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ROBE DI RO.BE.
«Naturale». Oppure no?
di Roberto Beretta | 14 gennaio 2012
Sulla differenza tra l'accezione «ecologica» e quella teologico-morale del termine. Che ci chiede di fare i conti anche con la complessità della natura umana

Ma di che cosa parliamo, quando parliamo di «natura»? Noto infatti, anche tra «opinion leader» cattolici, una certa confusione tra l'accezione «ecologica» del naturale e quella invece teologico-morale.

Faccio un esempio: quando si parla di «metodi naturali» - è noto - non si allude certo ai preservativi biodegrabili o alle pillole anticoncezionali fabbricate senza ogm... Bensì a sistemi che rispettano la «natura» dell'uomo, ovvero la sua essenza che - teologicamente parlando - è quella di creatura. Tant'è vero che lo stesso Billings o l'Ogino-Knaus non risultano di per sé in regola con la morale, per il solo fatto di non richiedere interventi chimici o fisici, se non rispondono anche a un'intenzione corrispondente alla dottrina cattolica del non separare nell'atto sessuale il «significato unitivo» da quello procreativo, ovvero di restare «aperti alla vita».

Per il credente, dunque, l'aggettivo «naturale» ha un significato profondamente diverso da quello che viene attribuito normalmente dall'opinione pubblica, o dagli ambientalisti più nello specifico; non bisogna scordarselo. Che poi incidentalmente i due sensi godano di qualche sovrapposizione può succedere, ma non è obbligatorio: la cosiddetta «pillola del giorno dopo» è eticamente riprevole in quanto abortiva, non perché è chimica. Altrimenti il cattolico dovrebbe anche rifiutare l'aspirina o altri composti di sintesi assolutamente artificiale...

Un altro caso, preso dall'altro estremo della vita: rispettare il termine «naturale» dell'esistenza non può voler dire né anticiparlo (con l'eutanasia) né prolungarlo artificialmente (con l'accanimento terapeutico), ma nello stesso tempo nemmeno lasciarlo scorrere così come càpita; il discrimine etico e teologico è ancora e sempre la «natura» dell'uomo, ovvero il rispetto della sua essenza di creatura unica e irripetibile, di figlio di Dio. Così come quando si parla di fecondazione «naturale», di famiglia «naturale» o - in ancor più ampia accezione - di «legge naturale» non ci si riferisce a quanto avviene in natura (tra l'altro, teologicamente parlando, si tratterebbe di una natura ferita dal peccato), bensì sempre a ciò che corrisponde alla vera «natura», all'essenza dell'essere umano.

È evidente che in questo modo i discorsi si complicano di molto, perché diventano filosofici e dipendono da una più ampia concezione della vita. Anche per gli stessi cattolici, se la «natura» umana risulta ben definita e chiara nelle sue linee fondamentali, è pur vero che la sua declinazione nel concreto si presta a continui approfondimenti e precisazioni, a volte anche cambiamenti. Un esempio banale è la stessa possibilità di controllo delle nascite, un tempo completamente esclusa dalla dottrina della Chiesa. Dove voglio arrivare? Semplicemente a considerare in modo più complesso il nostro concetto di ciò che è «naturale», in quanto corrispondente alla natura dell'uomo, e a contemplare l'idea di possibili aggiustamenti; dai quali le esperienze soggettive non possono essere completamente escluse, se non altro come avanguardie del futuro o provocazioni a continuare la ricerca.

È un sentiero scivoloso, lo so. Ma in «natura» se ne incontrano spesso...

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