Ridere per la Chiesa
di Francesca Lozito | 09 maggio 2012
«Voglio fare la versione 2.0 di Lazzati». «Viva da laica cristiana nel mondo e non tema il confronto con la cultura. Al resto ci sta già pensando lo Spirito santo»

Lo scrissi un anno fa il mio pianto per la Chiesa. Lo scrissi forse con un po’ di presunzione, consapevolezza molta e con tanto autentico dolore. Lo scrissi nel venticinquesimo anniversario dalla morte di Giuseppe Lazzati, per partire più che da uno spunto, da quello che per me è un punto di riferimento. Così a un anno esatto mi ritrovo a voler scrivere un post che è assolutamente speculare.
Vorrei che si intitolasse “Ridere per la Chiesa” (dove evidentemente la risata è un atto per qualcuno, non su o di qualcuno, giammai!). Perché di occasioni di pianto ancora ce ne sono moltissime, forse anche più di prima. E ridere non vuol dire certo fare gli struzzi. Ma è cercare di alzare lo sguardo verso quella prospettiva più grande che è quella che ci salva. È volerla cercare.
Non sarà molto giornalistico, ma è cronaca, nel senso di qualcosa che è effettivamente accaduto.
Lo racconterò però come sempre in forma di storia.

C’era una volta una tavola di una grande cucina, una tavola minimamente imbandita.
Quattro persone attorno di cui una, la più giovane evidentemente, con molta fame. Mangiarono con gusto.
L’uomo di fronte a lei all’anagrafe ha gli “anta” belli suonati, ma nella testa il più giovane di tutti. C’è un altro uomo giovane e una donna, quella che ha preparato il pranzo per loro e non solo.
I quattro non si sono mai conosciuti prima. Ma sono legati da una motivazione forte: l’essere nel posto in cui sono, custode della memoria di Lazzati.

«Io vorrei che diventasse santo. Lo prego da vent’anni per farlo diventare santo» dice la giovane donna affamata, con tenerezza.
«Ma se è lui il primo a non volerlo! Non lo hai capito? Io sono convinto che da lassù lavori per questo», dice l’ottuagenario tra il comico e l’arrabbiato. Parte la prima risata. E aggiunge serio: «Lui non voleva che i postulanti sapessero che era a capo della congregazione secolare. Non lo voleva perché non voleva influenzare nessuno, dovevano scegliere nella libertà, indipendentemente da lui».
La giovane donna incalza: «Ma il miracolo?»
L’ottuagenario risponde: «Ah, io gliel’ho chiesto! Fai guarire A.!»
Si aggiunge la terza voce: «Ma se A. è guarito laicamente, grazie ai dottori. Così si guarisce alla Lazzati!». E qui parte un’altra fragorosa risata generale del tavolo.
 Aggiunge ancora la giovane donna: «Ommioddio non diciamolo in giro che poi qualcuno pensa di fare una crociata di nuovo contro la presunta ereticità del professore, anche da morto, non sia mai!» (la storia è storia anche quando si sta ridendo con garbo).

Gli sarebbe piaciuto fare il direttore d’orchestra a Lazzati e dirigere magari uno di quei cori degli alpini, come il Signore delle cime che amava molto. Amava la musica.
Lo trovarono molte volte da solo, magari nel suo ufficio, piangere veramente per quella Chiesa che amava. E che a suo parere si stava chiudendo al mondo.
«I teologi devono parlare all’uomo. Perché la teologia non lo fa piu’?». Dice l’anziano con la sua libertà.
Così il discorso si fa serio.
Perché arriva il momento della consegna.

La giovane donna con la sua presunzione  non domata, evidentemente per la giovane età e ancora lo spirito della battuta incalza: «Voglio fare la versione 2.0 di Lazzati».
«Stia nel mondo signorina. Viva da laica cristiana nel mondo e non tema il confronto con la cultura. Oggi quello che manca è la cultura. Viva nel mondo senza timori, consapevole che quello è il suo posto e il posto di quelli come lei. Delle altre cose, della Chiesa, del suo governo e di quello che non va, degli uomini che sbagliano, delle mancanze che ci sono non si preoccupi. Perché a mettere a posto tutto questo ci sta già pensando lo Spirito Santo».

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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