La vera questione morale
di Francesca Lozito | 11 ottobre 2011
Il nostro essere cristiani si deve vedere nella "prova". Altrimenti è solo esercizio retorico di alcuni principi che rimangono parole appese nel vuoto

«Qui tutti pensano a puntare il dito contro quelli che rubano, ma, forse, prima, dovremmo pensare a quanto e a che cosa, ogni giorno rubiamo noi».

Nel bel mezzo della predica domenicale le parole pronunciate dal giovane sacerdote spiazzano. Me le racconta il giorno dopo, mentre mi sfogo su quelli che sono i problemi di lavoro della mia e della sua generazione «Queste cose non devono rimanere fuori dal mondo delle parrocchie - gli spiego - è la vita vera delle persone». E così condividiamo le preoccupazioni sul "periodo" che stiamo attraversando.

E dire che sono giorni, questi, di grandi "questioni morali". Tutti molto bravi, certo, a pronunciare le proprie sentenze, ad invocare sentenze di altri per chi ha rubato, per chi è degenerato nei comportamenti più licenziosi, certamente con dosi di giustizialismo, che - la storia recente lo ha dimostrato - sono livori che non portano molto lontano.

De Gregori cantava ormai piu' di vent'anni fa: "Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando?", ma forse da buoni cattolici abituati all'esercizio, dovremmo trovare una risposta che sia una terza via, anche stavolta, per uscire dal pantano morale e sociale in cui siamo immersi. Quella terza via che ci ha fatto essere la forza per rialzarci dalle macerie della guerra e ricostruire il Paese. Oggi abbiamo l'occasione di fare un passo in più. Ma dobbiamo cominciare davvero, una volta per tutte a "pensare in grande". A superare lo "spirito" di questi tempi e dare una nuova visione delle cose.

Faccio due esempi per cercare di spiegarmi.

Questione di piccolo cabotaggio: sto ancora aspettando che un noto gruppo di pastorale d'ambiente della mia parrocchia venga a restituire le batterie della lucetta del cinema di cui si sono appropriati piu' di un anno fa. Io le ho sostituite senza battere ciglio con un paio di una confezione comprata in una nota catena di articoli di arredo svedesi a prezzo davvero modico. Sto ancora aspettando che capiscano che non esiste un "mio" e un "vostro" ma che esiste un "nostro" della comunità.

Questione di grande cabotaggio: che cristiano è un cristiano che non si distingue per comportamenti, stili e scelte nella vita di tutti i giorni? Che cristiano è un cristiano che accetta magari di praticare la delazione per avere una gratificazione lavorativa - a prescindere dal meritarla o meno - che vede calpestati i suoi più elementari diritti di lavoro, dovuti a chi svolge onestamente la sua parte nel mondo, in nome di un efficientismo pragmatico che ormai è diventato la cifra di tutto?

Sono "lazzatiana", massì diciamo in versione 2.0, ormai chi legge Vino Nuovo lo sa. E per me il cristiano si deve vedere nella "prova". La vita ce ne offre continuamente. Continuamente siamo chiamati a rendere con chiarezza quello che la nostra storia e i nostri principi ci hanno formato ad essere, a divenire quello che siamo ora.

Mica facile, ovvio. Estremamente difficile. Si cade, si sta male, si deve rimanere in piedi.

Eppure questa è la vita. Nient'altro che questo.

Il resto è esercizio retorico di principi che rimangono parole appese nel vuoto. Non è niente che riguardi la Parola. Ma con questa si vive. Con le altre si vive a metà.

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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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