I menagramo dell'inverno arabo
di Fabio Colagrande | 30 ottobre 2011
Qualcuno sta alla porta come un avvoltoio pronto a rilanciare la profezia nera. Dimenticando che il Sinodo per il Medio Oriente ci ha indicato un'altra strada

La sensazione netta è che a qualcuno la 'primavera araba' abbia dato fastidio. Sono mesi che sulla stampa italiana alcuni editorialisti si esercitano in fulminanti calembour sulla primavera destinata inesorabilmente a trasformarsi in un inverno, o in un autunno, della democrazia. La tesi di fondo è che i movimenti rivoluzionari che dall'inizio dell'anno hanno percorso e percorrono il Nord-Africa e parte del mondo arabo, portando un vento democratico e indebolendo regimi corrotti e dittatoriali al potere da decenni, aprano inevitabilmente strada all'integralismo islamista. Sembra quasi che chi scrive sia deciso a emanare una di quelle 'profezie che si auto-avverano'. Diffondere infatti una sorta di scetticismo nei confronti di queste proteste e della loro presunta laicità significa spingere il pubblico occidentale che legge a non appoggiarle. Il pregiudizio culturale di fondo è che tradizioni culturali e sociali di matrice islamica non possano evolvere verso la democrazia. Secondo questo ragionamento, dunque, l'unica forma di governo adatta a questi paesi sarebbe una dittatura, a volte travestita da democrazia, che, da un lato, consenta di tenere a bada gli integralisti, dall'altro, venga agilmente a patti con gli stati occidentali, barattando il blocco dei flussi migratori o il rispetto dei diritti umani con gli accordi commerciali.

Ora, intendiamoci, il rischio che i movimenti integralisti approfittino di questa fase di transizione è reale. Non si tratta di una minaccia campata per aria. In Egitto, alla vigilia delle elezioni di novembre, i partiti estremisti islamici, fratelli musulmani e salafiti, sembrano i più organizzati. È delle ultime ore in Libia l'allarme provocato, dopo la morte di Gheddafi, dalle dichiarazioni del presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mahmoud Jibril, secondo il quale la legge islamica, la sharia, sarà la fonte di ispirazione della futura costituzione libica. Si tratta di ipotesi buie per quanto riguarda la libertà religiosa e il rischio che le minoranze cristiane siano vittime di una persecuzione, così come accaduto in Iraq dopo la caduta di Saddam, è più che reale. Eppure non si capisce perché la sottolineatura di questi pericoli non possa andare di pari passo con un deciso incoraggiamento della 'primavera araba'. Non ci si spiega come l'opinione pubblica occidentale non sia invitata ad appoggiare, senza ingenuità ma con realismo, le possibilità di democratizzazione apertesi in Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria e in Libia. Saranno percorsi lunghi e tormentati, non esenti da passi falsi e possibili derive integraliste, ma dovrebbero portare finalmente all'affermazione e alla tutela dei diritti umani, e quindi della libertà religiosa, in regioni dove da decenni si compiono abusi e violazioni. Qual è l'alternativa? La restaurazione dei regimi appena caduti?

Esempio più attuale di questo ragionamento frettoloso e distorto è il modo in cui la stampa italiana ha accolto l'affermazione del partito di ispirazione islamica Ennhadha nelle prime elezioni libere e democratiche appena svoltesi in Tunisia, il Paese africano apripista della 'primavera araba'. L'affermazione di una formazione politica che era stata duramente perseguitata sotto il regime di Ben Ali, e che in campagna elettorale si è presentata proponendo un modello di governo simile a quello della Turchia di Erdogan, è stata ugualmente presentata subito come una minaccia. Senza considerare il fatto che non si è trattato di elezioni parlamentari ma mirate alla creazione di un'assemblea costituente dove Ennhadha non avrà tra l'altro la maggioranza assoluta. Il giudizio, o meglio il pre-giudizio, è stato subito negativo, senza attendere di valutare nei fatti le scelte dei vincitori. Anche in questo caso, come dopo la recente manifestazione dei cristiano-copti sfociata nel sangue al Cairo, è sembrato che qualcuno stesse alla porta come un avvoltoio pronto a rilanciare la profezia nera dell'inverno arabo. Una visione negativa semplicistica che certo non aiuta a capire i fatti e probabilmente non aiuta il difficile cammino verso la democrazia di quei popoli.

Tutto ciò è vero in particolare in una prospettiva cristiana. Guardare con sospetto al vento di democrazia che soffia sull'islam può celare un atteggiamento di comodo. Laddove infatti permangono certi regimi forti l'integralismo sembra sotto controllo, gli accordi commerciali sono più semplici e le piccole comunità cristiane sono, in parte, tutelate. Ma una parziale libertà religiosa per le minoranze, nei paesi a maggioranza musulmana, non può, dal punto di vista etico, essere ottenuta in cambio di un atteggiamento più blando nei confronti del rispetto della dignità della persona. In sostanza non ci si può accordare così: 'noi chiudiamo un occhio sul fatto che siete dittatori e voi però ci permettete di vivere come cristiani nel vostro paese'. L'unica possibilità è che tutti i diritti di tutti siano tutelati. Tanto più che al Sinodo dell'ottobre 2010 dedicato al Medio Oriente, i padri sinodali hanno detto chiaramente di considerare la convivenza tra cristiani e musulmani 'il piano di Dio su di noi, la nostra missione e la nostra vocazione' da portare avanti con 'la guida del comandamento dell'amore e con la forza dello Spirito in noi'. Dunque lavorare perché la 'primavera araba' prevalga sul fanatismo e non si trasformi in 'inverno', sostenendo con fiducia questi processi democratici, nell'ottica di una collaborazione tra cittadini musulmani e cristiani, è l'unico compito a cui siamo chiamati come credenti.

 

 

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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