In memoria di don Luigi Pozzoli
di Aldo Maria Valli | 29 dicembre 2011
Del dialetto gli piaceva soprattutto un'espressione: "semm chi", siamo qui, lungo il cammino. E diceva: non è che alla domanda "dov´è la Chiesa?" dovremmo rispondere "in riunione..."?

E' morto qualche giorno fa a Milano, la sua Milano, don Luigi Pozzoli, grande prete e grande letterato. Un uomo buono, schietto, appassionato, che amava la sua città e la sua Chiesa. Del dialetto meneghino gli piaceva soprattutto un'espressione: semm chi. Vuol dire semplicemente "siamo qui", ma in quel "siamo qui" lui leggeva tanti significati. In due parole, ecco ciò che filosofi, teologi e mistici hanno cercato di dire con lunghi discorsi. Siamo qui, lungo il cammino, e non possiamo essere altrove, per quanto ci ribelliamo o tentiamo di fuggire. Siamo qui e dobbiamo restarci, facendo il nostro dovere e comportandoci al meglio. Siamo qui con tutti gli altri e come tutti gli altri, e dobbiamo condividere e accogliere. Siamo qui, con tutti i nostri limiti, e abbiamo bisogno di aiutarci e soprattutto di lasciarci aiutare da nostro Signore.

Anni fa don Luigi scrisse al suo arcivescovo, che allora era il cardinale Tettamanzi, una lettera che, al di là del contesto e del destinatario, mantiene inalterata l'attualità. Chiedeva al pastore di parlare con linguaggio schietto, sì sì no no, perché "il di più viene dal maligno" Chiedeva di scegliersi collaboratori sinceri, escludendo carrieristi, adulatori e burocrati. Chiedeva un'azione pastorale snella, senza orpelli e senza troppi proclami. Chiedeva più attenzione alla mistica e meno ossessione per la morale. Chiedeva pochi scritti, perché la Chiesa produce già troppi documenti e nessuno li legge. E chiedeva di evitare il linguaggio ecclesiastico e devozionale, così lontano dalla gente. "Mi leggerei invece, più volte, quel passo del Vangelo che dice: 'Ma voi non vi fate chiamare rabbi, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno padre sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare maestro, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo' (Mt 23, 8-10). È importante riflettere su questo testo, soprattutto quando attorno a un vescovo di sprecano i titoli elogiativi della retorica più servile. Cercherei di stare in guardia, disincantato e sospettoso".

Don Luigi ricordava sorridendo una battuta di padre Bevilacqua, che quando il papa gli annunciò di averlo fatto cardinale e gli promise di accoglierlo con tanto di banda musicale, rispose: "Allora non si dimentichi i tromboni, visto che lì ne avete tanti". L'ambiente curiale non fa bene alla vita della Chiesa ed è meglio guardarsi dal fascino che può esercitare.

La Chiesa, diceva don Luigi, deve anche stare attenta all'autoreferenzialità. Troppo spesso ci si guarda l'ombelico: "Un volta mi sono distratto dietro un calcolo sommario. Eravamo una cinquantina di preti in quella sala, da quattro ore, ad ascoltare relazioni dove l'ovvietà era la cifra più comune. Mi sono detto: 'Quattro per cinquanta fa duecento: duecento ore sottratte alla pastorale normale nelle parrocchie, a contatto con persone che forse avrebbero bisogno di un prete in grado di ascoltarle'. Non c´è forse il rischio che alla domanda 'dov´è la Chiesa? si debba rispondere: 'la Chiesa è in riunione' "?

In quella lettera all'arcivescovo don Luigi auspicava "una Chiesa che sia finalmente sciolta da tanti fardelli del passato (ritualismi, giuridicismi, paure, diplomazie eccessive, preoccupazioni di tipo mondano) e diventi invece lo spazio dove si possa entrare in una comunione amorosa con l'universo, con l'esistenza, con il mistero di Dio. Come epìskopos (nella Chiesa primitiva, colui che veglia sulla comunità) non mi preoccuperei di cercare una risposta a tutti i problemi di ordine morale (il cristianesimo non è anzitutto una morale), ma di essere testimone di una fede che abbia una connotazione mistica, che si nutra cioè dell'indicibile stupore nel sentirsi amati da Dio, per pura grazia, con una tenerezza che precede ogni possibile merito".

L'è fadiga a sta 'l mund, diceva in milanese. Vivere è faticoso, inutile nasconderlo. Ma la speranza accompagna il cristiano in ogni momento. Don Luigi era un prete, un uomo, del Concilio Vaticano II. E visto che nel 2012 festeggeremo i cinquant'anni dall'inizio del Concilio, ricordare un prete come lui vuol dire anche tenere viva la memoria di quella grande stagione.

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Aldo Maria Valli

Aldo Maria Valli è vaticanista del Tg1. Nato a Rho nel 1958, sposato con Serena e padre di sei figli, è giornalista professionista dal 1986. Collabora con il quotidiano Europa e con diverse riviste. E' autore di numerosi libri. Tra i più recenti Piccolo mondo vaticano. La vita quotidiana nella città del papa, Laterza,(edizione francese Le petit monde du Vatican. Dans les coulisses de la cité du Pape, Editions Tallandier), Storia di un uomo. Ritratto di Carlo Maria Martini, Ancora Libri (edizione francese L'histoire d'un homme, Saint Augustin), Oltre le mura del tempio. Cristiani tra obbedienza e profezia, con padre Bartolomeo Sorge, Paoline, Diario di un addio. La morte del cardinale Carlo Maria Martini, Ancora Libri, Il Vangelo secondo gli italiani. Fede, potere, sesso. Quello che diciamo di credere e quello che invece crediamo, con Francesco Anfossi, San Paolo, Milano nell'anima. Viaggio nella Chiesa ambrosiana, Laterza, Benedetto XVI. Il papato interrotto, Mondadori.

 

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