In vacanza con i figli adolescenti
di Maria Elisabetta Gandolfi | 14 settembre 2011
Bisognerà pure far loro capire l'idea che si può vivere il giorno (leggi: il lavoro o lo studio) in pienezza e che la notte (leggi: lo svago) non è una camera di compensazione per le frustrazioni diurne

Ho improvvisamente caldo. Mi alzo dal letto e vado a prendere una boccata d'aria fuori dall'appartamento, preso in affitto al mare. Cerco al buio di capire che ore sono: le 4. Sarebbe simpatico dormire ancora un po'. Nell'oscurità vedo però un paio di ombre sdraiate sulle poltrone del giardino, assorte in un'amabile conversazione.

Vuoi scommettere che almeno uno di questi è mio figlio? Scommessa vinta.

L'"Andate a letto!" che riesco a sibilare è convincente alla prima battuta.

Il mattino dopo, ovvio, sotto l'ombrellone in una delle più belle spiagge del Mediterraneo, dormono come due angioletti. Hai voglia a elencare l'intera classificazione ittica della regione, a portare a riva trofei raccolti dagli abissi o a decantare i tuffi dagli scogli: le uniche parole che emettono sono relative al cibo ("Quando si mangia?") o all'orario ("Ma quand'è che andiamo a casa?"). Almeno i bisogni primari sono chiari...

Non siamo soli con i nostri figli in vacanza. Siamo con un gruppo di famiglie, amiche. Su tutto si trova un accordo: quale spiaggia visitare; quale meta turistica progettare; quale menù per le grigliate. Sui figli, ovviamente, è più dura: si tratta di "carne viva", si toccano persone e relazioni, si tocca quello che si è e quello che si vorrebbe essere.

Si trovano compromessi, per carità. Però questi non riescono a scalfire l'assioma: "vacanza = svacco senza orario" e "lavoro (studio) = tabelle orarie rigide" che alberga nei nostri giovani rampolli. E, in fondo, sembra che noi adulti ci distinguiamo da loro per una mera quantità di tempo che dedichiamo allo stare alzati più che per una qualità - più o meno, s'intende - che vogliamo dare a questo tempo. L'idea che si possa vivere il giorno (leggi: il lavoro o lo studio, cioè la routine) in pienezza e che la notte (leggi: lo svago) non sia una camera di compensazione per le frustrazioni diurne (leggi lavorative), insomma bisognerà pur trovare il modo di farlo comprendere ai nostri adorabili adolescenti. Ok, c'è la crescita; ci sono gli ormoni frizzantini; devono trovare la propria strada; sì, li puoi portare all'acqua ma non obbligarli a bere...

Ma se non tentiamo, almeno, una proposta alternativa - penso io - noi adulti veniamo meno a una delle nostre responsabilità. Che è quella di dire loro: sì siamo limitati; per dare il meglio di noi occorre dormire (dirlo ai miei figli è peggio che insultarli); se vogliamo interagire con l'ambiente umano circostante dobbiamo articolare un pensiero un po' più complesso del "Non m'interessa"; e far loro presente con un po' più di convinzione anche un altro fatto: che se loro dormono, il mondo va avanti e c'è qualcun'altro che si alza, va a fare la spesa, fa da mangiare, pulisce ecc. per tutti. Non per rinfacciare, tutt'altro. Ma per far loro capire che questo è il presupposto per una vita da - mi si consenta - da parassiti, dove in fondo tutto è dovuto. Diversamente c'è rabbia e frustrazione.

Capisco che è un terreno minato: devo indicare un obiettivo alto (dare senso al quotidiano, al routinario, al "giorno") attraverso uno stile di vita che è fatto di contingenze, di mediazioni, di gesti concreti che, singolarmente presi sono opinabili e niente di che. Ma se siamo noi adulti a fare sempre lo sconto al povero figliolino che pretende d'essere il padrone della vita (certo, è un adolescente, lo so), un po' ce le cerchiamo. E soprattutto ce le cerchiamo perché non si riesce mai a stringere un patto educativo tra genitori, ad allearsi su alcuni obiettivi comuni. Ah, sì, siamo d'accordo sui principi... ma quali?

Intanto, mentre eravamo al mare, è successa una cosa. In Inghilterra migliaia di giovani hanno messo a ferro e fuoco la città di Londra; non erano i giovani delle piazze arabe che chiedevano libertà e diritti civili; erano giovani che si davano appuntamento tramite Twitter e Facebook per andare a razziare una TV al plasma o l'ultimo modello di cellulare. Non erano solo le solite povere periferie. Lì c'erano giovani "per bene", come i nostri figli. Giovani che interrogati poi dal giudice sul perché delle loro azioni, non avevano gran ché da dire.

Ho pensato subito ai miei e ai nostri figli. Non solo per non dover arrivare all'estremo del genitore inglese che ha denunciato la figlia riconosciuta in TV a fracassare una vetrina. Ma per cercare in ogni modo di fargli capire - cioè di vivere per prima io - che la vita è bella anche per la fatica, la quotidianità, la noia. Perché per vivere da protagonisti occorre spendersi. Ma questo, sì, costa.

 

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Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi, classe 1966, è giornalista professionista e lavora da una ventina d'anni presso la rivista Il Regno. Scrive di editoria religiosa, Africa, e, in generale, di temi ecclesiali; volentieri si occupa di associazionismo perché è lì una delle sue radici. Sposata con un insegnante, ha tre figli e un cane; si divide con passione e a volte con qualche affanno tra lavoro, casa e scuole dei figli.

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