Caro D'Avenia, ma l'altro dov'è?
di Emanuela Sabatini | 12 dicembre 2011
Dialogo tra insegnanti sull'educare: «Credo che la gioia di vivere dipenda non solo dal riconoscimento di sé, ma dall'imparare ad accogliere il mondo e tutti i suoi sguardi»

Caro Alessandro D'Avenia,

sono anche io docente e insegno filosofia nei licei. In questi anni ho maturato la convinzione che la facilità non paga. Come non paga una certa educazione cattolica, che ha abdicato al pensiero critico, forse troppo rischioso: meglio il sogno, la speranza in cui giovani persi e senza valori possono ritrovarsi. A un'immagine dei giovani se ne sostituisce così un'altra, si contrappongono le due immagini e si perdono di vista proprio i nostri ragazzi, che non sono né l'una né l'altra cosa. Quale sogno può esserci, infatti, senza la fatica di un pensiero che si sa sempre in divenire? L'esercizio del pensiero è una decostruzione, mai priva di senso o fuori contesto, al contrario è un esercizio che genera una sovrabbondanza di senso. Quando tu parli di strada io penso piuttosto a un cammino difficile, capace di interrompersi, infedele al sé e alle sue attese e, solo così, anche aperto a chi meno ti aspetti di incontrare. La fedeltà al sé deve passare attraverso l'infedeltà per incontrare l'altro.

Tutto questo mi è tornato in mente, quando ho letto il tuo articolo di qualche giorno fa pubblicato sulla Stampa, «Capirsi con il cuore», (clicca qui per leggere il testo di Alessandro D'Avenia). In questo articolo dici alcune cose importanti che sono parte integrante della nostra formazione culturale, occidentale e cristiana, richiamando implicitamente due grandi temi, quello del riconoscimento e quello del racconto. Affronti poi con delicatezza il rapporto tra insegnante e allievo e genitore e figlio. Alcune cose che scrivi sono, fortunatamente, scontate per la maggior parte dei docenti che conosco. Che i voti non sono giudizi alla persona i miei studenti lo sanno a memoria, i loro genitori un po' meno. I ragazzi sanno poi che cercare di andare d'accordo con i genitori non fa parte del loro DNA, ed è giusto così, non vogliono solo essere ascoltati, ma mettersi in questione. Aprire un dialogo con i ragazzi senza volere un accordo, ma rispettandoli e avendone il rispetto, è certamente difficile. Ecco perché a scuola servono soprattutto i grandi classici. Alcuni docenti abdicano. La difficoltà di far amare le cose difficili li scoraggia. In una prestigiosa scuola cattolica mi sono sentita dire una volta: vola basso, non fare cose troppo difficili. Il giorno in cui cederò a questa tentazione smetterò di insegnare.

La narrazione è uno dei pilastri del pensiero contemporaneo, non si tratta di dire che non abbiamo bisogno di racconto, sarebbe una sciocchezza, ma di dire che la pretesa di trovare nel racconto la coerenza e l'identità nostra e altrui è fuorviante. Se il racconto non si fa interrompere, se non inciampa, allora non c'è posto per l'altro da me, che poi non è solo esterno a me, ma è l'intruso che mi impedisce di dire chi sono. Io sono sempre anche l'altro, come la psicoanalisi da Freud a Lacan ci ha insegnato.

Se poi è un altro a raccontare la nostra storia, un padre, un maestro, una comunità, allora si può morire di racconto. Penso che i nostri ragazzi corrono più questo secondo rischio che il primo. Noi vogliamo essere amati e vogliamo anche amare per lasciare che la nostra storia sia interrotta e si intrecci a quella degli altri. Il desiderio di riconoscimento è il desiderio più profondo dell'essere umano, ma chi o che cosa voglio che sia riconosciuto? Forse il mio orientamento sessuale, forse il mio essere libero rispetto agli schemi della narrazione. Siamo proprio sicuri che la scoperta del mio posto nel mondo sia la risposta a questa immensa questione? Ma come può un giovane sapere qual è il proprio posto nel mondo? Come può giocare d'anticipo nella grande avventura della vita?  

Credo che la gioia di vivere dipende dal saper accogliere il mondo e tutti i suoi sguardi, come un grande scintillante mosaico che non conosco. Senza rigettarne la contraddizione che è lo stesso della vita. Per sapere qual è il nostro posto tu hai una ricetta antica: conosci te stesso. Ma l'ironia socratica mette in scacco la conoscenza. L'identità non è un sasso lanciato su una strada asfaltata. Non è neppure un fossile. Non c'è prima l'identità e poi l'atto di conoscerla. L'identità si scopre alla fine e mai del tutto, è incompiuta come la vita e nasce ogni volta all'incrocio con l'altro. Quando questo accade l'altro mi disturba, non mi rassicura, non mi assomiglia, mette in questione la pretesa di coerenza del mio racconto. Tu citi un'autrice che amo molto, Hannah Arendt, la sua bellissima definizione di essere umano come essere capace di inizio e di futuro, è vero, ma non dimentichiamo che Arendt non parla di compimento. Essere aperti sempre a un nuovo inizio vuol dire l'impossibilità di dire chi si è; Arendt ha orrore di questa fissazione del chi: nessun racconto, nessuna azione può dirci chi siamo. Una immagine molto bella a cui tu fai spesso riferimento è Ulisse. Ma quando insegno penso piuttosto ad Abramo che non sa dove va, davanti a lui solo il deserto.

Insegnare a un giovane a pensarsi come a una tela, senza fili fuori posto, significa privarlo delle più vive risorse che egli ha per tessere la sua vita, significa dirgli che è tutto già fissato prima e che lui deve solo sapere e scoprire che cosa il destino o la provvidenza hanno già deciso per lui. Cattiva teleologia che sotto l'apparente desiderio di liberare l'uomo gli preclude ogni incontro vero con l'altro, diverso, straniero, incomprensibile. Forse, invece, il filo della tela trova gioia di vivere nel tirarsi fuori dalla trama e nel dare vita a un altro disegno, nel disfare e rifare la tela. Forse quel piccolo filo sfuggito al destino è tutto quello che abbiamo. E quando si intreccia con altri fili siamo felici anche senza un disegno che ci viene imposto dall'alto. Siamo felici del disegnarsi e non del disegno. Sembra quasi che tu dica: chi io sono è qualcosa che dobbiamo scoprire, ma c'è già ed è la nostra corazza, la spada che ci difende dal mondo liquido, dalla paura di un continuo cambiare, senza direzione e senza senso. E veramente questo il rischio che corriamo? Il non senso? Porre questa opposizione non ci lascia via di scampo.

Il professore che si muove con il gesto sicuro e mistico di un direttore d'orchestra, che sa la partitura e per questo può dire ai suoi ragazzi di avere pazienza, di custodire le domande, un giorno troveranno le risposte, ci rispecchia veramente come insegnanti? In realtà, la risposta realizzata quei ragazzi la vedono già, è davanti a loro in quel gesto fascinoso con la bacchetta in mano. La loro strada è così indicata. Guardano al gesto e non alla loro fame. Al sogno di una partitura ben scritta e non al cuore, come invece tu li inviti a fare. Forse, invece, il professore deve fare un passo indietro. La fame dei ragazzi non è fame di destino, lo avverto nei loro occhi inquieti. Non vogliono difendersi dalla vita, costruirsi una armatura identitaria forte che consenta loro di far fronte ai fallimenti. Credo sia fame di vita la loro. Dici molto bene: il professore impara a non essere il centro del mondo. Deve diventare invisibile. Lasciare il posto alle sole domande senza indicare le risposte. La tentazione di quel gesto di aiuto di cui tu parli così bene è sempre viva e un bravo insegnante sa la passione e l'amore che quel gesto racchiude. Eppure rimane una tentazione alla quale occorre anche sapersi sottrarre. Perché si finisce, senza volerlo, per dare delle risposte.

Invitare i ragazzi ad essere pienamente ciò a cui si è chiamati non basta. Si risponde a un chi, a qualcuno che mi domanda e per farlo mi disarma. Non posso fare spazio all'altro armato di spada. Sia pure quella dell'identità. Fare il professore, fare il genitore è difficile, non si è mai perfetti e guai a volerlo essere, si cresce insieme agli allievi e ai colleghi, si sbaglia tanto. Loro, i ragazzi, devono saperlo che noi non siamo direttori d'orchestra, ma musicisti, possiamo solo insegnare loro il rigore di un metodo e trasmettere una passione, niente di più e anche, niente di meno.

 

 

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Emanuela Sabatini

 

Laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano, un dottorato in filosofia da finire sul tema della differenza, docente di filosofia e storia  nei licei dal 2003. 

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