricca, ricchissima di spunti quella appena trascorsa per quanto riguarda i «titoli con Dio» e dintorni: sono stati 144, dedicati a 40 argomenti.

Hanno dominato le spy-stories, senza dubbio: 14 titoli (ma in soli due giorni, vigilia e antivigilia dell'uscita in libreria) per il nuovo volume di Nuzzi, «Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI», e ben 42 per l'esumazione del corpo del pregiudicato De Pedis dalla basilica romana di Sant'Apollinare, nel quadro dell'inchiesta sulla scomparsa, ormai troppi anni fa, di Emanuela Orlandi.

Se tanto mi dà tanto, questi risultati dovrebbero essere di buon augurio per il primo romanzo di Antonio Socci, «I giorni della tempesta», anch'esso uscito in questi giorni, e che sembra nascondere l'una nell'altra realtà e fantasia, alla pari delle cronache di cui sopra.

C'è invece molta più realtà che fantasia, purtroppo, nella crisi che sta attraversando il Paese, e che si è riflessa tanto nella visita di Benedetto XVI ad Arezzo, dove c'era anche Monti, e nel suo incontro il giorno prima con Napolitano in Sala Nervi, quanto nei pronunciamenti di molti vescovi, vuoi per il ritorno della violenza terrorista, vuoi per il riproporsi di quella suicida motivata dalla crisi economica: in tutto 25 titoli.

E c'è realtà anche nei 9 titoli a testa che si guadagnano, questa settimana, due «valori non negoziabili» come la «vita», per la quale si è svolta a Roma il 13 una «Marcia nazionale» (seconda edizione) affine alle mobilitazioni «prolife» statunitensi, e la «famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna», ovvero il permanere del dibattito, italiano e internazionale, sulle possibili forme di legalizzazione delle unioni omosessuali.

Un tema, quest'ultimo, sul quale va segnalata un'iniziativa dell'IKEA che la dice lunga sul fatto, sempre più evidente, che sono le grandi marche internazionali le vere «nuove» religioni: produttrici di valori non solo per ciò che vendono ma per ciò che sono, e costruttrici di templi che divengono le mete preferite per «santificare», sì, la festa, ma attraverso il consumo.

In tanta abbondanza, mi perdonerete se ho «preso in rete» un tema già ripetutamente toccato qui su Vino Nuovo, quello dei bambini piccoli che disturbano durante la messa. Ci torno perché all'origine del piccolo «caso» (2 titoli sulla stampa nazionale, molti di più su quella locale) c'è il cerimoniere arcivescovile della mia città, Bologna, che si chiama don Riccardo Pane e sull'inserto domenicale di Avvenire, BolognaSette, ha da qualche tempo una rubrica frizzantina.

Sulla quale, domenica 13, sotto il titolo «Prosit. Bestie, trilli e strilli», ha scritto: «Non tutto quello che è buono è opportuno che entri all'interno della chiesa e a maggior ragione nella liturgia. Un pallone è certamente una cosa buona, ma se uso la navata della basilica di San Petronio per tirare rigori e il ciborio come porta, questa non è cosa buona. Un cellulare è cosa utilissima, ma farlo squillare in chiesa, e magari rispondere anche durante la Messa, in prima fila, non è certo cosa buona (e purtroppo anche questo mi è capitato). Fin qua tutti i lettori saranno d'accordo, ma se si toccano altri settori, socialmente sensibili, certamente si solleverà lo sdegno popolare. Sprezzanti del pericolo diciamo: un animale da compagnia è certamente una cosa buona, ma portarlo in chiesa, cioè in un luogo sacro, non è cosa buona. Le grazie spirituali sono fatte per l'uomo e non per gli animali, che vanno rispettati, ma mai equiparati alla dignità della persona umana, quale che sia la sua moralità individuale. (...) I bambini sono cosa non solo buona, ma ottima: il Signore ne ha fatto un modello per la loro innocenza, per la loro capacità di stupore, e per il loro spirito di abbandono fiducioso nelle braccia dei genitori. Tuttavia questa esemplarità spirituale non si traduce nel diritto dei genitori di fare scorazzare e schiamazzare i figli impunemente durante la Messa, ostacolando la già precaria attenzione dei fedeli e lo spirito di preghiera. Questa non è una questione di teologia, ma di semplice buona educazione».

L'ho riportato quasi per intero perché sul web non è accessibile se non si è abbonati a BolognaSette, mentre invece vale la pena seguire tutto il ragionamento. Per parte mia sono dell'avviso che il senso della Chiesa come comunità, se non come «famiglia di famiglie», sia tanto più visibile quanto più la casa del Signore somiglia, anche durante le Messe, alle nostre case. Nel bene e nel male.

Ma non è questo che mi premeva dire, quanto interrogare me e Vino Nuovo sul perché la provocazione di don Pane abbia avuto una così forte presa (facendo la gioia dei colleghi di BolognaSette, che hanno visto confermata la capacità della loro testata di proporre temi a tutta l'opinione pubblica cittadina, anche al di fuori del dibattito politico-sociale). Sarà che quella attuale è la stagione delle comunioni-cresime-matrimoni, e molti si ritrovano in chiesa, coi bambini piccoli, per scelta, diciamo così, non del tutto religiosa (un pranzo val bene una Messa...)? Ovvero che la pratica religiosa ha un'impennata tale, in maggio, che coinvolge anche quei laiconi dei giornalisti?

Sta di fatto che il cuore del corsivo di don Pane, quello che più secondo me dovrebbe fare riflettere, sta in quella frasetta verso la fine, dove definisce comunque «precaria» l'attenzione dei fedeli a Messa. È vero: annunciamo la morte del Signore, ma lo facciamo con un'attenzione precaria; proclamiamo la sua risurrezione, ma già pensiamo che domani, uffa, è lunedì; siamo in attesa della sua venuta, ma anche dell'SMS della zia che ci aspetta a pranzo.

La distanza tra ciò che celebriamo e come lo celebriamo (e non faccio assolutamente questione di forma, ma di testa e ancor più di cuore) è abissale, e solo - fateci caso - in momenti in cui il coinvolgimento personale è fortissimo (se ci siamo di mezzo direttamente noi, o persone a noi care e vicine, per battesimi-comunioni-matrimoni-funerali; o se la vita ci ha condotto a Messa mentre attraversiamo un momentaccio), allora ci mettiamo il cuore e la testa, e sentiamo quanto è vero che «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo».

 

 

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