Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società.  È caporedattore del quindicinale Il Regno per la sezione Attualità e direttore del mensile I Martedì; insegna Giornalismo religioso al Master “Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale” dell’Università Cattolica di Milano e partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all’interno dell’UCSI. Nel 2010 ha pubblicato presso le EDB di Bologna la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo .

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di Guido Mocellin
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Temo di aver già «letto» la gran parte degli articoli che scriveremo da oggi fino al 19 ottobre sull'ultimo (di fatto) Papa italiano...
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Le parole del vescovo di Brescia Luciano Monari sulla tragedia di Cevo per provare ad andare oltre un'idea di Dio troppo simile ai numi dell'Olimpo

PRESO IN RETE
Sul parlare da più pulpiti
di Guido Mocellin | 25 marzo 2012
A margine della polemica lanciata da monsignor Livi su Enzo Bianchi che scrive contemporaneamente sui «media anticattolici» e su «Avvenire» e «Famiglia cristiana»

Mi piace molto, questa settimana, il podio dei più numerosi «titoli con Dio» e/o con la Chiesa, che sono 159 in tutto e si occupano di 46 argomenti o macroargomenti religiosi.

15 raccontano di uomini e istituzioni di Chiesa - dal card. Bagnasco a mons. Bregantini, da mons. Pompili a mons. Pizziolo -, che si misurano con la crisi economica e sociale che tocca il nostro paese, in particolare a proposito di alcune importanti aziende in crisi, e con il tema politico che ha monopolizzato i media in questi giorni: la cosiddetta riforma del mercato del lavoro.

18 presentano e cominciano a raccontare il viaggio di Benedetto XVI in Messico e a Cuba (23° fuori d'Italia, 7° fuori d'Europa, 3° in America): classico tema di attrazione, quello dei viaggi del papa, questa volta moltiplicata dall'eventualità dell'incontro tra Joseph Ratzinger e Fidel Castro.

E infine 23 titoli si giocano sul dato dell'odio e della violenza che gli uomini scatenano sugli altri uomini a motivo della religione e su come contrastarlo, cumulando tre fuochi: le cronache i commenti su Mohamed Merah, l'assassino antisemita di Tolosa; un Rapporto internazionale e un convegno italiano sulla cristianofobia in Europa e nel mondo; l'iniziativa del Governo italiano di una Conferenza permanente su religioni, cultura e integrazione.

Insomma, tutta roba «seria», poco spazio (vogliamo quantificarlo? a spanna, non più del 10%) per le notizie di «godsip» o per quelle curiose ma insignificanti.

È seria, a mio parere, anche la polemica sollevata da un articolo di mons. Antonio Livi su La Bussola quotidiana del 17, dall'inequivocabile titolo «Falsi profeti», cui ha replicato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, nelle «lettere» del 23, immediatamente controreplicato (il web è più veloce della carta, come si sa) dal direttore della Bussola, Riccardo Cascioli.

In breve (ma come sempre invito a sfruttare i link che propongo e andare alle fonti): Livi mette in discussione l'ortodossia del priore di Bose, fratel Enzo Bianchi, prendendo di mira in particolare una sua recente recensione della riedizione di Essere cristiani di Hans Küng. Di conseguenza stigmatizza l'opportunità che, a fianco dei «media anticattolici» come, dice Livi, il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa e L'Espresso, anche «i media ufficialmente cattolici» come Famiglia Cristiana e Avvenire contribuiscano, ospitando determinati autori, alla diffusione di ideologie che sono l'ostacolo massimo che oggi la pastorale si trova davanti, in quanto auspicano una Chiesa cattolica senza più dogma, senza morale, senza sacramenti, senza autorità pastorale.

Non ho usato di proposito, in questa sintesi, le virgolette, perché difficilmente questa tecnica per sintetizzare un testo altrui esenta dall'accusa di parzialità, ma mi sono sforzato di non tradire il pensiero dell'autore. Anche perché non mi interessa qui «prendere le parti» di qualcuno: non di mons. Livi, dal momento che, semplicemente, non condivido né la complessiva visione del rapporto tra Chiesa e opinione pubblica che emerge da questo suo articolo, né le forme con cui la espone; non di Enzo Bianchi, che per storia personale, formazione, cultura, credito e qualità del pensiero non ha certo bisogno di me come avvocato; non di Avvenire, che si è già difeso da solo.

E d'altra parte, fino a diverso pronunciamento del magistero, se oggi ci trovassimo, ipoteticamente, a messa nella stessa chiesa faremmo tutti insieme la comunione: io, Livi, Bianchi, Tarquinio, Cascioli e finanche Küng, che come ricorda proprio Livi «non è stato scomunicato» (di più: i sacerdoti Livi e Küng concelebrerebbero!): saremmo e ci mostreremmo cioè in comunione con Dio e, di conseguenza, tra di noi. Fratelli in Cristo.

Mi interessa invece mettere a fuoco un contenuto dell'intervento di mons. Livi che va, a mio parere, al di là della polemica contingente. Mi riferisco all'osservazione che Enzo Bianchi - di nuovo sintetizzo - si mostra diverso a seconda che parli attraverso un mezzo «laico» o «cattolico»: alleato dei nemici della Chiesa e loro cavallo di Troia in essa, nel primo caso; profeta che lotta per un cristianesimo nuovo nel secondo caso. Credo che questa osservazione vada presa sul serio, ma assolutamente non a motivo di una presunta malizia di Enzo Bianchi o di altri autori cristiani che si trovano nella sua (rara) condizione di poter parlare da diversi pulpiti, bensì all'elementare dato di fatto che le stesse cose hanno un suono e un effetto diversi a seconda che vengano pronunciate su questo o su quel mezzo (mi soccorre in qualche modo anche la citazione di Boffo proposta nella sua controreplica da Cascioli), per il motivo che la scelta di questo o di quel mezzo costruisce nel lettore un pre-giudizio su quel che leggerà.

Tipico il caso della fortunata Inchiesta su Gesù scritta a quattro mani da Corrado Augias e dal prof. Mauro Pesce: è noto che il professore non ha formulato in quel testo teorie diverse da quelle su cui si è speso onorevolmente per tutta la sua vita accademica, senza averne ottenuto particolari censure, né in ambito scientifico, né in ambito ecclesiale; ma averle esposte in quella sede, con quell'interlocutore, in quel momento (usciva il Gesù di Nazaret di J. Ratzinger-Benedetto XVI) ha dato al suo pensiero una certa curvatura... Potremmo anche dire che il «mezzo» Augias ha prevalso sul «messaggio» Pesce. Ma ha anche permesso a quel ricco e motivato pensiero una diffusione, un'eco che difficilmente avrebbe avuto in altra maniera.

Ecco il punto: se è vero - e io credo che sia vero - che nelle nostre società secolarizzate, caratterizzate dalla dimensione pluralista, il sistema dei media è in posizione tale che, a parte nuclei sempre più ristretti di aderenti o adepti, è probabile che la maggior parte delle persone apprenda la maggior parte di quello che sa di una religione dai media; e che sulla base di queste informazioni così assunte elabori una propria visione di quella data religione e perfino un iniziale proposito di adesione, bisognerà pur accettare la sfida di parlare dai pulpiti che quel sistema offre, e bisognerà che lo faccia chi ha le parole, e le spalle, per farlo. Certo che si corrono dei rischi: di essere strumentalizzati. E in qualche modo si deve provare a fare il contrario: a strumentalizzare. Ma questo verbo, strumentalizzare, riconduce comunque a una condizione di scontro, di battaglia, di guerra, che non mi pare metafora sufficiente né utile a descrivere lo scenario di cui stiamo parlando.

Diciamo piuttosto che il mondo secolarizzato, e in esso il sistema della comunicazione pubblica, si presenta come un campo enorme, davanti a noi, dove ci sono tanti soggetti: alcuni ne cercano altri per bastonarli, talvolta non solo metaforicamente, a causa della fede, e alcuni per ascoltarli, farsi spiegare, provare a capire. Se ce ne stiamo nascosti tra di noi, ad alimentare le nostre paure, o le nostre nostalgie, non incontriamo nessuno, e prima o poi moriamo di nostalgia. O di solitudine.

 

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