L'Ici di oggi e l'etica del mattone
di Giorgio Bernardelli | 18 dicembre 2011
Rintuzziamo gli attacchi, replichiamo alle falsità. Ma chiediamoci anche se non stiamo pagando il dazio per aver sottovalutato troppo l'individualismo immobiliare imperante

Il mattone è una mia vecchia ossessione. Sarà per questo, dunque, che mi colpisce particolarmente la vicenda della polemica sulla Chiesa e l'Ici, che non accenna a spegnersi. Dico subito come la penso a scanso di equivoci: se c'è una tassa su cui è relativamente facile per un'amministrazione locale verificare caso per caso è l'Ici/futura Imu. Tutto questo can can sugli immobili ecclesiastici - dunque - mi sembra un gran sparare nel mucchio. Ci sono abusi? Basterebbe che i sindaci si prendessero le loro responsabilità. Ovviamente nel caso in cui le forzature della legge siano reali. Perché le ricevute pubblicate da Avvenire su quelli che erano stati spacciati come «enti che non pagano» e invece versano migliaia di euro, non sono un dettaglio insignificante. Come pure la famosa cappellina all'interno dell'immobile che secondo qualcuno basterebbe da sola per essere esentati dal pagamento dell'Ici, ma che poi alla prova dei fatti risulta essere solo una leggenda metropolitana.

Detto questo mi chiedo - però - se tutta questa vicenda non ci chiami anche a qualche riflessione in più sull'etica del mattone. In particolare mi domando: non è che stiamo pagando un dazio per una sostanziale indifferenza rispetto a una visione sbagliata - eppure oggi diffusissima - del rapporto con i beni immobili? Perché dietro a chi oggi genericamente dice "facciamo pagare l'Ici alla Chiesa" - indipendentemente dalla destinazione d'uso vera dei suoi immobili - c'è un'idea ben precisa: quella secondo cui i mattoni sono tutti uguali. Nella mentalità corrente oggi una casa, un palazzo, un terreno sono principalmente uno strumento per fare soldi. E possibilmente più soldi possibile. Sul tema degli «interessi legittimi» in materia urbanistica in tante città di questo Paese - negli ultimi decenni - è letteralmente franata l'idea di bene comune. E allora possiamo davvero stupirci oggi del fatto che - in nome del motto "esenzione tua, mancato guadagno mio" - ci sia qualcuno che pensa che anche l'oratorio dovrebbe pagare l'Ici o la cooperativa sociale fa concorrenza sleale?

Per questo motivo credo che - accanto alla denuncia delle accuse ingiuste e alla disponibilità a chiarire quanto eventualmente ci fosse da chiarire (già espressa dal cardinale Bagnasco) - ci sia anche un terzo ambito altrettanto importante su cui oggi occorrerebbe impegnarsi: far vedere che esiste un altro modo di intendere il mattone. Che l'idea di acquistare un immobile solo per guadagnarci sopra un profitto non può essere la normalità in un Paese. Dobbiamo tornare a dire che, per reggersi, una città ha bisogno di mattoni che siano al servizio delle persone. Perché è questo che - alla fine - rende una cosa tra loro diversa un oratorio e una megavilla, anche se magari hanno la stessa metratura.

Quando sento citare i dati sulla quantità di immobili di cui la Chiesa è proprietaria in Italia io non mi scandalizzo affatto. Penso piuttosto alla responsabilità che questo patrimonio comporta. Nella maggior parte dei casi, infatti, questi edifici sono il frutto di lasciti di persone che avevano in mente un obiettivo ben preciso: far sì che almeno una parte di ciò che nella vita avevano avuto la capacità e la fortuna di realizzare andasse a beneficio dell'intera comunità. Con un'attenzione particolare verso chi è più debole. Dobbiamo, però, essere chiari: questa è una logica del tutto controcorrente rispetto a quella che attualmente domina il mondo del mattone. E nella quale a volte noi stessi ci troviamo invischiati. Oggi persino le aree a standard (quelle che per legge devono essere riservate a verde e servizi per tutti) si preferisce monetizzarle: è più comodo pagare al Comune un obolo che mi permette di costruire (e guadagnarci) di più. Allora o torniamo a dire che comportarsi così è immorale oppure alla fine perderemo anche partite come quella sull'Ici. Perché se non difendiamo un'idea forte di bene comune come possiamo pretendere poi che la gente capisca che esiste un modo diverso di stare dentro alle nostre città?

Tutto questo, a mio avviso, implica però anche un'altra responsabilità per la comunità ecclesiale: quella di tornare a compiere scelte profetiche con i nostri mattoni. Qualche settimana fa - quando già impazzava la polemica sull'Ici - Simone Sereni ha lanciato su questo blog l'idea dell'«affitto di fiducia», una modalità concreta per stare in un modo solidale dentro il mondo immobiliare. Io l'ho trovata un'idea molto interessante, una di quelle che si pongono come un'alternativa vera all'idolatria del mercato. E allora dico: rintuzziamo gli attacchi sull'Ici, sì, ma rendiamoci anche conto che la risposta che guarda davvero avanti è moltiplicare questo tipo di iniziative. Osando probabilmente strade anche nuove. Viviamo in un tempo particolarmente propizio per farlo: la fisionomia delle nostre parrocchie sta cambiando, oggi ci sono tanti immobili ecclesiastici vuoti o comunque sottoutilizzati. Chi non parla per luoghi comuni sa bene che per molte comunità o istituti religiosi certi edifici sono diventati sostanzialmente un peso e ci si interroga su che cosa farne. Certo, oggi per tutti è difficile far quadrare i bilanci e la tentazione di fare cassa è forte. Ma non svendere la diversità di questi mattoni è una sfida troppo importante. Ne va davvero del nostro futuro (e anche di quello degli altri).

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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