Se l'Oriente guarda al Vaticano II
di Giorgio Bernardelli | 06 luglio 2010
La tanto bistrattata riforma liturgica conciliare viene invocata proprio dalle Chiese che hanno mantenuto i riti antichi. E oggi riflettono su che cosa crei davvero identità

È passato ormai un mese dalla promulgazione dell'Instrumentum Laboris del Sinodo per il Medio Oriente, il più importante avvenimento ecclesiale dell'anno che si terrà a Roma dal 10 al 24 ottobre prossimi. Come sempre succede in questi in casi di questo corposo documento sono stati analizzati i paragrafi che danno maggiormente titolo per i nostri giornali: quelli dedicati a temi come il conflitto israelo-palestinesi o i rapporti tra cristiani e musulmani nei Paesi a maggioranza islamica. Prendendo in mano però un po' più con calma il testo ci si accorge che è passato sorprendentemente sotto silenzio un dibattito molto interessante: quello sul rinnovamento della liturgie dell'Oriente.

Vale la pena di ricordare che l'Instrumentum Laboris è il frutto della riflessione delle Chiese locali, che dall'Egitto alla Turchia hanno risposto a una griglia di domande. E nel caso specifico di questo Sinodo la riflessione ha coinvolto anche quelle Chiese che ancora oggi pregano con riti antichissimi come quello bizantino, quello copto, quello armeno o quelli della tradizione siriaca, i più vicini probabilmente alle parole pronunciate da Gesù. Chiunque è stato in Oriente non può non essere rimasto colpito dalla solennità di questo modo di pregare.

Bene: scorrendo i numeri dal 70 al 75 dell'Instrumentum Laboris scopriamo che uno dei temi di cui si discuterà al Sinodo è come vivere anche all'interno di questi riti un'esperienza simile alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. «A questo proposito - si legge a un certo punto - è doveroso segnalare che mentre sono pochi coloro che preferiscono mantenere (nella liturgia) la lingua originale, la stragrande maggioranza è dell’idea di aggiungere alla lingua originale quella vernacola».

Guarda un po': proprio mentre qui da noi sono in tanti ad attaccare la riforma liturgica del Concilio Vaticano II sostenendo che cancellando il latino ha portato all'eclissi del sacro (e il Papa stesso liberalizza l'uso del Messale di Pio V), proprio quelle Chiese che hanno continuato a pregare in greco, copto o siriaco custodendo immutata la loro tradizione oggi rilanciano l'attualità dell'intuizione conciliare. «Dalle risposte - si legge ancora nell'Instrumentum Laboris - emerge anche la necessità d’impegnarsi in un lavoro di adattamento dei testi liturgici che dovrebbero essere usati per le celebrazioni con giovani e bambini. In questo senso, lo scopo sarebbe quello di semplificare il vocabolario adeguandolo convenientemente al mondo e alle immagini di queste categorie di fedeli. Perciò, si tratterebbe non semplicemente di tradurre i testi antichi ma di ispirarsi ad essi per riformularli secondo una profonda conoscenza del patrimonio cultuale ricevuto, tenendo conto di un’aggiornata visione del mondo attuale».

Mi permetto di aggiungere una sottolineatura: a esprimere queste posizioni sono le stesse Chiese che in Iraq, in Egitto, in Palestina vivono drammi come una condizione difficile di minoranza e l'esodo dei cristiani. Sono dunque comunità cristiane che avvertono come decisivo il problema di custodire la propria identità. Ma ritengono che il modo più giusto per farlo non sia cristallizare la forma, ma aiutare tutti a entrare nel Mistero per alimentare davvero la propria fede.

Ai cristiani del Medio Oriente - nella difficile frontiera in cui si trovano a vivere - oggi non basta una liturgia ridotta ad esperienza estetica. Forse bisognerebbe raccontarlo anche a chi in Italia recensisce le Messe facendo il verso alla Guida Michelin.

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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