C'è posta per la Chiesa italiana
di Luca Rolandi | 05 marzo 2012
Nella lettera aperta firmata in questi giorni da sette tra parroci, religiosi e religiose vi sono inquietudini e desideri interessanti da rileggere a cinquant'anni dal Concilio

Fa pensare, in positivo, la lettera aperta alla Chiesa italiana firmata da sette preti, religiosi e religiose. Non tanto perché ci siano bisogno di appelli e slogan, dai quali in genere non si costruisce molto, ma per la profondità e il contenuto che esprimono don Alessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge (Fi), la teologa domenicana Antonietta Potente, il frate servita Benito Fusco, don Pasquale Gentili, parroco di Sorrivoli (Ce), don Pier Luigi Di Piazza, del Centro Balducci di Zugliano (Ud), don Paolo Tofani, parroco di Agliana (Pt) e don Andrea Bigalli, parroco di S. Andrea in Percussina (Fi), nella loro sincera confessione pubblica di un disagio.

A cinquant'anni dal Concilio, si tratta in fondo di ripensare le strutture della Chiesa ascoltando il suo popolo. I fedeli in Cristo che hanno bisogno di una guida terrena, ma che della Luce del Risorto hanno bisogno come l'acqua e il pane. In tempo di crisi di parla di sobrietà, di lentezza e di una nuova visione per una società profondamente malata. Lo dice Benedetto XVI, lo dicono molti credenti e non credenti, credibili. Però si ha paura, manca il coraggio di affrontare i nodi irrisolti, le complessità che la società post-moderna ci presenta sul nostro cammino, senza mai dimenticare che qui si costruisce il Regno, ma è oltre che si raggiunge.

C'è un passaggio della lettera che ritengo molto significativo e forte, senza diplomazia, che indica come il disagio sia vero e non strumentale, ma che sale da chi la Chiesa l'ha sposata e se ne fa, nella debolezza umana, testimone:

"La struttura ecclesiale infatti sembra più preoccupata a guidarci che a farci partecipare e soprattutto a farci crescere. Le nostre comunità cristiane appaiono più tese a difendere una tradizione che a vivere una esperienza di fede. Noi sappiamo come diceva Paolo alla sua comunità di Corinto, che abbiamo il diritto di essere alimentati con parole spirituali ... e con un nutrimento solido (Cfr. 1Co 3, 1-2), e invece ci sentiamo trattati come persone immature, come se non fossimo responsabili delle nostre comunità, ma solo destinatari chiamati a obbedire a ciò che pochi decidono ed esprimono per noi".

Vorremmo una Chiesa che ripensasse la propria struttura gerarchica e i propri rapporti con la società, che rinunciasse a privilegi e potere, che considerasse i credenti non come gregge da guidare ma come Popolo di Dio che partecipa e cammina in autonomia e libertà. Ecco le «inquietudini» e i desideri manifestati nella Lettera aperta alla Chiesa italiana dei sette ma che in fondo, anche per tanti di noi, è segno e forse seme, di un desiderio di autenticità, chiarezza, capacità di mediazione e dialogo, identità e fermezza, di perseveranza e sequela a quella Parola che salva. In uno spirito di correzione fraterna che vuole che tutti siano umili e servi, in una Chiesa che sia madre e maestra di misericordia e amore.

 

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Luca Rolandi

Sposato con Marella, tre figli è direttore del settimanale dell'arcidiocesi di Torino La voce del popolo. Ha lavorato a La Stampa al sito d'informazione religiosa VaticanInsider.it, con cui tuttora collabora oltre che con alcune riviste storiche e religiose. È dottore di ricerca in Storia sociale religiosa. Ha scritto diversi saggi su figure e vicende del movimento cattolico in Italia. È nato e vive a Torino, ma la sue origini sono della zona del Basso Piemonte - diocesi di Tortona - e la sua formazione è avvenuta a Genova.

 

 

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