ROBE DI RO.BE.
Quello che stavolta ad Assisi non c'era
di Roberto Beretta | 07 novembre 2011
Il 27 ottobre 1986 ad Assisi io c'ero. È stato dunque inevitabile per me fare il confronto tra allora e oggi, misurarne la distanza (non solo temporale)

Io c'ero, 25 anni fa ad Assisi. Sì, ho avuto il privilegio - giovane giornalista di «Mondo e Missione» (testata non certo «progressista», ma che sull'evento aveva costruito addirittura un bellissimo numero monografico) - di far parte della pattuglia di cronisti di tutto il mondo che hanno potuto gustare da un palco privilegiato quel primo incontro delle religioni in preghiera per la pace.

Dico subito che in quell'evento non ho trovato proprio nulla di sincretistico, anche se ricordo di aver partecipato al rito del calumet del capo indiano Pretty-on-top e al sacrificio delle galline consumato in un prato dagli animisti africani. Basti un particolare: c'era anche Madre Teresa, quel giorno, ovvero una che non aveva certo timore di citare Gesù Cristo ad ogni piè sospinto né può essere accusata di «relativismo» o «buonismo»...

È stato dunque inevitabile per me fare il confronto tra allora e oggi, misurare la distanza (non solo temporale) tra la Assisi del 1986 e quella del 2011: perché i gesti e le immagini parlano, i simboli significano. E quello che ho visto, questa volta alla televisione, è per l'appunto - lungi da me il giudizio, pur se il mio parere personale mi sembra evidente - una diversità palpabile: non solo nei prodromi un po' polemici e un po' allarmistici dell'evento (non mi è piaciuta la lettera in cui il Papa confessava che non si poteva non celebrare l'anniversario di Assisi...); non solo nell'organizzazione concreta della Giornata; ma nell'idea di Chiesa che ne è uscita.

Guardate le foto di Giovanni Paolo II davanti alla Porziuncola nel 1986 con i rappresentanti delle fedi e quelle di Benedetto XVI nell'identica posa pochi giorni fa: che cosa notate? Non solo gli esponenti di altre religioni sono drasticamente diminuiti di numero, ma è anche aumentata la distanza fisica tra loro e il Papa. Allo stesso modo, non esiste alcuna immagine paragonabile a quelle della grande preghiera finale del 1986 sul piazzale della basilica inferiore, semplicemente perché... quella cerimonia non c'è stata, sostituita dalla preghiera dei singoli nel chiuso delle celle loro assegnate: un atto certo meritorio ed efficace, ma di sicuro di significato simbolico assai diverso dal precedente. In compenso, i membri delle delegazioni sono stati ricevuti il giorno dopo in Vaticano dal Papa: gesto cortese, ma che forse rimarca un «primato romano» che nell'Assisi del passato Giovanni Paolo II aveva tenuto fortemente a non sottolineare.

I confronti potrebbero essere molti altri (allora il digiuno, oggi il pranzo frugale; all'epoca solo gli uomini delle religioni, oggi anche i non credenti) e si sa che i confronti sono sempre antipatici. Non è questo lo scopo. Di certo possiamo dire che Benedetto XVI ha costruito la «sua» Assisi, a misura della preoccupazione di verità che sostiene il suo pontificato; bisogna però nello stesso tempo constatare che le sue scelte hanno comportato la perdita di altri significati nient'affatto secondari, anche in rapporto alla chiarezza della missione della Chiesa nel mondo.

Qualcuno ha obiettato che - nel frattempo - è anche drasticamente cambiata la temperie culturale del mondo: dalla divisione in due blocchi contrapposti, in mezzo ai quali le religioni potevano senza dubbio incunearsi come strumento di pace, alla globalizzazione attuale. Ma è altrettanto vero che - sempre nel frattempo - l'11 settembre ha rimesso di prepotenza le fedi al centro della questione della convivenza tra i popoli: e la preghiera separata e individuale di uomini di religioni diverse è la risposta migliore che si poteva dare alle attese del pianeta in questo senso?

Il 26 ottobre 1986 ricordo che fu una giornata gelida e nuvolosa; ma alla fine si rivelò in cielo un arcobaleno che sembrò a tutti un segno parlante. Io lo porto ancora negli occhi.

 

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto una ventina di libri, tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa ). L'ultimo è appena uscito e si intitola La santa puttana. È assessore alla trasparenza e alla sicurezza della sua città, Lissone, per una lista civica. Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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