Una giornalista in Consiglio pastorale
di Francesca Lozito | 19 ottobre 2011
La cosa è nata assolutamente per scherzo. Ma mi aspetto di fare un'esperienza di comunione autentica e di certo ce la metterò tutta

Cosa ci fa una giornalista in Consiglio pastorale? Ah, francamente me lo chiedo anche io che sono il soggetto in questione. Domenica scorsa in tutta la diocesi di Milano si è votato per il rinnovo di questi importanti organismi di partecipazione che hanno di certo delle declinazioni specifiche in ogni singola parrocchia o Comunità pastorale.

La mia è una Comunità pastorale e per la prima volta c'è stata l'elezione unitaria. Fino ad oggi si era proceduto infatti all'unione dei consigli delle due parrocchie di cui è composta.

La cosa è nata assolutamente per scherzo. Ma mi aspetto di fare un'esperienza di "comunione" autentica e di certo ce la metterò tutta. Credo valga la pena di raccontarne la genesi per sommi capi. Senza prendersi troppo sul serio, che per lavoro ne ho sentite queste settimane un po' di tutti i colori. "Ah io mi ricandido perché dobbiamo rifare l'oratorio" mi ha detto una signora di una parrocchia della prima Brianza. E non posso negare che io di fronte a queste questioni di "bassa manovalanza" sono un poco spaesata: penso troppo, sono troppo poco concreta.

Ma torniamo alla mia vicenda.

Il prologo: fine estate, chiacchierata post cena col don dell'oratorio: "Ahahaha ma potresti candidarti per il consiglio pastorale". Mia risposta, secca: "Beh, io non vengo a scaldare la sedia, di impegni ne ho già un po'".

Domenica mattina in cui, sempre per regolamento diocesano il "popolo di Dio" doveva indicare dei nomi di possibili candidabili alla fine della Messa.

Roberto, splendido settantenne ex maestro elementare con la forza e la vitalità che un quindicenne si sogna, dal fondo della Chiesa ride e mi dice: "Ti candido". Ed io "Ah ah sì sì". Pensando che evidentemente stesse scherzando.

Il don, sempre quello della battuta estiva, qualche giorno dopo: "Guarda che qui ti hanno indicato per il consiglio pastorale". Io: "Sì vabbé ma mica lo ha fatto davvero Roberto". E lui: "Altroché, mica è stato il solo".

Dalla mail che ho scritto al parroco meno di 24 ore dopo: "Ciao don, senti qui non mi piace per niente la piega che sta prendendo questa cosa. Per tre motivi che ti vado ad elencare:

Primo: io ho fatto la Fuci quando ero universitaria e credo che il mio rapporto con gli strumenti di rappresentanza all'interno della Chiesa si sia chiuso lì. Buona palestra di mediazione, ma ho dato.

Secondo: ribadisco che non vengo a scaldare la sedia.

Terzo: credo che queste esperienze si debbano vivere in cordata e dunque se c'è un gruppo di persone con cui si può costruire qualcosa bene, altrimenti una singola candidatura è come la rondine che non fa primavera.

Ah, dimenticavo: se tu non vuoi io non accetto (e questa è la frase che ho scritto perché certa che mi avrebbe detto di lasciare perdere).

Il giorno dopo Elisabetta, catechista, amica conosciuta durante il viaggio in Terra Santa lo scorso anno, di certo personaggio lontano anni luce dalle logiche delle tradizionali sciure parrocchiali (siamo andate assieme a febbraio alla manifestazione delle donne) mi scrive una mail: "voglio candidarti in Consiglio pastorale".

Io, lapidaria: "Dobbiamo parlare".

Ci troviamo davanti ad un aperitivo alla fine di una settimana di lavoro.

"Betta, ma che si fa in consiglio pastorale?"

"Ah beh, noi preghiamo insieme e insieme condividiamo la fede".

Seconda mail al parroco: "Beh don se si tratta solo di pregare ..."

Così sono entrata in Consiglio pastorale. Con me ci sarà Betta, ma anche Roberto, che per uno strano scherzo del destino è stato candidato anche lui. La cordata piano piano sta nascendo.

Mi aiuteranno questi amici ad essere tollerante nei confronti di quei personaggi secolari e intemperanti con cui capita spesso di imbattersi in questi contesti e che anche nello specifico nostro non mancano.

Porterò un po' della mia voglia di vivere una Chiesa diversa, magari un po' più aperta nei confronti di tante di quelle persone che non riescono ancora a trovarla accogliente e si fermano sul sagrato.

Avremo bisogno di pregare, molto, certo, per vivere appieno quel senso di comunità, senza il quale non possiamo pensare di fare neanche un passo. L'ho appena sentito dire dal nostro nuovo arcivescovo e lo ripeto qui: "Spesso pensiamo alle nostre parrocchie come a delle aziende. E, invece, sono come delle famiglie".

Le mie ansie un po' scompaiono. Mi sento ben accolta.

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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