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Don Mazzi e i seminari: oltre la provocazione
di Roberto Beretta | 19 settembre 2011
È ancora necessario togliere (pur consensualmente) i figli alle famiglie d'origine per metterli in un collegio dove possano studiare e apprendere un modo di vita "cristiano"?

Vedo che don Antonio Mazzi è tornato a far sobbalzare non pochi cattolici con una proposta che già l'anno scorso, presentata sulle colonne di Famiglia cristiana, gli aveva attirato numerosi strali: abolire i seminari minori. Stavolta l'ottantenne Pierino dei "preti di strada" ci aggiunge come carico da novanta l'idea che da lì nascerebbe la pedofilia dei preti - ipotesi che mi pare piuttosto affrettata e comunque generica; tuttavia ritengo che la provocazione di don Mazzi meriti qualche riflessione, e debba anzi essere estesa non ai soli seminari minori.

È noto infatti che i seminari (letteralmente "vivai", "serre protette" in cui far sviluppare i "semi" delle vocazioni sacerdotali) sono un frutto del Concilio di Trento e per 5 secoli hanno egregiamente assolto il loro compito: formare in modo sufficiente e serio il clero (che fin allora mostrava molte lacune), dare una possibilità concreta di istruzione anche ai preti provenienti da classi sociali che mai avrebbero potuto fornire ai figli la possibilità di frequentare scuole, diffondere modelli di moralità, spiritualità, pastorale ai futuri parroci in un'epoca in cui le comunicazioni non permettevano così facilmente né i contatti né i controlli.

Bene, missione compiuta: in mezzo millennio, possiamo ben dire che l'Occidente cattolico si è giovato pienamente del modello seminariale per far crescere i propri pastori, che infatti da secoli ormai si presentano come una classe omogenea (anche troppo...), compatta, ben formata, disciplinata, obbediente più che un esercito. Ma - nel frattempo - le condizioni sono profondamente cambiate, almeno in Italia: l'accesso allo studio è ormai sostanzialmente garantito a tutti, anche ai meno abbienti, e le possibilità di comunicazione e spostamento rendono facile il rapporto non solo tra persone che non vivono più nel medesimo luogo, ma addirittura a distanze continentali. Di più: la Chiesa ha riscoperto e proclamato in ogni modo il dovere (e il diritto) fondamentale di ogni famiglia cristiana di educare i propri figli: non vale questo per i candidati al sacerdozio?

Voglio dire: è ancora necessario togliere (pur consensualmente) i figli alle famiglie d'origine per metterli in un collegio dove possano studiare e apprendere un modo di vita "cristiano"? Forse nel terzo mondo, ma qui no, certamente no; tanto più quelli in età di scuola dell'obbligo, ormai diffusa in ogni zona. Anzi, a mio parere risulta sottilmente contraddittorio "non fidarsi" in modo così palese delle famiglie cristiane, che da una parte vengono continuamente sollecitate ad allevare i credenti del domani, e dall'altra non sono reputate degne di far crescere i futuri sacerdoti...

Certo, l'esperienza di gruppo a quell'età è fondamentale e molti dei ragazzi stessi che l'hanno avuta (siano poi diventati preti o no) la gradiscono e ne serbano un ottimo ricordo... Sicuro: parecchi dei superstiti seminari minori stanno sperimentando forme parzialmente nuove di educazione, più aperte all'esterno e in contatto con i genitori... Ma bastano queste obiezioni per giustificare la sopravvivenza dei seminari minori, oggi in Occidente? A mio avviso no, anzi implicitamente - col tentativo di ovviare ad alcuni evidenti difetti - denunciano i possibili rischi dell'esperienza.

Quali? Non tanto la pedofilia, evocata da don Mazzi, bensì la "casta". Sì, i seminari (anche quelli maggiori) sono uno straordinario, forse il maggior strumento di clericalizzazione. Essi fin dall'inizio "separano" il prete dal popolo di Dio, lo plasmano secondo un modello dato, lo strutturano per un'esistenza celibataria (senz'altro molto indipendente ma anche col pericolo dell'individualismo), lo abituano a pensare di essere "diverso" e prescelto, se non migliore degli altri. Si tratta di uno schema che ha i suoi vantaggi, in termini di efficienza: riesce infatti a formare personalità forti, in grado di reggere poi a un'esistenza solitaria e ricca di responsabilità. Ma non possiamo negare che abbia pure pesanti effetti collaterali sugli stessi sacerdoti e sulle comunità cui verranno destinati, principalmente proprio a causa di quella separatezza istituita rispetto al mondo "normale".

Abolire dunque i seminari? Ovviamente non è per nulla facile né immediato trovare modelli alternativi di formazione per il personale ecclesiastico. Tuttavia anche adagiarsi nella comodità dell'esistente appare come una pigrizia che perpetua i suoi danni. Il seminario è durato 500 anni e non c'è nulla di male se si scopre che ha fatto egregiamente il suo tempo; forse è proprio ora di pensare con coraggio a qualcosa d'altro, e possibilmente a qualcosa rispetti meglio l'idea di comunità che la Chiesa sta scoprendo di se stessa.

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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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