Donne, per allargare lo sguardo
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 08 marzo 2012
Cettina Militello: «La città post-moderna ha molto da acquistare se, nei confronti delle nuove alterità che intrecciano la storia, farà tesoro dei percorsi delle donne»

Donne nella Chiesa: uno dei temi ricorrenti, e ambivalenti, nelle tante lettere o prese di posizione di laici e preti che incalzano in questi mesi e i cui contenuti singoli vescovi, o anche interi episcopati, stanno affrontando con il dovuto rispetto. Per fortuna.

Un tema che rientra comunque all'interno del problema più vasto - e irrisolto per fermarci solo alla questione della corresponsabilità - del ruolo dei laici, con una sola differenza, come nota la teologa Stella Morra: che per le donne il problema ... è elevato al cubo.

Una che conosce bene la situazione - fra cadute e conquiste - è Cettina Militello, fra le prime donne impegnate nello studio della teologia in Italia. Una che si è battuta perché la teologia diventasse "per tutti", mentre dal '600 in qua, nel nostro Paese si è praticamente identificata con gli studi per la formazione dei preti, e dopo il Concilio - classica pezza che non nasconde il buco - si è cominciato a parlare di "teologia per laici", una contraddizione assurda, perché, caso mai, ci dovrebbe essere una teologia per la preparazione specifica nei seminari ... non viceversa. Titolo acquisito alla Gregoriana, insieme ad altre colleghe ha fondato nove anni fa il Coordinamento teologhe italiane, un organismo nato allo scopo di dare visibilità alle donne impegnate su quel versante (fra i primi sponsor la CEI). Oggi insegna "Donne e cristianesimo" al Marianum ed è fresca di stampa la sua curatela de "I laici dopo il Concilio. Quale autonomia?".

Nel suo intervento, dal titolo, Donne Città Chiesa, il tentativo di mettere in relazione la condizione femminile e il suo abitare insieme la Chiesa e la città, nella pienezza di diritti/doveri che conseguono alla comune vocazione battesimale di uomini e donne. Se, come fa notare, "la storia dell'Occidente vede l'ipoteca pesante della Chiesa sulla città degli uomini, non per questo diventata città di Dio", è sul compito delle donne che il suo discorso merita una riflessione condivisa.

"Non so se nella città armonica che anticipa la città celeste, non so se nella Chiesa che costruisce la Gerusalemme che viene le donne abbiano un posto diverso da quello degli uomini. Mi pare più che mai che la cittadinanza debba riguardare insieme uomini e donne. E se si pone per le donne, la questione dell'interrogarsi su un posto loro proprio è a ragione della difficoltà con cui esse hanno avuto accesso ai diritti/doveri della cittadinanza. Di certo la cittadinanza è storia anomala. E' storia di ferite più che di riconoscimenti, di mutilazioni più che di accoglienza, di emarginazione più che di dialogo. Anche se, va ricordato, come altre soggettualità hanno faticato e lottato, anzi, direi, faticano e lottano, per il riconoscimento pieno di diritti e doveri".

Nella Chiesa la situazione non è andata certo storicamente in maniera diversa, anzi: proprio come nella città, le donne sono state prive di diritti "civili" e prive di diritti "umani". La riscoperta dei diritti e la fatica della loro riacquisizione si iscrivono - altro merito da rilevare in questo 50° anniversario - nel Vaticano II.

"Oggi (in verità dagli anni '90) irrompe la controversia del "materno" come dimensione costitutiva della femminilità ed ecclesialmente parlando la rivendicazione del cosiddetto "specifico femminile" avvalla il paradosso di un duplice e irresolubile principio (petrino-mariano) a interpretazione dell'esserci della Chiesa".

Ma Cettina si spinge oltre e fornisce un "compito" preciso alle donne - un ruolo generalmente condiviso dalle teologhe oggi - quasi uno "sguardo dal confine", come lo definisce Stella Morra.

"Credo che la fatica delle donne, lo sforzo del loro acquisire soggettualità e cittadinanza, possa e debba configurarsi come paradigma di acquisizione di diritti nei confronti di ogni diversità che bussa alla nostra porta. La città post-moderna ha molto da acquistare se, nei confronti delle nuove alterità che intrecciano la storia, farà tesoro dei percorsi delle donne".

E' un po' come quello sguardo dal confine: se guardiamo dalla periferia verso il centro, l'occhio può cogliere e abbracciare tutto un mondo là in mezzo sconosciuto. Il centro rappresenta il potere ben in mano agli uomini, ormai rivelatisi incapaci di guardare oltre. Forse che le donne - che vivono comunque ai margini, anche della Chiesa - potranno portare l'attenzione anche a tutte quelle situazioni "altre" che finora non ne sono mai state ritenute degne?

"Le donne, credenti e autonome, abitanti della città degli uomini, senza confusione di piani e di luoghi, devono "profetizzare" un abitare nuovo, "celebrare" spazi originali, "governare" luoghi inediti", scrive Militello. "Profeticamente e autorevolmente, le donne possono e devono celebrare i mirabilia Dei e testimoniarli e annunciarli - e narrarli - e operativamente tradurli. Appieno cittadine e appieno membra della comunità ecclesiale, esse potranno testimoniare che si diventa comunità viventi solo accettandone la presenza, solo accettando di camminare insieme con esse".

Per costruire insieme, uomini e donne, "una città bella, una città multiforme, una città colorata, una città sapiente" dove le donne abiteranno ogni spazio, sia di quella ecclesiale che di quella civile. Non una cittadinanza di serie B, ma autentica e "una".

E, se la Chiesa, non è "un club di soli uomini" - come scrivevano i gesuiti - non si tratta di rivendicazioni di potere (troppo facile e superficialmente sbrigativo il tacciare così le tante lettere di questi mesi), ma di legittima richiesta di corresponsabilità all'interno del popolo di Dio, pur nella distinzione di vocazioni, religiosa o matrimoniale che sia. Perché sono passati i tempi in cui padre Domingo de Soto, legato di Carlo V al Concilio di Trento, poteva pronunciarsi sull'impossibilità assoluta delle donne di assumere qualunque autorità all'interno della Chiesa causa "scarsità di ragione e debolezza d'animo".

Non si tratta di un compito facile, ma perfettamente inserito in quello che anche le neuroscienze individuano come lo "specifico" femminile - e che alcune femministe peraltro rigettano - quello del riconoscere e prendersi cura degli altri, in particolare di chi fa più fatica, di chi non ha voce, di chi è più debole, di è sulla porta, di chi ritiene di non essere accolto perché in situazioni irregolari ... E' un po' come nel campo della politica dove l'occhio femminile coglie ciò che altrimenti rimane nascosto e, troppo spesso, irrisolto. Ma con un solo occhio la visione è comunque incompleta.

Il campo è vasto, ma i cinque ambiti individuati dal Convegno ecclesiale di Verona - vita affettiva, lavoro/festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza - sono solo l'inizio di un laboratorio futuro, che chiede tuttavia alle nostre comunità di essere avviato. Con un po' di coraggio, se solo allarghiamo "insieme" lo sguardo.

 

 

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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