Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito MissiOnLine.org, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica settimanale La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net. Su MissiOnLine ho anche un mio blog personale - Chiesa XXI - nel quale mi piace fare «il vaticanista che non c'è».
leggi gli articoli »«Oggi l'Italia ha perso una donna in gamba. E anche la Chiesa. E anche io, nel mio piccolo. Non so come raccontarlo, ma insomma, tu vieni a sapere che sulla Pontina c'è stato un incidente mortale di uno scooter investito da uno scuolabus e già resti scioccato. Poco dopo, quando i giornali diffondono il nome della vittima, ti si gela il sangue. E le lacrime ti si fermano nel cervello, perché il cervello si rifiuta di crederci. È morta Lê Quyên Ngô Ðình, responsabile dell'Area Immigrati della Caritas diocesana di Roma: persona fantastica, di grande spessore e determinazione. Competente, vicina agli ultimi, consapevole. Una donna con una storia bellissima, purtroppo interrotta troppo presto: non aveva ancora 53 anni, gli ultimi 22 dei quali trascorsi in Italia».
L'ho letta così - ieri sul blog di Andrea Sarubbi - la notizia della morte di Lê Quyên Ngô Ðình, donna di origine vietnamita, scappata dal suo Paese nel 1990 per motivi politici e poi per tanti anni in prima linea nell'accoglienza agli stranieri alla Caritas di Roma. Non la conoscevo, ma dal ritratto molto bello che ne traccia Andrea (che invito tutti a leggere per intero) credo di aver capito che tipo di persona era.
Più di tutto, però, mi ha colpito che Sarubbi abbia scritto una cosa, profondamente vera: è la Chiesa italiana ieri ad aver perso una donna molto in gamba. A volte sono proprio tragedie come queste (in quale altro modo si può definire un incidente in cui la responsabile dell'Area immigrati della Caritas viene investita da uno scuolabus su cui alcuni bimbi rom accompagnati dagli educatori stanno andando a scuola?) a svelarci verità che facciamo fatica a riconoscere. E una di queste è proprio il contributo straordinario che tante persone venute «da un Paese lontano» donano quotidianamente alle nostre comunità cristiane.
Un volto che fa davvero troppo poco notizia anche nei nostri media cattolici. Perché degli stranieri parliamo sempre come una grande questione sociale. Adesso finalmente cominciamo a dedicare un po' più di attenzione anche alle 2G, i ragazzi di seconda generazione, nati e cresciuti accanto ai nostri figli, ponte prezioso per quell'integrazione vera che tutti auspichiamo. Ma del contributo che tanti immigrati cristiani già oggi portano nelle nostre parrocchie non parliamo mai. Certo, a volte non è facile, perché anche per gli stranieri la tentazione di rinchiudersi nelle loro cappellanie esiste. Che certo fanno un servizio prezioso, sono insostituibili; però l'incontro vero con una comunità è un'altra cosa.
E allora butto lì un'idea: perché non ricordare da oggi anche su Vino Nuovo Lê Quyên Ngô Ðình aprendo - nei commenti a questo articolo - uno spazio alle storie dei testimoni del Vangelo venuti da lontano che aiutano questa nostra Italia di oggi a camminare nella fede? Ci avevamo provato l'anno scorso su Mondo e Missione scegliendo questo taglio molto particolare per il nostro numero dedicato ai 150 anni dell'Unità d'Italia. E avevamo raccolto alcune storie molto belle. Ma è un'attenzione oggi troppo importante per chiuderla in una manciata di pagine di una rivista: andiamo allora avanti qui, nel segno di questa donna.
Vi prego solo di una cosa: non cominciamo con le analisi sull'immigrazione. Per favore. Avremo tempo e modo per parlarne ancora altrove.Lasciamo invece questo spazio a chi ha storie da raccontare: quelle di coppie venute tanti anni fa da chissà dove e che oggi accompagnano i fidanzati italiani al matrimonio. Di ragazzi di seconda generazione che fanno gli educatori in oratorio. Di laici e laiche adulti che come Lê Quyên Ngô Ðình hanno scelto di spendere la vita al servizio degli altri. Oppure raccontiamo anche - molto più semplicemente - come noi stessi ritrovandoci accanto in chiesa qualcuno di questi fratelli abbiamo riscoperto qualcosa della nostra fede che avevamo dimenticato.
La Chiesa italiana ha perso una donna in gamba. Ma la perdita più grave sarebbe continuare a non accorgersi di chi come lei, semplicemente vivendo il Vangelo di un Gesù incontrato ad altre latitudini, sta facendo grandi cose in mezzo a noi.
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