L'investimento controcorrente in canonica
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 13 settembre 2011
Anziché finire «sul mercato» la casa parrocchiale rimasta vuota è abitata da una famiglia originaria della Guinea Bissau. Perché quelle mura continuino a parlare

Gli occhi nerissimi e immensi della piccola Alanan - due anni il 1° settembre - sembrano spalancarsi ancor di più fino ad "abbracciare" la sorellina Winda, nata una settimana fa. Sarà compito di M. e F., i suoi genitori, gestire l'inevitabile "problema gelosia", anche se l'età ravvicinata semplificherà molto le cose. Ordinarietà quotidiana di una famiglia con due bimbe piccoline.

Ma qui siamo ancora allo "straordinario". Una storia lunga e tutta loro ha condotto M. e F. dalla Guinea Bissau agli studi a Lisbona e poi tra le Alpi. Una storia forse simile a tante altre, una storia che parla di volontà di costruirsi un futuro migliore di quello di genitori e nonni, pur tra la nostalgia del distacco e l'approdo verso popoli e culture così differenti. Ma è una storia che parla anche di tenacia e di fiducia: tenacia di proseguire, stringendo i denti, perdendo sì il riposo, mai la dignità, e fiducia nelle proprie forze e in quanti s'incontrano sul proprio cammino, che condividano o meno la propria fede in un Signore che è Padre di tutti. Ma che ha sempre mostrato - come dice la Bibbia che essi conoscono bene - un'attenzione particolare per i poveri e gli umili.

Tra M. e una laurea in informatica sta solo un esame e la revisione della tesi, per suo marito ancora gli esami dell'ultimo anno di Giurisprudenza. Entrambi studenti lavoratori: lei in una famiglia cooperativa - e c'era da scommetterci se la cooperazione è stata introdotta due secoli fa nell'ambito della solidarietà cattolica dal prete trentino Lorenzo Guetti - lui assistente alla scuola provinciale.

Una "rete" di studio e lavoro che ha allargato quella di un piccolo nucleo di africani presenti in città, sparsi in diverse zone, e parrocchie. E due anni fa loro sono approdati in una comunità che stava per salutare il parroco, in pensione, al rientro nella sua terra lombarda.

Canonica vuota, perché la parrocchia veniva assunta dalla comunità religiosa presente in loco. Che fare di quei locali che restavano chiusi per gran parte della giornata? Qualcuno aveva suggerito un affitto che poteva rivelarsi redditizio - a metà strada fra ospedale e università - ma il nuovo parroco aveva un'altra idea, che ha incontrato il favore del consiglio pastorale. Se il nome "canonica" ormai da qualche mese - complice la ristrutturazione (ancora da pagare) - era cambiato in "casa parrocchiale", perché non far sì che ad un nome si associ una realtà? In una casa (non proprio "di cartone") abita una famiglia e ... M. e F. erano quelli "giusti".

Un affitto può aspettare, basta un minimo impegno di custodia, tipo controllare la chiusura serale della porta. Ma la testimonianza di una famiglia che "abita" i locali della parrocchia vale molto più di ogni assegno. Del resto non è vissuta per qualche anno una coppia di coniugi, insieme al vescovo? Non si "allargano" alcune comunità religiose affiancandosi all'ospitalità fissa di laici con cui condividono momenti di preghiera, i pasti, il lavoro?

Il nostro piano pastorale guarda per un triennio all'icona dei discepoli di Emmaus, che tra parentesi alcuni esegeti "leggono" come una coppia che rientra nella propria casa per la cena. Comunque sia, i due, dopo lo spezzar del Pane, hanno smesso ogni lamentela e si sono precipitati ad "annunciare". Qualcuno, ma davvero pochi, si ferma ancora alla prima parte, alle rimostranze e alla visione catastrofica degli eventi, molti di più quelli che lo leggono per intero. E, dopo lo spezzar del Pane, si precipitano correndo per annunciare che Qualcuno è risorto e il male non prevarrà. E annuncio è anche l'accoglienza, come ci ha ricordato il Messaggio per la Giornata del Creato di quest'anno.

Ricordando quelle parole: "Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato tra di voi" (Levitico 19,34). Stranieri e profughi come "vicari di Cristo", dice il teologo spagnolo Josè Gonzalez Faus pensando alle parole del Giudizio.

Poi capita, talvolta, che sia proprio lo straniero a insegnarci qualcosa: "Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio all'infuori di questo straniero?" (Luca 17,19).

E Alanan, Winda e i loro genitori hanno tanto da insegnarci. Davvero. Perché la loro presenza è già un "annuncio".

 

 

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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