L'insonnia di Costantino
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 19 luglio 2011
Secolarizzazione non significa scristianizzazione: pensiamo a certi valori evangelici assorbiti dalla nostra società, dalla dignità di ogni persona alla libertà di coscienza

Ogni volta che attraverso il suo paese all'imbocco della valle di Fassa, e l'occhio giunge a quel piccolo cimitero appena fuori la chiesa ai piedi del Rosengarten, non posso dimenticare una preghiera per don Giovanni, il nostro prof di lettere al ginnasio, e la sua battuta ripetuta anche nell'ultimo incontro di qualche anno fa: "E se Costantino non avesse dormito prima della battaglia al Ponte Milvio? Se avesse avuto l'insonnia?". Se quanto raccontato dal buon Eusebio di Cesarea non fosse mai accaduto, se si fosse trattato solo di un colpo di sole? Se avesse perduto?

Certo una battuta la sua. Lui, nato fra le Dolomiti, approdato in Cattolica a Milano dove aveva conosciuto tanti che allora erano sulla cresta dell'onda politica e culturale, sapeva bene che la storia non si fa con i "se", ma era altrettanto consapevole di quel macigno che per secoli, complice proprio il successivo Editto, aveva ostacolato troppe volte l'annuncio del Vangelo. Da quella restituzione, narrata da Eusebio, di "chiese, proprietà, giardini, case o altri beni d'ogni specie" al potere temporale e a tutte le commistioni di diversa natura coi poteri terreni che vediamo ancora oggi.

Lasciando in ombra le parole di Chi aveva detto chiaramente: "Il mio regno non è di questo mondo" (Gv 18,36).

E dire che lungo la storia sono stati in tanti a comportarsi "come se" Costantino non avesse vinto, come se il cristianesimo non fosse diventato una religione dello stato, come se non si fosse instaurato un regime di cristianità - che dall'Europa si è voluto esportare poi con la forza anche nel Nuovo Mondo - come se il Vangelo fosse davvero un annuncio che scardinava antichi modi di pensiero e di convivenza tra gli uomini aprendo la strada ad un mondo davvero nuovo, di rapporti e di vita.

Il pensiero va ai tanti santi che conosciamo tutti e ai molto più numerosi sconosciuti - ma santi ugualmente anche se non sugli altari - che hanno testimoniato, nonostante i tempi, uno stile diverso andando controcorrente, e permettendo spesso una radicale modifica della Chiesa e della sua testimonianza cristiana nel mondo.

Pensiamo ai fondatori degli Ordini mendicanti: non abbiamo sempre parlato della povertà e letizia di san Francesco, della gioia e fedeltà dell'annuncio di san Domenico? Tanto più efficaci, quanto più lontani da ogni tentazione di potere terreno e possesso di beni.

La "Lettera ai reggitori dei popoli" di Francesco e la stessa Regola del Terz'Ordine mostrano una lontananza dal potere, e un concetto di laicità, lontano mille miglia da quella sorta di chiamata alle armi per una presenza più incisiva dei cattolici in politica cui assistiamo oggi. Perché ogni arruolamento significa poi obbedienza a chi chiama.

Personaggi del calibro di Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Pietro Scoppola, Oscar Luigi Scalfaro sono stati il frutto di ben altra esperienza, e formazione.

Le tante opposizioni al potere terreno di una Chiesa compromessa coi poteri, l'opposizione ai tanti poteri, spesso totalitari, non sono nate per un comando dall'alto, ma dall'interno di una coscienza. Quella coscienza che ha fatto pronunciare nel lontano 1511 al domenicano Antonio Montesinos quelle parole a difesa della dignità umana di fronte al genocidio degli indigeni ad opera dei conquistadores spagnoli o a Max Joseph Metzger, il prete giornalista morto nel carcere nazista di Brandeburg nel 1944, le parole di opposizione ad un regime e ad una Chiesa incapace di "vedere". O ai laici, sposi e padri, Franz Jägerstätter o Josef Mayr Nusser il rifiuto, da cristiani, ad imbracciare le armi e sappiamo bene quanto lunga sarebbe la lista.

Ed è quella stessa coscienza che oggi fa parlare e scrivere tanti - e non immaginiamo quanti, preti (anche vescovi e cardinali) e laici - per un modo diverso di essere Chiesa. Perché il potere e l'incisività che si vorrebbero riconquistare (là dove il termine "nuova evangelizzazione" viene scambiato per una restaurazione del Sacro Romano Impero) sono solo il rovescio scuro di quello specchio che rappresenta la comunità cristiana dove il clericalismo - anche se si continua a dichiarare il contrario e la "corresponsabilità" resta ferma ai convegni - è sempre più imperante.

Verrebbe da dire, "scandalosamente" al potere, nonostante tutto quanto accaduto - e accade ancora oggi almeno nelle sue tragiche conseguenze, vedi Irlanda, Germania, Islanda, Olanda, Stati Uniti, anche se qui da noi se ne parla poco - con la questione degli abusi sessuali sui minori, agghiacciante risvolto, tra l'altro, di un abuso di potere.

Forse alla nostalgia di Costantino, si dovrebbe sostituirne l'oblio, o quantomeno il relegarlo ad una vicenda storica conclusa, un po' come se davvero quel sogno non fosse mai accaduto.

Perché secolarizzazione non significa scristianizzazione, se solo pensiamo a quanti valori evangelici sono ormai entrati dopo Duemila anni nella nostra società, dalla dignità di ogni persona - gay compresi, non dimentichiamolo - al rispetto della libertà di coscienza, solo per citarne due esempi. E là dove la secolarizzazione ha preso la via del secolarismo, questo non è certo avvenuto senza gravi responsabilità da parte nostra.

Meglio allora un ritorno alle dimensioni del lievito e sale, le uniche in grado di realizzazione una nuova evangelizzazione, autenticamente "evangelica". Si mette forse il lievito in una pasta già lievitata? O il sale in una minestra già saporita? Il "già e non ancora" ci accompagnano nel cammino di quell'"andate dunque e fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19).

Per una Chiesa forte e autorevole in virtù soltanto dell'autorità del suo Fondatore, una comunità cristiana che impari a convivere senza complessi d'inferiorità nel pluralismo culturale, senza nostalgie di bracci secolari, né tentazioni di agganci ai poteri che potrebbero consentirle benefici di alcun genere.

Una Chiesa-popolo di Dio nella diversità delle vocazioni in una logica di servizio, del "perdere" la propria vita, senza tentazioni di egemonia l'un l'altro, né dei grandi numeri che abbagliano la vista.

Una Chiesa che realizzi finalmente al suo interno quel V capitolo della Lumen Gentium, ancora inattuato, l'universale vocazione alla santità, non un "club di soli uomini", ordinati.

Cristiani - uomini e donne, religiosi e laici - al servizio del Regno e testimoni, in umile compagnia degli uomini, di quell'unico messaggio dirompente lanciato dall'angelo ai pastori in quella notte alla povera grotta di Betlemme: "Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore" (Lc 2,10-11).

 

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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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