Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista al settimanale diocesano Vita Trentina (caposervizio) e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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Si balbetta il Vangelo del lavoro
di Diego Andreatta | 30 aprile 2012
Il Primo Maggio 2012, in vista dell'Incontro mondiale delle Famiglie di Milano, ci invita a cogliere la distanza tra la percezione sociale e i principi di etica cattolica. Da dove ripartire?

Se nel calendario familiare il primo maggio è soprattutto un ponte provvidenziale o una gita fuori porta, con la liturgia del concerto romano e degli appelli sindacali, perché non chiedersi come riuscire ad annunciare la "buona notizia" sul lavoro umano?

Dobbiamo risalire infatti agli esordi woytjliani della Laborem exercens con i suoi titoli squillanti che hanno fatto storia ("E' il lavoro per l'uomo, non l'uomo per il lavoro" oppure "il conflitto fra lavoro e capitale"), perché da tempo avvertiamo la fatica pastorale di riannunciare i valori più umanizzanti dell'attività lavorativa. Come se - nella prassi parrocchiale e catechistica, ma soprattutto nella concreta quotidianità famigliare - riuscissimo solo a balbettare l'alta verità del lavoro come vocazione e come "diritto naturale".

Facile a dirsi - s'obietterà - in tempi in cui il lavoro si stenta perfino a trovare, oppure è considerato da una parte una penosa condanna, dall'altra un miraggio irraggiungibile per tanti giovani.

Anche di questa percezione distorta (e di quest'afasia pastorale) si dovrà parlare a Milano a fine mese, all'Incontro mondiale delle Famiglie, come gli stessi testi preparatori  mettono in evidenza quanto cercano di rilanciare il lavoro nello stile dell'esperienza di Nazareth e, prima ancora, nella prospettiva della Genesi.

"Non dovrebbe mai accadere che il lavoro soffochi l'uomo al punto da ridurlo al silenzio!" s'afferma con forza nelle "catechesi ufficiali" che ribadiscono la prioritaria "dignità della persona umana" in tempi di globalizzazione e di precarietà. O che esaltano la creatività del lavoro, "l'atto di giustizia" che esso rappresenta a livello planetario, la corresponsabilità fra marito e moglie che pure richiede nella sfera familiare.

Ma il baratro tra l'ecclesialese illuminante e certi dialoghi terra-terra che demonizzano il lavoro anche in oratorio o nei gruppi famiglia è evidenziato con realismo pure nei testi premilanesi, attenti a cogliere il percepito antagonismo con i tempi della festa quand'è vissuta principalmente come non-lavoro.

Alcuni convegni diocesani in vista di "Family 2012" hanno registrato la distanza fra i principi dell'etica sociale cristiana e una cultura popolare che "avverte forte il vincolo e il peso del lavoro, tanto più quando esso è ripetitivo, precario e poco retribuito. Per non dire poi del lavoro domestico, spesso non riconosciuto".

Da che parte cominciare ad insegnare l'alfabeto del lavoro? Una premessa importante potrebbe essere quella di tornare a ridare valore al lavoro, il giusto valore. Quello che certi nonni testimoniavano nel "benedire" le loro giornate di sudore ma anche quello che ancora oggi molti genitori sanno far gustare ai figli come Provvidenza: non il lavoro per il fatidico "ventisette del mese" da una parte, o il "carrierismo schiacciacolleghi" dall'altra. E' dentro le mura di casa che si coltiva anche questo senso cristiano, come il grande papa lavoratore Karol ebbe a scrivere: "La famiglia è la prima scuola interna di lavoro per ogni uomo".

Come nella bottega del carpentiere di Nazareth, anche dentro i nostri uffici o le nostre aziende si costruiscono i valori della laboriosità, del sacrificio, del sacrosanto riposo.

In particolare, c'è un aggettivo che non si riesce a cancellare pure nel lessico familiare cristiano: il "doppio" lavoro che talvolta viene tollerato, perfino esaltato, anche quando non è assolutamente necessario e diventa invece un arricchimento ingiusto ai danni di chi non ha lavoro. E vale anche per chi ha già raggiunto una comoda pensione, ma viene "valorizzato" con un "doppio" lavoro per consulenze d'esperienza, talvolta anche dentro istituzioni cattoliche.

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