SECONDO BANCO
"Predicate delle regole morte!"
di Gilberto Borghi | 27 aprile 2012
Mettere l'impegno morale davanti all'esperienza che lo rende vivibile è come chiedere a una Ferrari di correre un Gran Premio senza benzina

Non riesco proprio a rassegnarmi! Lo spettacolo si svolge quasi giornalmente sotto i miei occhi e non posso negarlo. Come si fa ad accettare che una intera generazione rifiuti la fede perché la Chiesa che conosce sa di sacrificio, di dovere, di regole e basta?
Una Chiesa che mette spesso davanti a loro l'impegno morale molto prima di offrire l'esperienza che lo rende vivibile?
E' come chiedere ad una Ferrari di correre il Gran Premio senza benzina. E imputare alla macchina stessa di essere cattiva o svogliata.

Mi fa male se Nives riconosce cosa chiede la Chiesa in campo sessuale, ma in modo realistico risponde: "Prof., ma oggi quasi nessuno più segue queste regole. Ma davvero lei crede che le persone arrivino vergini al matrimonio? Predicate delle regole morte!" Mi fa male quando Tomas fa da grillo parlante ecclesiale: "Ma se appena l'11% degli italiani va a messa la domenica, la Chiesa pensa davvero di contare ancora in Italia?" E mi fa male anche quando Giulia, che vuole davvero essere cattolica, mi dice in separata sede: "Non capisco davvero come si faccia a fare quello che la Chiesa dice di fare, quando molti di Chiesa non fanno quello che dicono".

Mi fa male non personalmente, ma perché, come uomo di Chiesa, che vede davanti a sé una marea di ragazzi e ragazze che in queste frasi si riconoscono, mi sento anche io parte del problema.
In realtà so che questi ragazzi sperano che qualche cristiano gli offra finalmente l'opportunità reale di smentire queste frasi. Infatti, quelle rare volte che accade di far sentire loro che il cristianesimo ha una morale fondata sull'amore e non sullo sforzo umano, che è gratis e non dovuto, lo stupore è davvero notevole nei loro sguardi e una luce si accende nei loro occhi. E già è diverso dal solito déjà vue.

Ma quale Chiesa hanno incontrato? Quale predicazione hanno ascoltato, visto che le indicazioni etiche della Chiesa le conoscono quasi correttamente? Quello che manca loro non è la chiarezza delle idee.
Questa serve, ma oggi non muove più nulla in loro. E questo non perché siano cattivi o svogliati. Ma perché hanno conosciuto una Chiesa che non è stata in grado di farli innamorare di Gesù, e che ha messo sulle loro spalle richieste etiche che non sono in grado di poter adempiere, perché manca loro la base per farlo: l'esperienza della fede.

"Perché dovrei dare un euro alla donna che stende la mano fuori dalla Chiesa?". L'ho buttata lì in una classe sveglia.
"Beh io lo farei perché se no mi sento cattiva", dice ancora Giulia. E Angela aggiunge: "Eh, ma è povera, prof, è giusto per questo, noi i soldi li abbiamo". "Se è povera è un problema suo, noi li abbiamo perché ce li siamo guadagnati, ed è giusto tenerseli", chiosa Giovanni, duro e perentorio. E riparte Martina: "Io credo che uno lo fa perché se no si sente in colpa, ma in fondo non gli piace farlo". E ancora: "È giusto farlo perché cosi gli altri vedono che io sono buona" dice Giusy, a metà tra il bisogno di apparire e la voglia di testimoniare. E ancora Eleonora: "È giusto farlo, perché se no mica siamo cristiani" col rischio di uguagliare cristianesimo ed assistenza sociale. Ma anche potrei farlo - e questa la aggiungo ora io - perché mi sento dalla parte dei disperati, contro il mondo, la Chiesa, il sistema, perché un poco anche io mi sento messo alle porte da questi.

Ma fino a qui la fede non c'entra molto.
Potrebbero, infatti, essere risposte anche di chi non crede o di chi ha altre fedi. Però temo che la maggioranza dei cristiani, per secoli abbia dato queste risposte e ancora oggi le dia. Per secoli abbiamo pensato che la morale cristiana stesse in piedi su una base culturale condivisa, dentro la quale davamo per scontato la presenza della fede. Poi ci siamo accorti che non basta più. Ed è un vantaggio, perché oggi possiamo rimettere a fondamento della morale ciò che era originario: la relazione con Gesù, che ci fa innamorare di lui, cioè la vita spirituale.

E infatti chi fa esperienza di questo assapora una morale diversa. "Ma quando siete innamorati - chiedo alla classe - fate qualcosa di bello per lui/lei con queste stesse motivazioni?" "Ma che centra prof. Io faccio una cosa per il mio moroso perché mi piace farlo, non per queste cose" - ribatte ancora Giulia. "Appunto, ragazzi, vedete! Quando siete innamorati capite su cosa è appoggiata la morale cristiana. Non è uno sforzo, non è un obbligo, non è una regola da eseguire. È un amore da lasciar vivere, che Lui ci regala. Se sono innamorato di Gesù so che quella donna povera alla porta della Chiesa è Lui stesso. E allora capite da soli che non mi basta darle solo un euro, ma posso arrivare fino a decidere di dedicare la mia vita per lei".

Le opere della fede mostrano la fede, non la generano, ma la presuppongono e non hanno nulla a che vedere con le opere della legge. "Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me" (1 Cor 15,10).

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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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