ROBE DI RO.BE.
Il grano e il loglio di don Verzé
di Roberto Beretta | 06 dicembre 2011
Com'è possibile che tanto indubitabile bene si mescoli a così schifoso male? Che da metodi del genere siano nate tante possibilità di grazia per moltissimi?

«Dio lo vuole!»: quante storture, quante violenze e soprusi sono stati compiuti sotto questo slogan! E non mi riferisco tanto alle Crociate, il cui spirito andrebbe per lo meno contestualizzato in un periodo storico ben diverso dal nostro, e nemmeno soltanto a casi più recenti come il «Gott mit uns» inciso sui cinturoni dei militari di Hitler o come le presunte finalità «religiose» dei terroristi islamici che si sono scagliati contro le Torri gemelle; penso a qualcosa di assai più piccolo, però molto più vicino a noi.

Sì, la convinzione di essere «in missione per conto di Dio» può generare frutti di estrema santità ma anche disastri inenarrabili, secondo la sempiterna legge cattolica dell' «et et», «sia... sia...», che col suo filo sottilissimo separa nell'agire umano il bene dal male. Credere di compiere la volontà divina (di un «dio» qualsiasi...) può infatti condurre ad atti di eroismo ed abnegazione incredibili, come pure ad aberrazioni sconvolgenti, addirittura peggiori di quelle che si potrebbero commettere per pura malvagità o interesse materiale. E forse una conferma si ritrova nell'affermazione che spesso compare nelle agiografie, quando il protagonista confessa che - se non fosse diventato santo - avrebbe potuto divenire facilmente un malfattore. Il confine tra generosità ed autoesaltazione resta, a nostro perenne monito, assai labile.

Quanti esempi in materia abbiamo sott'occhio! Prendiamo il caso ultimo di don Verzé, il sacerdote ultranovantenne «deus ex machina» del San Raffaele di Milano. Nella sua autodifesa - la lettera in cui, non a caso secondo il nostro discorso, si paragona a Cristo in croce - dice parecchie cose riscontrabili: il grande bene che l'istituzione da lui fondata ha fatto a innumerevoli persone (io stesso ricordo ancora che 30 anni fa portavo proprio al San Raffaele la mia mamma malata di tumore, per le cobaltoterapie che all'epoca erano troppo poco diffuse altrove, e ne ho conservato un'ottima impressione di ordine ed efficienza), lo stimolo di sviluppo immesso nel mondo della sanità pubblica, la creazione di poli di ricerca e di cura cui indubbiamente tantissimi debbono il lavoro, la salute, addirittura la vita. Sono certo che tutto ciò peserà pareccho sulla bilancia dell'Unico che poi deve dare il giudizio che conta.

E tuttavia di questi tempi leggo sui giornali di altri fatti sconcertanti per un sacerdote che si proclama «alter Christus» non solo sull'altare: il lusso perseguito, i metodi spregiudicati fino alla corruzione, la contiguità complice col potere politico, persino la delega a nuocere alle persone che si frapponevano (del tutto legittimamente) ai suoi progetti! Tutto falso? Vorrei sperarlo, tuttavia i documenti pubblicati sembrano parecchio circostanziati e comunque lascio volentieri alla giustizia umana di pronunciarsi in modo definitivo sulla realtà di tali accuse; però non posso fare a meno di registrare con estremo sconcerto e pena una sequela di fatti che molti osservatori hanno definito senza mezzi termini «mafiosi».

Torno a bomba: com'è possibile che tanto indubitabile bene si mescoli a così schifoso male? Di più: che da metodi del genere siano nate tante possibilità di grazia - umana e divina - per moltissimi? E andrei ancora oltre: un'opera che, almeno in parte, sembra essere fondata o cresciuta grazie a strumenti immorali, può davvero dare frutti buoni ed accettabili oppure i suoi esiti sono comunque da considerarsi così bacati da dover tagliare del tutto la pianta o augurarsi che non fosse mai nata? Sono domande che non si limitano al San Raffaele ma che - per citare solo alcuni casi che mi vengono in mente - si potrebbero applicare pure ad altri «scandali» cattolici di estrema attualità e vicinanza, come per esempio i Legionari di Cristo (integerrima e fiorente congregazione ultra-ortodossa, il cui fondatore teneva comportamenti ben più che indegni e immorali) oppure la commistione tra affari, politica e religione che sta venendo a galla in più circostanze tra non pochi ciellini.

Di fronte a episodi del genere, bisogna ammettere che è forte la tentazione di cedere allo scetticismo distruttivo: se la religione può «giustificare» queste brutture, meglio non averne alcuna. Ma sarebbe l'errore speculare di quanti pensano che considerarsi «in missione per conto di Dio» possa poi coprire ogni tipo di comportamento: un fine altamente teologico che giustifica i mezzi. Va piuttosto esercitato un paziente discernimento che - da una parte - possa purificare radicalmente il marcio (nessuna connivenza complice, nessuna copertura interessata, massima applicazione della giustizia anche civile) e - dall'altra - permetta di conservare il buono cresciuto insieme al loglio. Si tratta, come si capirà, di usare con estrema precisione il bisturi; e non è mai facile.

Ciò che in ogni caso rimane (spesso senza cura) dopo scandali del genere, sono le ferite nell'animo della gente - e dunque nel corpo della Chiesa. Avremo mai la consapevolezza che di Onnipotente ce n'è uno solo, e che tutti gli altri - tutti, anche quelli che hanno più potere nelle varie gerarchie cattoliche - sono soggetti alla medesima legge? Il «Dio lo vuole» ha già fatto troppi danni.

 

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È assessore alla trasparenza e alla sicurezza della sua città, Lissone, per una lista civica. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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