La Rete cambia il modo di vivere la fede?
di Antonio Spadaro | 28 marzo 2012
Si intitola «Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete» il nuovo libro del direttore de «La Civiltà Cattolica». Alcune pagine in anteprima per «Vino Nuovo»

Esce proprio oggi nelle librerie Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete, il nuovo libro di padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica e da anni apprezzato e ormai conosciuto interprete dell'evoluzione dei linguaggi e della cultura cristiana nell'epoca della Rete. Il libro è l'ultimo frutto di "un ecosistema di riflessione" - come lo definisce padre Spadaro ­­- avviato prima con alcuni saggi sulla storica rivista dei gesuiti poi, dal 1° gennaio 2011, col blog Cyberteologia.it. Adesso si sono aggiunti anche la pagina Facebook Cybertheology, un account Twitter (@antoniospadaro) con il quotidiano The CyberTheology Daily, e una serie di altre iniziative. Dall'aprile 2011, c'è anche una rubrica mensile di Cyberteologia sul mensile Jesus. Pubblichiamo qui sotto un estratto dalla premessa del libro.

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Is the Internet Changing the Way You Think? Questo è il titolo di una raccolta di interviste sull'impatto della rete sulla nostra vita, apparsa negli Stati Uniti nel 2011 a cura di John Brockman. Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

Le recenti tecnologie digitali non sono più tools, cioè strumenti completamente esterni al nostro corpo e alla nostra mente. La rete non è uno strumento, ma un 'ambiente' nel quale noi viviamo. I 'dispositivi', cioè gli oggetti che abbiamo sotto mano (spesso, in effetti, non più grandi di una mano) e che ci permettono di essere sempre connessi, tendono ad alleggerirsi, a perdere consistenza per diventare trasparenti rispetto alla dimensione digitale della vita. Sono porte aperte che raramente vengono chiuse. Chi spegne ormai un iPhone? Lo si ricarica, lo si 'silenzia', ma raramente lo si spegne. C'è chi neanche sa come si spegne. E se abbiamo uno smartphone acceso in tasca siamo sempre dentro la rete.

Di conseguenza aumenta il numero degli studi su come la rete sta cambiando la nostra vita quotidiana e, in generale, il nostro rapporto con il mondo e le persone che ci stanno accanto. Ma, se la rete cambia il nostro modo di vivere e di pensare, non cambierà (... e già lo sta cambiando) anche il modo di pensare e vivere la fede?

La domanda ha avuto in me una genesi precisa. Nel gennaio 2010 avevo ricevuto da mons. Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana, l'invito a tenere una conferenza all'interno di un grosso convegno dal titolo Testimoni digitali. Mi chiedeva di parlare di fede e internet. [...]

Allora ho cominciato a esplorare un territorio che mi è apparso, sin dall'inizio, ancora selvaggio, poco frequentato. La ricerca di una bibliografia mi ha portato a verificare che ormai è stato scritto molto sulla dimensione pastorale, che comprende la rete come strumento di evangelizzazione. Davvero poco frequentata mi è sembrata invece la riflessione teologico-sistematica. Le mie domande erano: quale impatto ha la rete sul modo di comprendere la Chiesa e la comunione ecclesiale? E quale impatto ha sul modo di pensare la Rivelazione, la grazia, la liturgia, i sacramenti... e i temi classici della teologia? [...]

L'esigenza di affrontare con coraggio queste domande comincia a essere condivisa. [...] Tuttavia pensare la fede al tempo della rete non è solo una riflessione al servizio della fede. La posta è ancora più alta e globale. Se i cristiani riflettono sulla rete, non è soltanto per imparare a 'usarla' bene, ma perché sono chiamati ad aiutare l'umanità a comprendere il significato profondo della rete stessa nel progetto di Dio: non come strumento da 'usare', ma come ambiente da 'abitare'. [...] Nello sviluppo della comunicazione la Chiesa vede l'azione di Dio che muove l'umanità verso un compimento. Internet, con la sua capacità di essere, almeno in potenza, uno spazio di comunione,

fa parte del cammino dell'uomo verso questo compimento in Cristo. Occorre dunque avere uno sguardo spirituale sulla rete, vedendo Cristo che chiama l'umanità a essere sempre più unita e connessa. [...]

Non sono un sociologo né un 'tecnico'.Sulla base della mia formazione accademica di carattere umanistico, prima filosofica e poi teologica, sono arrivato alla riflessione sulla rete dalla critica letteraria, della quale mi occupo sin dal 1994 per «La Civiltà Cattolica». È stata la lettura critica della poesia ad avermi condotto a occuparmi di tecnologie e solamente la teologia è stata in grado di darmi la giusta curiosità e le giuste categorie per comprenderle. Mi è stata di conforto e ispirazione l'esperienza di Marshall McLuhan, che si è affacciato sui nuovi media con uno sguardo innovativo da critico letterario e pensatore cattolico, e non da sociologo.

È il poeta Gerard Manley Hopkins che mi ha aiutato a capire il ruolo dell'innovazione tecnologica, è il jazz che mi ha fatto capire il ruolo dei network sociali, sono i teologi - da Tommaso d'Aquino a Teilhard de Chardin - che mi hanno illuminato sulle forze che rendono l'uomo attivo nel mondo, partecipando alla Creazione, e che sollevano l'uomo verso una meta che lo supera, ben al di là di ogni surplus cognitivo. È la ricerca inesausta di senso che mi ha fatto capire il valore del cavo usb che ho in mano. E so che il mio iPad ha a che fare con il mio inestinguibile desiderio di conoscere il mondo, mentre il mio Galaxy Note mi dice (anche quando è in silenzio) che io sono fatto per non stare da solo. Ma è la poesia di Whitman che mi dà il gusto del progresso. Ed è Eliot che mi fa attento a non cadere nei suoi tranelli. Ma è anche Flannery O'Connor che mi fa capire che «la grazia vive nello stesso territorio del diavolo» e pian piano lo invade. E dunque capisco che, se anche vedo tanto male in rete, non posso fermarmi a riposare sugli allori di un giudizio negativo, se voglio vedere Dio all'opera nel mondo. E quando vedo l'elettricità invadere il mio computer facendolo accendere e muovere prodigiosamente, è la poesia di Karol Wojtyla che leggeva elettricamente il sacramento della cresima a condurre il mio stupore.

E poi la tecnologia esprime il desiderio dell'uomo di una pienezza che sempre lo supera sia a livello di presenza e relazione sia a livello di conoscenza: il cyberspazio sottolinea la nostra finitudine e richiama una pienezza. Cercarla significa, in qualche modo, operare in un campo in cui la spiritualità e la tecnologia si incrociano. [...]

Le tecnologie sono 'nuove' non semplicemente perché differenti rispetto a ciò che le precede, ma perché cambiano in profondità il concetto stesso di fare esperienza. Si tratta di evitare l'ingenuità di credere che esse siano a nostra disposizione senza modificare in nulla il nostro modo di percepire la realtà. Il compito della Chiesa, come di tutte le singole comunità ecclesiali, è quello di accompagnare l'uomo nel suo cammino, e la rete fa parte integrante di questo percorso in maniera irreversibile.

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