PRESO IN RETE
«Gogne mediatiche»
di Guido Mocellin | 11 dicembre 2011
L'Ici sugli immobili legati alla Chiesa e la lettera aperta di don Verzé sono stati i due tormentoni della settimana: qualche mia impressione e un ricordo

Ci sono solo due argomenti, nell'ultima settimana dell'informazione religiosa sui quotidiani italiani: la posizione dei vertici della Chiesa - Santa Sede e CEI - di fronte alla manovra «salva Italia» presentata domenica scorsa dal governo Monti e, ancora una volta, l'evoluzione giudiziaria della crisi di gestione del polo universitario-ospedaliero San Raffaele: 93 dei 127 titoli religiosi battono su questi due tasti.

È il primo argomento a fare la parte del leone: si prende complessivamente 71 titoli, più 13 di Avvenire. Il punto di riferimento è una spinta non comune dell'opinione pubblica perché le istituzioni ecclesiali si confrontino con il grado di esenzione di cui i loro immobili godono rispetto al pagamento dell'ICI, spinta coagulatasi intorno a un «appello», a mio parere assai sgrammaticato, rivolto dal sito di Micromega al presidente del Consiglio. Anche Vino Nuovo, col post «Crisi e travaglio» che riprendeva mercoledì 7 il primo «discorso alla città» di Milano del card. Scola e i relativi commenti, sta dicendo la sua.

Come tanti, anch'io credo che sia lecito aspettarsi dalle massime istituzioni ecclesiali un segno forte e pubblico di condivisione dei sacrifici richiesti al Paese e sono contento se, come pare, questo segno sta giungendo. Aggiungo solo che, contrariamente all'immagine che (soprattutto in frangenti come questi), ne viene dipinta dall'esterno da chi non la conosce, la Chiesa è un corpo grande e assai articolato, tale che spesso riproduce al suo interno i caratteri della società civile in cui si trova: comprese le disuguaglianze economiche, le disparità culturali e persino quelle morali. Speriamo che, come succede nella società civile, non finisca che i sacrifici pesino soprattutto sui più «piccoli»: gli enti ecclesiastici più poveri, le parrocchie più oneste, le comunità con meno strumenti e consulenti e più coscienza.

In questo senso non si trova poi molto distante dal primo il secondo argomento religioso della settimana, il «caso San Raffaele», che guadagna 23 titoli grazie alla comparsa sulla scena del fondatore don Luigi Verzè in prima persona, con una lettera aperta; ma che, in un ideale bilancio di fine anno, risulterebbe certamente come l'argomento religioso più continuativamente presente lungo tutto il 2011, quello capace di godere ogni settimana di almeno una decina di titoli. Anche qui infatti si parla di uso del denaro.

Se ci ritorno, anche in questo caso accodandomi al bell'intervento già pubblicato su Vino Nuovo il 6 dicembre da Roberto Beretta e ai relativi commenti, è perché anche a me ha colpito la chiave cristica in cui don Verzè colloca sin dalle prime righe la sua autodifesa: «ho pensato - scrive - di fare come Gesù Cristo che, dopo aver guarito tanti malati e dopo averci donato una dottrina salvatrice, fu arrestato, calunniato e condannato alla croce: non si è difeso». E conclude: «Ora so cosa significa essere con Cristo tempestato di insulti, sulla croce. Fa parte del mio programma sacerdotale».

Che ci sia un qualche parallelo tra i supplizi e le torture fisiche di altri tempi e quelle psicologiche e morali a cui i media sottopongono alcune figure pubbliche, quando queste appaiono improvvisamente perdere di credibilità, è opinione condivisa: si parla infatti, secondo me con qualche esagerazione, di «gogna mediatica». Che ogni uomo o donna, ancorché proveniente dalle file della Chiesa, sottoposto a questo trattamento sia un Cristo, è vero nella misura in cui egli/ella è innocente, davanti a Dio e davanti agli uomini, e dunque vittima di ingiustizia. Allora, specie se la «persecuzione» è effettivamente patita per causa di Cristo, è «beato» davanti a Dio, e probabilmente «martire».

Se invece questa persona presa nella «gogna mediatica» sa di avere qualche colpa, davanti a Dio e davanti agli uomini, credo che farebbe meglio ad assumersi in pubblico le sue responsabilità, piuttosto che paragonarsi a Gesù Cristo. Ricordo a questo proposito l'esempio, per me prezioso, di Rembert Weakland OSB, arcivescovo americano di Milwaukee e già primate della Confederazione benedettina.

A seguito delle rivelazioni relative a una relazione omosessuale avuta nel 1979-1980 con uno studente di teologia all'epoca trentenne, P. Marcoux, e al successivo, onerosissimo patteggiamento, egli nel 2002 chiese e subito ottenne che fosse immediatamente accettata la sua rinuncia al governo pastorale della diocesi, già formulata al compimento del 75° anno (al suo posto il papa nominò T. Dolan, oggi arcivescovo di New York). Pochi giorni dopo, vestito di una semplice alba bianca, la stola penitenziale viola, lo zucchetto cremisi e la croce pettorale, incontrò i fedeli in una cappella presso la sede dell'arcidiocesi e pronunciò un breve discorso, di cui riporto qui, prese dal n. 13 del 2002 de Il Regno, le parti secondo me più significative ai fini di ciò di cui stiamo ragionando:

«Vengo davanti a voi oggi per chiedere scusa e implorare perdono. So - e anche voi lo sapete, ne sono sicuro - che per essere autentica la Chiesa deve essere una comunità che guarisce. Ma so anche - e pure voi lo sapete - che non c'è alcuna guarigione se alla sua base non viene posta la verità. In questo mio intervento farò del mio meglio.

Chiedo scusa a tutti i fedeli di questa arcidiocesi, che tanto amo, a tutto il popolo e a tutto il clero, per lo scandalo che si è verificato a causa del mio peccare. Tempo fa, ho posto quel mio peccare nel cuore di Dio, che ama e perdona; ma oggi e per il futuro mi dolgo per quanti possono essere rimasti scossi nella propria fede a causa delle mie azioni.

La Chiesa primitiva fu saggia quando dichiarò che Dio può usare strumenti imperfetti per la costruzione del Regno e che l'efficacia dei sacramenti non dipende dalla santità del ministro. È un'idea che mi dà una certa, seppur magra, consolazione. Ma in alcun modo ne viene diminuito il bisogno che ho di implorare da tutti voi il perdono.

Riconosco e mi assumo pienamente le mie responsabilità per la natura impropria della mia relazione con il signor Paul Marcoux. Chiedo scusa per qualsiasi danno io gli abbia arrecato. A quell'epoca, nel 1979, non comprendevo quella responsabilità nello stesso modo in cui la comprendo oggi. Sono giunto a vedere e a capire il modo in cui il potere di un colletto da prete e, ancor più, di una mitra episcopale, può agire in tali relazioni. (...)

Coloro che si preoccupano per me chiedono come mi sento in questo momento. Per descrivere questi sentimenti, i termini migliori potrebbero essere: rimorso, contrizione, vergogna, senso di vuoto. Quest'ultima parola mi rimanda a un'intuizione di santa Teresa di Lisieux. Ha scritto una volta di voler andare da Dio a mani vuote. Penso di sapere oggi personalmente che cosa intendesse con quell'affermazione. Ho appreso quanto sia fragile la mia propria natura umana, quanto ho bisogno dell'abbraccio amorevole di Dio. A mani vuote per me oggi significa la volontà di accettare totalmente la mia umanità, proprio come Cristo ha accettato per amore quella stessa natura umana. Ma per me significa anche essere del tutto pronto a ricevere qualunque cosa Dio voglia porre in quelle mani, essere pronto con le mani vuote a ricevere una vita nuova.

Ma sono anche consapevole che rimangono molta autocommiserazione e molto orgoglio. Devo lasciare questo orgoglio alle mie spalle. Ogni giorno cercherò di fare spazio perché Dio possa entrare sempre più nella mia vita. Alla fin fine mi rendo conto che l'umanità che Dio ha tanto amato e cercato di redimere, compresa la mia propria umanità, sarà trasformata dal suo abbraccio amorevole e dalla sua grazia».

Al termine di questo discorso, le spalle curve, le mani tremanti, mons. Weakland si inginocchiò davanti ai presenti, che espressero la loro pena e la loro afflizione con un lungo applauso. Ecco, mi pare che questo stile nell'assumersi le proprie responsabilità, questo mostrarsi contriti per la propria colpa, dica meglio, in pubblico, chi è un cristiano.

 

 

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Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È direttore della rivista  I Martedì ed è stato per più di vent'anni caporedattore del periodico di attualità e documenti Il Regno, con il quale continua a collaborare. Dal 2015 è tornato a occuparsi dei volumi delle Edizioni Dehoniane Bologna (EDB), mentre tiene sul quotidiano Avvenire la rubrica trisettimanale WikiChies. Insegna Giornalismo religioso al Master "Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale" dell'Università Cattolica di Milano e altrove, quando glielo chiedono; partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all'interno dell'Unione cattolica stampa italiana (UCSI). Nel 2010 ha pubblicato, ovviamente presso le EDB, la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo

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