Il pancione di Maria
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 21 dicembre 2011
Forse pensare un po' di più a quei nove mesi condivisi da Maria con tutte le madri della terra ci aiuterebbe a comprendere meglio, padri compresi, il mistero dell'Incarnazione.

Conservo rari ricordi della mia infanzia, ma uno è là fisso nella memoria e si ripete a flash-back ad ogni Avvento. Non avevo ancora tre anni e la nonna materna, di origini emiliane e maestra vecchio stampo, mi aveva condotto alla chiesa di Santa Maria dei Servi lungo Strada Maggiore a Bologna. Per una bimba in attesa, di lì a poco, della nascita di un fratellino, la vista di quel frammento di affresco sulla Madonna del parto, lungo l'ambulacro, è stata una sorpresa, così indovinata dal punto di vista pedagogico, che mi ha accompagnato negli anni. Non so a quanti bambini bolognesi abbia sortito lo stesso effetto, ma vi assicuro che l'immagine di Maria col pancione, alla stregua di ogni altra mamma del mondo, è quella che si è sempre sovrapposta alle altre. Anche a quella della Pietà di Michelangelo, che pure mi rappresenta il dolore straziante di quelle madri costrette, contro natura, a sopravvivere alla morte di un figlio.

Sono tornata volentieri più volte in quella sede, da grande, a contemplare il dipinto che parla da sé: la Bibbia deposta sulle ginocchia in attesa del Verbo e il germoglio nel vaso accanto a Maria. E il più bel regalo che ho ricevuto in occasione di un ritiro d'Avvento, da fidanzati, presso il monastero delle Serve di Maria ad Arco è stato proprio un cartoncino fatto dalle Sorelle con quell'immagine di Vitale da Bologna e la scritta "Viviamo ogni anno l'attesa antica, sperando ogni anno di nascere ancora, di darti carne e sangue e voce, così che da ogni corpo tu possa risplendere".

Se pure conosciuta come immagine, insieme ad altre successive molto meno austere, o a tante Madonne che allattano - più nel passato che ai giorni nostri, a dire il vero - non mi è mai sembrato che l'idea di Maria col pancione sia così diffusa, neppure fra le donne che dovrebbero esserle più vicine come sensibilità. Altre sono immagini, o concetti, della Madonna, che strillano in prima pagina, primo fra tutti la verginità. Eppure, almeno in occasione del Natale, è la maternità, meglio la gravidanza, che dovrebbe accompagnarci lungo i giorni che precedono l'avvenimento di Betlemme.

Un significativo proverbio dei berberi del deserto recita così: "Quando una donna ha in grembo suo figlio, il suo corpo è come una tenda quando soffia il ghibli". Nella Bibbia sono tante le espressioni che fanno riferimento ad una vita prenatale, peraltro sconosciuta nelle sue modalità. In testa il Salmo 139, 13.15 "Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra".

O alle gravidanze quasi parallele di Maria e della cugina Elisabetta, quando il bambino di lei sussulta in grembo al saluto di Maria che diventa "Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!".

E anche se crediamo a quel participio passivo, che definiscono "teologico", secondo cui si esprime la totale ed esclusiva iniziativa di Dio al momento dell'annunciazione, è profondamente significativo il pensare a quell'altrettanto totale formazione umana di Gesù, giorno dopo giorno, nell'utero di Maria esattamente come ogni altro bambino che viene alla luce sulla terra. Ed è questo che deve aver pensato la Chiesa delle origini - prima in Asia poi a Roma - quando, sovrapponendo la solennità del Natale alla festa preesistente del dio Sole (25 dicembre) e a quella delle strenne romane, ha poi retrodatato di nove mesi collocando al 25 marzo quella dell'annunciazione.

"La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo" sono le parole di Gesù raccontate da Giovanni (Gv, 16, 21).

Se alcuni mariologi nella storia erano arrivati ad escludere le doglie del parto e simili, perché non compatibili con Maria, io penso invece alla delusione di alcune mamme-amiche che affermano di non aver potuto viverlo fino in fondo per necessità di un cesareo.

Credo che non ci sarebbe miglior catechesi per i nostri bambini di quella che associa Maria col pancione a tutte le altre mamme in gravidanza. In alcune parrocchie si fa festa per quante sono in attesa di un figlio e si preparano ad un prossimo battesimo. In altre si suonano le campane quando nasce un bambino all'interno del proprio territorio, di qualunque credo sia la sua famiglia. Ma non sono ancora usanze diffuse.

Eppure "in nome del padre si inaugura il segno della croce, in nome della madre s'inaugura la vita", scrive Erri De Luca in quel bellissimo breve racconto sulla storia di Maria fra l'annunciazione e quella notte a Betlemme. Con le benpensanti che la dileggiano proprio per quel pancione e lei felice di "essere piena, crescere come la luna, contare le settimane come per il travaso del vino ...", con il cuore che canta di gioia insieme ad ogni fibra.

Ogni mamma sa cosa significa portare "dentro" un figlio, parlargli come se fosse già "fuori", ascoltare insieme una musica che può cullarlo, scandire i versi di una ninnananna. Mi chiedo se forse il pensare un po' di più a quei nove mesi condivisi da Maria con tutte le madri della terra non ci aiuterebbe a comprendere meglio, padri compresi, il mistero dell'Incarnazione. Che, al di là di ogni disputa teologica del passato, è la straordinaria avventura di un Dio che si è fatto completamente uomo e ha scelto di farsi carne nell'utero di una donna "sgusciato sano in mezzo all'acqua e al sangue".

"Dopo il tempo dell'attesa, adesso è il canto, la pienezza della gioia. L'Immacolata Donna ha dato al mondo Dio": è quello che canteremo alla messa della notte di Natale. Un bel canto di Daniele Ricci che nel ritornello recita: "E' nata la speranza". La speranza di ogni madre che porta un figlio per nove mesi. La speranza dell'umanità per un Dio, potenza del creato, signore dell'universo, che ha scelto di prendere corpo come un bambino fragile, uomo fra gli uomini, povero fra i poveri, emarginato e respinto fin dalla nascita. E la catechesi continua.

 

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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