Credere è un po’ combattere
di Fabio Colagrande | 03 ottobre 2011
La religiosità come luogo della serenità e della pace definitiva e la fede come uno stato certo, stabile e indiscutibile, sono equivoci da sfatare

Mi è rimasta sempre in mente una frase del cardinale Carlo Maria Martini. È probabile che quando l'udii vi ritrovai istantaneamente il mio modo di credere, o meglio di lottare per credere. Suona più o meno così: "Un credente è un non credente che si sforza ogni giorno di credere". Mi colpì quella concezione umile e dinamica della fede. Chi crede sa di essere un peccatore e allo stesso tempo sa di dover rinnovare ogni giorno la sua fede.

Un sacerdote mi disse un giorno che bisogna decidere ogni giorno di essere cristiani, non lo si è mai una volta per tutte. La fede deve essere incarnata ogni giorno nelle persone, nei fatti, nelle parole della nostra vita quotidiana e seppure la grazia di Dio ci aiuti a farlo, il nostro impegno non è mai scontato, automatico, ma richiede una decisione, richiede fatica, appunto "sforzo". Per questo sono stato felice nel leggere qualche mese fa in uno dei 'Mattutini', sul quotidiano Avvenire, del cardinale Gianfranco Ravasi quest'altra frase dello scrittore Erri De Luca: "Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente". "Emblematico - spiega il cardinale - è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto singolo".

Appassionato da questa mia, forse ingenua, ricerca scovo in rete una citazione dello scrittore-filosofo spagnolo Miguel de Unamuno y Jugo : "Coloro che ritengono di credere in Dio, ma senza la passione nei loro cuori, l'angustia nel pensiero, senza incertezze, senza dubbi, senza un elemento di disperazione anche nella loro consolazione, credono solo nell'Idea di Dio, non in Dio stesso". Ne rimango folgorato. D'altronde da qualche altra parte avevo letto una volta che proprio il "dubbio" è il territorio dove si possono incontrare credenti e non-credenti. E ciò rafforza la mia convinzione che questo pericoloso territorio di confine sia l'unico veramente possibile, oltre che il più fecondo spiritualmente.

Casualmente poi, trovo un'ulteriore conferma a queste mie strampalate idee, quando scopro che alla rassegna teatrale organizzata a settembre a Lucca dalla Conferenza Episcopale italiana va in scena uno spettacolo dal titolo 'Combattimento spirituale davanti a una cucina Ikea'. E già il titolo è meraviglioso. Ma poi leggo che l'autore, interprete e regista, Alessandro Berti da Reggio Emilia, nelle sue note di regia spiega che nella tradizione cristiana, e non solo, lo stato di unione mistica non è il raggiungimento di una sorta di pacificazione ma piuttosto un punto di partenza, "un pavimento solido su cui cominciare a saltare". "In questo momento storico così caotico, invece, le persone - commenta l'autore - si avvicinano erroneamente alla spiritualità cercandovi soprattutto pace".

Dunque avvicinarsi alla spiritualità, non significa trovare la pace ma iniziare la lotta. E le vite dei santi mistici, fatte di contrasti, sofferenze, sacrifici, '"notti della fede", ce lo confermano. Non a caso qualche anno fa la Comunità ecumenica di Bose, guidata dal priore Enzo Bianchi, dedicò alla 'Lotta spirituale' uno dei suoi convegni di spiritualità ortodossa. Atanasio di Alessandria scriveva infatti: "Nessuno che non abbia sperimentato le tentazioni potrà entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato". Solo chi passa attraverso le tentazioni, chi combatte, può vincere il male e, anche quando non riesce a vincerlo completamente, fa comunque esperienza della misericordia di Dio.

Insomma, quello della religiosità come luogo della serenità e della pace definitiva, come della fede come uno stato certo, stabile e indiscutibile, sono equivoci da sfatare. Non esistono persone più sofferenti, combattute e di conseguenza lottatrici e combattenti dei sacerdoti, delle religiose e dei religiosi. Solo nel combattimento si trova Dio. La fede è un processo dinamico, dialettico, fatto di morte e resurrezione. Ma il seme che non muore non dà frutto.

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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