Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .
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Preso in rete Considerando che non mancano solo i giornali del 2 maggio - non usciti - al mio settimanale monitoraggio dei «titoli religiosi» sui quotidiani italiani, ma anche quelli di domenica 30 aprile e di martedì 1 maggio (coerentemente, la Rassegna stampa CEI santifica le feste religiose e rispetta quelle laiche), il fatto che si contino 105 articoli di argomento religioso, spalmati su 40 temi, dice di una settimana tutto sommato vivace.
Sul podio stanno infatti tre argomenti assai diversi tra loro: la beatificazione, il 29 aprile, dell'economista cattolico G. Toniolo (10 titoli), «esemplare sposo e padre, sapiente educatore dei giovani dalla cattedra universitaria», come recita la preghiera per la canonizzazione; la condanna in primo grado del prete genovese don Riccardo Seppia (processato per tentata violenza sessuale su minore, tentata induzione alla prostituzione minorile, tentata cessione di droga a minori e detenzione di materiale pedopornografico) a nove anni e sei mesi di reclusione e al pagamento di 28 mila euro (15 titoli); la doppia esplosione di violenza contro i cristiani, in Nigeria e in Kenya, che ha segnato la giornata di domenica 29 aprile con 28 morti e decine di feriti (20 titoli).
Non so dire, perché manco dei dati, se vista dai telegiornali, in questi stessi giorni, l'informazione religiosa abbia mostrato un volto radicalmente diverso, e cioè l'assoluta prevalenza di «un solo punto di vista: quello del Vaticano e della Chiesa cattolica intesa come vertice gerarchico». Direi di no. Ciò non toglie che mi abbia molto interessato l'articolo, da cui ho tratto questa citazione, di Marco Politi su Il Fatto quotidiano del 3 maggio, intitolato «Santa Romana Televisione».
Recensendo un dossier su confessioni religiose e TV che rappresenta un'appendice del VII Rapporto sulla secolarizzazione in Italia, supplemento al numero di novembre-dicembre di Critica liberale presentato al pubblico sul finire dello scorso autunno, Politi evidenzia «la colonizzazione capillare che l'istituzione ecclesiastica attua nel sistema televisivo» italiano, a fronte della «minimale presenza di ebrei, protestanti e musulmani» e di una testimonianza «nulla» del «pluralismo interno al cattolicesimo».
Il giudizio fa prevalentemente riferimento alle trasmissioni di attualità e approfondimento, ma si estende anche alla fiction. «L'obiettivo è di presentare un'Italia cattolica che gli stessi dirigenti ecclesiastici cattolici sanno non esistere più», dice Politi, mentre il Rapporto conclude: «La soppressione televisiva del pluralismo in materia di opinioni e sensibilità religiose è una scelta politica consapevole». Non ho trovato in rete il Rapporto, ma un lungo articolo che lo commenta di Felice Mill Colorni (pseudonimo usato fin dal 1984 da un ex politicante liberalradicale, nato a Trieste nella prima metà degli anni Cinquanta, dopo il suo precoce abbandono della politica attiva). Le argomentazioni sono più distese, ma la tesi è grosso modo la medesima: la Chiesa cattolica in TV è «straripante, dilagante, monopolizzante».
Dico la mia, sperando che poi diciate la vostra (possibilmente senza pregiudizi, in particolare verso Politi, il cui «Viaggio tra i cattolici d'Italia» del 2004 rimane uno dei più onesti ritratti della Chiesa italiana che abbia letto in questi anni). È certo che, in relazione ai credenti di altre confessioni e religioni, in TV si vedono di più (ma non so se «meglio») i cattolici. Si può poi discutere, e a lungo, se e in che misura il mondo politico italiano privilegi come interlocutore pubblico la Chiesa cattolica, e perché. Si può anche pensare che suggerisca in qualche modo al sistema dei media un atteggiamento analogo. E che i quotidiani, in particolare, aderiscano a questo schema, che vuole che la Chiesa sia uno dei «poteri forti», ben al di là della realtà dei fatti, ma contribuendo a mantenerlo in vita (ne discutevo venerdì con gli allievi del Laboratorio sull'informazione religiosa attivo presso il Master in giornalismo dell'Università cattolica di Milano).
Ma, parlando di televisione (e il Dossier di quella parla), e di televisione commerciale quale è quella generalista che tuttora domina l'offerta televisiva italiana (RAI, Mediaset e La 7), è difficile sostenere che essa abbia resistito e resista al processo di secolarizzazione che procede inesorabile nel Paese, e che il Rapporto documenta. È più facile, credo, sostenere il contrario, e vedere come la crescita di alcuni indici tipici della secolarizzazione in Italia trovi e abbia trovato nei modelli di comportamento diffusi dalla televisione (tutta: pubblicità, fiction, reality, talk, tg...) un sicuro volano.
E dunque, se si programma una fiction a soggetto religioso, sarà perché promette sufficienti ascolti. Se si invitano prevalentemente «opinionisti» cattolici, spesso chierici, nei talk show, sarà perché la loro presenza «funziona» nella scrittura complessiva dello spettacolo, e va detto che raramente (mi viene in mente solo Porta a porta) una tale funzionalità è indulgente verso di loro e le loro ragioni. Se si impagina il papa nei TG, sarà perché ancora il papa «interessa», e non per accontentare qualche politico. Credo che la TV funzioni così. E mi piacerebbe sentire quelli di TV Talk, che se ne intendono, cosa ne pensano...
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