Non chiamatelo sequestratore
scelto da Luigi Accattoli | 15 settembre 2011
«Quando ho saputo che era morto e ho letto che lo definivano 'sequestratore' non ho pensato a lui ma al dolore della madre e delle sorelle che lo piangono»
di Cristina Berardi che ha pubblicato un necrologio per il telefonista della banda che l'aveva sequestrata

Cristina Berardi, di Nuoro, ha un anno in meno di Gianfranco Ara, il telefonista della banda che la rapì nel 1987 quando aveva 24 anni. Lei fu liberata dalla polizia. Lui era stato arrestato mentre chiamava la famiglia Berardi da una cabina telefonica e fece 16 anni di carcere. Era libero da tre ed è morto - forse di infarto - sabato 10. Cristina ha pubblicato sulla "Nuova Sardegna" questo necrologio: «Sono vicina a Maria Grazia e Tina per la tragica scomparsa del fratello Gianfranco, con profondo rispetto e affetto». Cristina è collega di Tina nel lavoro. Ai giornalisti ha negato che il necrologio sia un atto di perdono: "Il problema del perdono non me lo sono mai posto e così quello dell'astio". Ha precisato che la sua era solidarietà con la famiglia e desiderio di alleviare il dolore che a essa può venire dalla parola "sequestratore": «Non faceva parte del commando che mi ha rapito, non mi ha custodito in prigione e non mi ha mai fatto del male. Ha avuto le sue colpe, ma non può essere considerato un sequestratore». Considero preziosa questa "parola" che ci viene da una donna che ha sofferto da sequestrata e non vuole che sia detto "sequestratore" chi non lo fu. Un invito a non aggravare - straparlando - le colpe del prossimo.

 

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Luigi Accattoli

Luigi Accattoli già giornalista della Repubblica (1976-1981) e poi del Corriere della Sera (1981-2008), ora collabora al Corriere della Sera, a Liberal. Scrive per la rivista Il Regno da 37 anni. Modera il blog www.luigiaccattoli.it

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