E le piccole diocesi?
di Giorgio Bernardelli | 15 settembre 2011
Per settimane in Italia ci si è scontrati sui piccoli comuni e sulle province. Forse però anche come Chiesa c'è qualche numero su cui potremmo ragionare

Uno dei tormentoni di quest'estate dalle svariate manovre è stata la questione dei piccoli comuni: facciamo sparire tutti quelli sotto i 1000 abitanti, no teniamoli, sì ok però accorpiamo almeno alcuni servizi togliendo tutte le province. E le piccole procure? E i piccoli tribunali? Eccetera.

Sarà una deformazione professionale, ma in mezzo a tutto questo discorso a me è scattata una strana associazione di idee. Mi sono detto: ma delle piccole diocesi quand'è che in Italia cominceremo a parlarne? Sì, perché probabilmente non ci avete mai fatto caso, ma l'Italia ha un record assoluto nella Chiesa universale: è di gran lunga il Paese che conta la maggior densità di diocesi. Ne abbiamo ben 225 (più del doppio delle attuali province, tanto per fare un paragone). Un numero maggiore di diocesi esiste solo in Brasile: lì sono 268. Ma quello è un Paese che ha anche il triplo dei battezzati rispetto all'Italia e che per estensione è quasi trenta volte più grande. Per dare dei termini di paragone a noi più vicini la Francia ha in tutto 98 diocesi, la Spagna 70.

Fermi! Preciso subito una cosa: non sono in preda a un attacco di tremontite riguardo ai conti della Chiesa. Dichiaro solennemente che in questo mio ragionamento i soldi non c'entrano proprio nulla (anche se un discorso "economico" sulla gestione delle risorse forse si potrebbe fare sul capitolo preti: siamo sicuri che questa parcellizzazione ci permetta di valorizzare al meglio questo bene prezioso e in prospettiva sempre più raro?).

Ma il discorso vero è un altro: io mi chiedo se questi confini lasciati in eredità da un tempo che non esiste più siano il modo più efficace oggi per essere una Chiesa che si mette al servizio del proprio territorio. Mi chiedo - ad esempio - se sia normale che una persona risieda in una diocesi, vada a lavorare in un'altra e magari abbia un figlio che frequenta la scuola superiore in un'altra ancora: vi assicuro che in diverse zone d'Italia questo succede. Ma mi chiedo anche quale sia la qualità del confronto e la vivacità delle proposte pastorali in un presbiterio formato in tutto da 50 sacerdoti (con la prospettiva - per ragioni meramente anagrafiche - di diventare molto presto 40) o in un consiglio pastorale diocesano che riunisce appena una manciata di parrocchie. E mi chiedo ancora se sia proprio indispensabile che ogni anno in Italia ci siano ben 225 piani pastorali diversi.

Certo, il radicamento di una Chiesa nel territorio è un bene prezioso, da non buttare a mare. Ma lo è anche la capacità di non chiudersi dentro a confini troppo stretti che rischiano di diventare asfittici. Insomma, tanto per essere chiari: in un Paese in cui il localismo è un problema sempre più serio, non sarebbe una testimonianza forte se, anziché limitarci a denunciarlo, il localismo iniziassimo come Chiesa ad eliminarlo anche al nostro interno? Sarebbe un cammino sicuramente faticoso. Ricordo bene quando anni fa in una diocesi spuntarono le barricate solo perché il vescovo aveva spostato la sede episcopale dall'antica e gloriosa città al nuovo centro dove ormai la maggior parte della gente vive. Però rimanere inchiodati a ciò che è sempre stato è un lusso che possiamo ancora permetterci? E non è che forse la nuova evangelizzazione ha bisogno anche di percorsi capaci di farci vedere un po' più spesso come la Chiesa sia qualcosa di un po' più grande rispetto alle solite facce?

Non mi immagino certo il Papa e i vescovi italiani che nella prossima visita ad limina stabiliscono la fatidica quota X di battezzati e sotto quella soglia si taglia la diocesi. Almeno nella Chiesa - fortunatamente - i tagli lineari non esistono. Ma una riflessione seria su questo tema io credo che varrebbe la pena aprirla. Non per disfattismo, ma per imparare a camminare maggiormente insieme. Del resto basta sfogliare l'Annuario pontificio per vedere quanto sia lungo l'elenco delle sedi titolari, quei posti cioè dove per secoli c'è stata una diocesi e adesso non c'è più. La loro storia ci rassicura: da nessuna parte è stata una Curia in meno a sradicare la fede.

 

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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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