Che fatica quel Messale
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 05 settembre 2011
Fedeltà al latino e inculturazione: le polemiche sulla Nuova Traduzione del Messale inglese ripropongono la domanda sui volti della liturgia

Sarà che sono appena tornata dalla Telegraph Avenue di Berkeley dov'erano iniziate le proteste contro la guerra del Vietnam, ma qui in California Roma e l'Italia sembrano davvero lontane, non solo per le oltre 6 mila miglia di distanza, ma soprattutto per la mentalità.

Dopo quasi tredici anni di soggiorni periodici non possiamo alzare la mano, quando, ad inizio della messa, il parroco chiede ai visitors (gli ospiti) di rendere visibile la loro presenza. Le scuole sono iniziate il 15 agosto, le lezioni all'università il 22, turisti americani ce ne sono pochi e mai ci è capitato, anche in altre zone del Paese, di vedersi alzare una mano "italiana". E dire che i nostri connazionali li riconosci nei centri storici e più ancora in quelli commerciali (sempre a lamentarsi di qualcosa), ma a messa ... non si vedono. Così mi ricordo l'entusiasmo del celebrante a Orlando in Florida - nella parrocchia fra i parchi Disney e la NASA di Cape Canaveral - quando qualche anno fa i figli hanno risposto "from Trento, Italy" e lui "Trento, the Council!".

E ' sempre lo stesso clima "familiare" che rinsalda i legami di una comunità che "celebra" e non fa da semplice "spettatore" , così si saluta il passaggio di suor Mary Ann, che si alterna dopo la breve omelia del celebrante, spiegando la sua missione attuale, come al termine della messa si ringrazia il sagrestano per il suo servizio prezioso.

La prima intenzione della preghiera dei fedeli una domenica recitava tipo così: "Signore, ti preghiamo per i leader della Chiesa, perché sappiano riconoscere ed ascoltare la voce di tutti, a cominciare dalle donne e tutte le persone che non hanno voce nella società ... E non stona (anzi) neppure quell'invito a prendersi per mano alla comunione mentre si ricordano i caduti in guerra della comunità o quanti, lontano, soffrono della carestia.

Ieri era la giornata dedicata al servizio: tutti coloro che intendono fare qualcosa all'interno della comunità è stato pregato di indicarlo. E il parroco ha ricordato che un "servizio" sarebbe richiesto a tutti perché fa parte della nostra vocazione battesimale. Tutti dovrebbero mettere a disposizione le loro capacità e il loro tempo per aiutare la comunità a crescere.

Il senso del "noi" viene rimarcato al momento del Credo, dove il celebrante allarga le braccia a comprendere tutti e insiste su quel "We believe" (noi crediamo). Se aggiungiamo la preghiera eucaristica pronunciata per un 90% a braccio o a quel Brothers and Sisters (fratelli e sorelle), ripetuto spesso anche durante l'omelia, il contrasto con la Nuova Traduzione del Messale inglese, che dovrebbe "entrare" con la 1° domenica di Avvento, è totale.

La vicenda del Nuovo Messale è esplosa da pochi mesi e sembra davvero costituire una sfida sulla "tenuta" delle comunità, già ampiamente provate dalla vicenda della pedofilia tra le file del clero, tanto che i giorni scorsi il cardinale di Boston ha deciso di pubblicare sul sito diocesano la lista di tutti i preti accusati, condannati e ridotti allo stato laicale. Per molti uno shock.

Ma il Nuovo Messale ha una lunga storia. Occorre tornare all'Anno del Giubileo del 2000 quando papa Giovanni Paolo II diede il primo annuncio della Terza revisione della traduzione del Messale in lingua inglese. L'anno successivo la Congregazione per il culto emanava l'Istruzione Liturgiam Autenticam, contenete i principi base per le traduzioni. E' seguita la costituzione della Commissione ICEL composta da vescovi di lingua inglese e Vox Clara, dove lavoravano anche degli esperti. Logica voleva che fossero soprattutto le conferenze episcopali nazionali e le comunità locali a dire la loro, ma non è stato così. L'ultima versione approvata dai vescovi è stata ulteriormente modificata a Roma nell'autunno scorso, tanto che alcune conferenze episcopali non l'hanno neppure formalmente approvata. Ma passa così. La versione è in corso di stampa - ci sono già i prezzi dei volumi in prenotazione - e l'introduzione annunciata per il prossimo novembre.

Le voci ufficiali parlano attraverso i siti web delle conferenze episcopali che hanno inserito materiali esplicativi quanto basta. Ma non basta, a quanto sembra. Le reazioni di questi mesi non si sono fatte attendere: i preti irlandesi hanno proclamato un boicottaggio, liturgisti di fama si sono dissociati dall'operazione, i giornali cattolici dei paesi di lingua inglese continuano ad ospitare commenti contrari accanto a rarissime voci favorevoli e "istituzionali", come il vescovo di Durban che si chiede sul Tablet "dov'è finita l'obbedienza in Europa?".

Viene sempre più spesso ricordato come al rifiuto dei vescovi di area tedesca di procedere a nuove traduzioni, da Roma nessuno abbia insistito oltre. Ma sono due essenzialmente gli elementi di contestazione da parte di teologi religiosi e laici, preti e comunità.

Il primo riguarda la questione della collegialità e l'autorità dei vescovi locali. Non occorrono citazioni dal Magistero per verificarne la veridicità e anche quel primato del vescovo di Roma acquisito più dalla storia che dal Vangelo. Così la contestazione riguarda quel processo che viene definito "imperfetto" attraverso cui si è giunti al nuovo testo, senza alcun coinvolgimento di vescovi e autorità locali, ma dall'alto.

Il secondo riguarda il linguaggio utilizzato. E questo, purtroppo, deriva dai criteri stabiliti in precedenza, criteri diametralmente opposti a qualsiasi idea di traduzione com'è intesa oggi a livello linguistico internazionale. Il risultato è che nessuno finora riesce a dar spiegazione ai fedeli - in qualche parte, come in Scozia, ci sono delle "sperimentazioni" - dei cambiamenti. Perché l'unica spiegazione convincente è quella di una maggior fedeltà al testo latino della messa. Di qui nel Credo anche l'introduzione di through my fault, through my fault, through my most grievous fault (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa), prima sconosciuto e contestato dai genitori delle scuole cattoliche dove è stato insegnato "ma quale colpa così grande possono aver commesso dei bambini?".

Altro passo incomprensibile è la risposta all'espressione "The Lord be with you" (il Signore sia con voi) cui si è risposto da quarant'anni "And also with you" (e anche con te), mentre oggi diventa "And also with your Spirit" (e con il tuo Spirito). Ovvio che per noi si tratta di espressioni familiari di diretta derivazione latina, ma per loro no. In inglese anima sarebbe "soul", ma essi non hanno alcuna intenzione di separare anima e corpo di platonica memoria e pensano: e con tutto te stesso, meglio di così.

Ma le incomprensioni sono molte: al posto di Brothers and Sisters (fratelli e sorelle) cui si rivolge in ogni momento il celebrante o con cui iniziano le Lettere paoline, compare Brethren, che sta per confratelli religiosi o membri di una setta. Alla consacrazione arriva il termine "precious chalice", mentre per loro Gesù ha preso in mano il cup, il bicchiere che si usa in ogni casa; al massimo conoscono il goblet, una coppa a stelo, tipo storie del Graal o di Harry Potter (HP and the Goblet of fire, HP e il calice di fuoco).

Più teologica la distinzione che viene operata subito dopo "versato per molti" e non più "per tutti", ma questo dovrebbe cambiare anche nel testo italiano che, sembra, vedrà la luce prossimamente. E si discute da anni.

Come potranno accogliere questo linguaggio così diverso dal loro proprio quei giovani, inglesi, irlandesi, americani, australiani che a Madrid si sono sentiti chiamare in prima persona come parte integrante della Chiesa tanti adulti se lo chiedono, soprattutto preti e parroci che vivono a contatto con le comunità.

E se lo chiede anche padre Kevin Kelly, teologo morale di nuovo dalle colonne dell'ultimo Tablet che dedica ancora un Editoriale al nuovo Messale. Kelly chiede ai vescovi maggior sincerità: non usare toni elogiativi - e istituzionali - in pubblico e poi esprimere dubbi e sconforto in privato. Le persone vanno trattate da adulte. Se non esiste altra spiegazione che una latinizzazione del linguaggio, diciamolo e basta. Ma la domanda andrà oltre. Perché il latino, se per tre secoli la messa veniva celebrata in greco? E se la prima costituzione conciliare, del 1963, è stata proprio sulla Sacra liturgia e parlava di lingue nazionali, perché utilizzare un linguaggio che diventa una caricatura? E non tiene conto della cultura e della vita reale della gente? O dobbiamo re-imparare cosa significa "celebrare"?

La sfida ora sarà proprio su come verrà intesa l'"obbedienza" alla nuova messa e non ci resta che aspettare novembre.

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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