Si intitola Oltre le mura del tempio il libro intervista con Aldo Maria Valli in cui il gesuita padre Bartolomeo Sorge, uno dei protagonisti del dibattito ecclesiale italiano negli anni del post Concilio, rilegge alcune vicende dell'attualità di oggi. Dal volume pubblichiamo il capitolo dedicato al tema dell'aggressività laicista.
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Negli interventi più recenti della CEI si parla di «un’aggressività laicista» che cerca di tappare la bocca alla Chiesa. Lei vede questa aggressività? O non è forse la Chiesa stessa a mettersi in un angolo con certi atteggiamenti di superiorità morale? A questo proposito le cito alcune parole pronunciate proprio nella stessa occasione: «Dobbiamo interpretare a tutto tondo i dettami della nostra religione, senza subire inibizioni striscianti, e ritenendo a nostra volta che vivere fino in fondo la fede, oltre a non essere uno stato di minorità, è un modo eccellente per rendere migliore il mondo». A proposito di aggressività, anche qui non c’è male. Sembra quasi un proclama…
Non è la prima volta che negli interventi recenti della gerarchia torna la preoccupazione di premunirsi nei confronti dell’«aggressività laicista», invitando i cattolici a fare quadrato per difendersi. Mi fece impressione il Documento preparatorio della VL Settimana sociale (Pistoia - Pisa, 2007), pubblicato ovviamente con la supervisione della CEI. Un testo particolarmente significativo, perché si proponeva di orientare il dibattito dei cattolici italiani in vista del primo grande incontro dopo il Convegno nazionale della Chiesa italiana, tenutosi a Verona l’anno prima con la partecipazione del nuovo papa Benedetto XVI. Tanto più che la Settimana sociale numero quarantacinque si annunciava particolarmente importante sia perché cadeva nel centenario della prima (1907), sia soprattutto per il momento delicato in cui si sarebbe tenuta. Infatti il clima nel nostro Paese era agitato dal duro scontro tra cattolici e laici sui temi cosiddetti « eticamente sensibili », accompagnato, da una parte, da « energiche » prese di posizione dei vertici ecclesiastici e, dall’altra, da rigurgiti di anticlericalismo e di laicismo, da offese pubbliche contro il nuovo papa, da plateali strumentalizzazioni politiche e perfino da minacce aperte contro i vescovi, tanto che il cardinale Bagnasco, neopresidente della CEI, a causa degli attacchi subiti fu costretto a girare sotto scorta.
Ebbene, leggendo il Documento preparatorio, mi colpì il fatto che, nel contesto surriscaldato del Paese, anziché cercare di svelenire un clima già troppo teso, si esasperava la contrapposizione tra i «cattolici» e gli «altri». Il Documento diceva testualmente: «Occorre oggi ricominciare daccapo», proprio perché i cattolici italiani si trovano a dover agire « in un contesto di isolamento per molti aspetti inedito ma per altri assai simile a quello di un secolo fa»; e ponendo l’accento, per l’ennesima volta, sull’esclusione a cui sarebbe sottoposta in Italia la «presenza cattolica […] contestata e ostacolata: sileant catholici in munere alieno!», il Documento chiamava a raccolta «i cattolici», affinché si facessero valere di fronte agli «altri»: «È giunto il momento che i cattolici italiani rappresentino, con garbo ma con forza, agli altri che il futuro del nostro Paese non potrà prescindere dalla loro presenza costitutiva e dal loro apporto irrinunciabile». Si insisteva, dunque, sulla contrapposizione tra i «cattolici» e gli «altri», sulla linea, cosiddetta, della «fermezza» e della «presenza», che (dopo la stagione montiniana della «scelta religiosa» e della «mediazione culturale») aveva caratterizzato la tappa aperta a Loreto da Giovanni Paolo II, favorendo appunto quel clima di scontro che disturbò gli inizi del pontificato di Benedetto XVI e della presidenza del cardinale Bagnasco alla CEI.
È significativo che il Documento preparatorio proponesse di dare vita a una nuova organizzazione del cattolicesimo italiano, insistendo sull’emarginazione pubblica a cui i cattolici oggi sarebbero sottoposti in Italia: «L’atmosfera culturale e sociale in cui ci si trova a rendere testimonianza concreta della propria fede, nell’ambito professionale come in quello dell’agire economico e in quello culturale, produce fenomeni non secondari di emarginazione, soprattutto quando ci si trova a dover procedere da soli». Da questa premessa,il Documento traeva la conseguenza che «occorre dunque costruire “reti di sicurezza” (o reti associative) che consentano, a chi lo vuole, di tradurre in atto la logica del bene comune, senza subire discriminazioni di sorta. Anche attraverso queste reti passa la possibilità di essere poi presenti con coerenza anche nella sfera sociale più vasta». I fedeli laici, dunque, erano esortati a dare vita a «reti di sicurezza», «a spazi pubblici di autonomia», in modo che, collegati tra loro in «istituzioni proprie» e non più dispersi o isolati all’interno delle istituzioni laiche, potessero operare immediatamente per un giusto ordine nella società.
Fa una certa impressione che simili ragionamenti oggi tornino di attualità e si traducano in tentativi e proposte di riaggregazione cattolica, di fronte alla gravissima crisi del Paese, che avrebbe bisogno invece dello sforzo congiunto di tutti. Che cosa ne dobbiamo pensare? Certo, è necessario che la Chiesa denunci le contraddizioni e le conseguenze nefaste del vecchio laicismo illuministico; tuttavia la critica da sola non basta. Lo sforzo della Chiesa deve essere soprattutto positivo e propositivo, diciamo pure «profetico». Il guaio è che molti ancora nella Chiesa non si sono rassegnati alla fine del «regime di cristianità». Che quel regime ormai sia finito, lo si ammette praticamente da tutti, a voce e per iscritto, dopo che lo ha detto il Concilio; ma poi nella vita concreta e nell’impegno pastorale si continua a pensare e ad agire come se nulla fosse cambiato, come se la «nostra brava gente» fosse ancora tutta o in massima parte evangelizzata e praticante. Si ha la netta sensazione che, oltre al calo e all’abbandono della pratica religiosa, il ripetersi di eventi significativi (come i referendum popolari a favore del divorzio e dell’aborto, il dissenso aperto con il magistero sui temi di bioetica, sui problemi dell’inizio e del fine-vita, sulle coppie di fatto e sulla morale familiare e sessuale; per non parlare dell’insignificanza dei cattolici in politica, dell’assuefazione dell’opinione pubblica di fronte a scandali pubblici intollerabili) non sia ancora sufficiente ad aprire gli occhi di molti pastori sul grado di scristianizzazione a cui siamo giunti.
Ciò porta la Chiesa a vivere sulla difensiva, con il rischio di scorgere dappertutto aggressori e nemici, fomentando un clima di vittimismo. Di conseguenza cresce l’avversione per il mondo moderno; ogni critica rivolta alla Chiesa viene sentita come un’accusa e respinta con intolleranza; si fatica a riconoscere i propri torti. Il motivo è che si ragiona ancora come quando le istituzioni ecclesiastiche e i loro pronunciamenti erano supportati dall’autorità statale e garantiti dai privilegi concordatari, quando la stessa teologia parlava di cristianizzazione del mondo, e riteneva che la missione della Chiesa fosse anche quella di guidare la società e di essere garante della cultura della nazione. Dal canto suo, la società civile, pluralistica, laica e per molti aspetti postcristiana, continua a guardare con diffidenza le iniziative della Chiesa e gli orientamenti della sua dottrina sociale, perché, dopo la lunga esperienza della «cristianità», rimane il sospetto che il papa e i vescovi – nonostante i cambiamenti intervenuti – cerchino d’imporre (magari sotto forme nuove o approfittando della disponibilità di un governo amico) l’egemonia ecclesiastica sul piano politico e legislativo.
Occorre dunque riprendere con coraggio il cammino aperto dal concilio Vaticano II. La Chiesa del Concilio non può temere il dialogo e il confronto, non può vivere come una cittadella assediata, non deve più cercare l’appoggio del potente di turno per imporre per legge i «valori non negoziabili», con interventi che rendono superflua o vana la missione propria dei fedeli laici; parlerà soprattutto alle coscienze, riconoscerà nei fatti (e non solo nei documenti) la missione insostituibile di un laicato maturo nella vita sociale e in quella ecclesiale; si preoccuperà di mostrare la bellezza del messaggio cristiano e di testimoniare la carica rivoluzionaria della carità. Anche questi sono aspetti della dolorosa purificazione di oggi, che prepara l’avvento di una Chiesa «povera e serva» – come amava sognare monsignor Helder Camara –, più simile alla Chiesa delle origini. Come amo ripetere, «tornano i tempi apostolici».
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